AMBIENTE/ Kyoto chiama Montreal… ma Pechino non ci sta

- int. Michela Maione

Il problema della tutela dell’atmosfera sta tornando drammaticamente alla ribalta con i risultati degli accordi sui gas serra, non troppo convincenti. L’analisi di MICHELA MAIONE

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L'atmosfera terrestre

Due appuntamenti internazionali importanti, anche se purtroppo probabilmente non decisivi, per la tutela dell’ambiente e per migliorare lo stato di salute del Pianeta ci aspettano nelle prossime settimane. Inizia lunedì 14 novembre a Bali (Indonesia) il “Montreal Protocol MOP 23”, laperiodica Conferenza delle Parti che presiede la gestione e l’attuazione del Protocollo di Montreal per la protezione dello strato d’ozono stratosferico. Poco dopo, dal 28 novembre al 9 dicembre a Durban (Sudafrica) si tiene la più nota conferenza sul clima, la “UNFCCC Climate Conference COP17-CMP7”: è la Conferenza delle Parti della United Nations Framework Convention on Climate Change (UNFCCC), che dovrà discutere sul futuro del Protocollo di Kyoto che scade nel 2012 e decidere sulle azioni future per combattere i cambiamenti climatici.

In vista di queste scadenze, abbiamo chiesto un contributo a Michela Maione dell’Università degli Studi di Urbino, che da anni si occupa di chimica dell’atmosfera.

Il Protocollo di Montreal e il Protocollo di Kyoto sono due importanti accordi internazionali creati per porre rimedio a due fenomeni di rilevanza globale: Il buco dell’ozono e il riscaldamento dell’atmosfera terrestre. I due protocolli si basano su meccanismi di implementazione differenti ed hanno avuto diverse fortune; eppure in Protocollo Montreal, nato per proteggere la fascia di ozono, potrebbe dare una mano al Protocollo di Kyoto e quindi al clima del nostro Pianeta. Per capire come, è necessario comprendere quali sono gli aspetti che accomunano due fenomeni così diversi.

Il buco dell’ozono è provocato dalle emissioni di gas di sintesi utilizzati in molteplici applicazioni, come la refrigerazione mobile e fissa, la creazione di materiali isolanti, l’estinzione degli incendi, l’industria dei solventi ecc. Grazie alla loro stabilità, questi gas sono in grado di raggiungere gli strati più alti dell’atmosfera, là dove si trova lo strato di ozono che ci protegge dalle radiazioni UV provenienti dal sole. Gli atomi di cloro e bromo che questi composti contengono sono infatti in grado di “mangiare” l’ozono, privandoci così di un importante scudo protettivo e provocando, tra le altre cose, un aumento dell’incidenza dei tumori alla pelle.

Il Protocollo di Montreal del 1987 è un accordo internazionale che ha imposto la messa al bando, in termini di produzione e commercio, dei gas responsabili della distruzione dell’ozono. A distanza di un quarto di secolo, il Protocollo di Montreal si è rivelato uno strumento estremamente efficace e costituisce un ottimo esempio di come un accordo “politico” internazionale abbia potuto risolvere un importante problema ambientale. Infatti, la concentrazione atmosferica dei composti dannosi per l’ozono ha finalmente iniziato la sua fase discendente. 

È vero che il “buco” finora non accenna a chiudersi, ma questo solo perché i composti che ne sono responsabili hanno una vita così lunga che sarà necessario aspettare qualche decina di anni prima di assistere ad una riduzione significativa del carico di cloro e bromo emessi nella nostra atmosfera nell’arco di alcuni decenni di utilizzo indiscriminato. Le previsioni degli scienziati sul recupero della fascia di ozono sono comunque ottimistiche, così come le proiezioni circa la diminuzione dell’incidenza dei tumori alla pelle.

Il riscaldamento globale è provocato dall’accumulo in atmosfera dei cosiddetti “gas serra” che, capaci di assorbire la radiazione infrarossa emessa dalla superficie terrestre, trattengono calore provocando un aumento progressivo della temperatura globale con conseguenze molto gravi sul clima del Pianeta. Alcuni gas serra sono di natura esclusivamente antropogenica, altri hanno anche origine naturale. Alla base del loro accumulo ci sono l’aumento del fabbisogno energetico, di quello alimentare e le attività industriali. 

Anche i gas serra sono regolati nell’ambito di un accordo internazionale, il Protocollo di Kyoto del 1997, che ha richiesto ai paesi firmatari un contenimento, entro il 2012, delle emissioni dei gas serra a livelli inferiori del 5% rispetto a quelli del 1990. Come ben noto, gli accordi di Kyoto hanno avuto una vita molto tormentata; colossi economici come gli USA non hanno aderito al Protocollo e gli obiettivi di contenimento sembrano lontani dall’essere raggiunti. 

Tuttavia questi due fenomeni hanno qualcosa in comune: i gas dannosi per l’ozono, la cui produzione è ora vietata grazie al Protocollo di Montreal, sono anche potentissimi “gas serra”, fino a migliaia di volte più efficaci della ben più nota anidride carbonica. Pertanto i meccanismi di contenimento implementati con successo sotto il Protocollo di Montreal per contrastare l’assottigliamento dello strato di ozono, di fatto finora hanno contribuito a limitare le emissioni di “gas serra” molto più di quanto non abbia potuto fare il Protocollo di Kyoto con il suo iter così problematico.

D’altra parte, l’industria chimica, nel momento in cui ha dovuto affrontare il problema di trovare un’alternativa ai composti dannosi per l’ozono in tutte le loro numerose applicazioni, lo ha risolto con la creazione di composti, noti con la sigla HFC (idrofluorocarburi) che, pur mantenendo le caratteristiche tecnologiche dei loro predecessori, non contengono cloro e bromo e quindi non danneggiano l’ozono.  Tuttavia essi conservano la loro capacità di agire come gas serra e sono pertanto entrati a buon diritto a far parte del paniere di Kyoto.

Ora, poiché i meccanismi di Kyoto non si sono dimostrati particolarmente efficaci, è stata avanzata la proposta di includere anche gli HFC nel protocollo di Montreal, applicando loro le stesse modalità di controllo di produzione e commercio già implementate con successo per i composti dannosi per l’ozono. La proposta non è priva di senso: è infatti vero che gli HFC non danneggiano l’ozono, ma è anche vero che sono stati creati proprio per fare fronte alla necessità di sostituire sostanze ozono-distruttici.

Tuttavia, come spesso accade, gli interessi economici stanno ostacolando questo processo. Nei prossimi giorni a Bali si terranno le annuali negoziazioni sulla protezione dell’ozono stratosferico e l’inclusione degli HFC nei meccanismi di riduzione di Montreal – sostenuta da 91 Paesi, tra cui Usa, Unione Europea, Canada e Messico – rischia di essere ostacolata da Cina e India (e in parte anche dal Brasile) che vorrebbero rimandare la decisione al prossimo anno. Questi Paesi, infatti, temono fortemente che si crei un pericoloso precedente, ovvero che negoziazioni riguardanti i gas serra vengano “spostate” dal Protocollo di Kyoto – un trattato che presenta grandi vantaggi per i Paesi in via di sviluppo in quanto impone il grosso degli obblighi ai Paesi sviluppati – al Protocollo di Montreal, che comporta invece vincoli obbligatori per tutti i firmatari. Inoltre, poiché gli HFC sono gas serra fino a migliaia di volte più potenti dell’anidride carbonica, essi ricoprono un ruolo cruciale nel mercato dei crediti di carbonio – su cui si basa il Protocollo di Kyoto – che finora hanno portato grandi vantaggi economici ai Paesi in via di sviluppo.

C’è solo da sperare che le posizioni dei tre paesi contrari rimangano isolate e che il Protocollo di Montreal, che l’anno prossimo compirà 25 anni, possa festeggiare degnamente questo importante compleanno ampliando il proprio mandato. 



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