PREISTORIA/ La matematica smentisce l’ipotesi del Tirannosauro-spazzino

Le ipotesi sul comportamento del Tyrannosaurus Rex, ce le illustra NICOLA SABATINI

02.02.2011 - Nicola Sabatini
tirannosauro_scheletro_R400
Lo scheletro di un tirannosauro

A volte sembra che gli scienziati si diano la briga di cercare la conferma a cose che tutti sappiamo già, o che in realtà pensiamo di sapere. È il caso di uno dei più famosi fra i dinosauri: il Tirannosauro (Tyrannosaurus Rex, per essere precisi).

Forse anche per il pervasivo contributo dell’industria televisiva, ci viene immediato pensare che un essere lungo quasi 13 metri, alto 5 e pesante dalle 5 alle 7 tonnellate, con denti affilati e lunghi anche fino a 30 centimetri, particolarmente sviluppato per quanto riguarda gli arti dedicati alla deambulazione e il complesso di mascelle e mandibole potesse essere quanto a comportamenti alimentari un lontano “collega” della volgare jena, o di un avvoltoio.

Tutti pensiamo, forse per colpa di Spielberg con il suo Jurassic Park e la memorabile la scena dell’inseguimento del Tirannosauro, che un essere di questo tipo non dovesse e non potesse accontentarsi di fare da “spazzino”, ripulendo le sue zone di vita dalle carcasse di animali morti, senza esercitare alcun tipo di caccia attiva.

Ma come a volte accade, ciò che è l’idea tacitamente accettata da tutti, non per forza deve essere quella più tranquillamente condivisa in ambito scientifico. Nel caso specifico, per esempio, il dibattito è tutt’altro che chiuso. La storia dello studio del Tirannosauro ci dice che al momento della sua scoperta, nel 1905, Henry Osborne immediatamente ipotizzò ciò che sembra essere auto-evidente: e ciò di trovarsi di fronte ai resti del più grande e temibile predatore di tutti i tempi. Non passarono che una dozzina d’anni e già nel 1917 il canadese Lawrence Lambe formulò un’ipotesi diametralmente opposta e iniziando a considerare il Tirannosauro niente più che un evolutissimo spazzino. Tale ipotesi poggia su considerazioni anatomiche e non è per niente una boutade, tanto che riprese forza durante gli anni ’70 del secolo scorso e di fatto ha continuato a perdurare fino ad oggi.

Il quadro delle ipotesi, infine, è completato da quella che tende a mixare le due precedenti, reputando il nostro formidabile mostro un predatore sì, ma occasionale.

 

Il perché di questa triplice ipotesi e del perdurare del dibattito è presto detto: il grado di arbitrarietà nella ricostruzione di usi e abitudini di un essere vissuto fra 65 e 145 milioni di anni fa inevitabilmente è troppo ampio, a meno di non trovare qualche metodo indiretto e ragionevole per ottenere valutazioni certe. Inoltre bisogna tenere presente che non sempre due specie che offrano caratteristiche morfologiche simili debbano necessariamente assumere comportamenti di caccia simili: il caso delle aquile e degli avvoltoi è estremamente significativo in questo senso.

 

Nel caso del Tirannosauro un recentissimo studio effettuato da tre zoologi inglesi, Chris Carbone, Samuel Turvey e Jon Bielby, cerca di spazzare via il campo dalle discussioni, riportando in auge quella che agli occhi del non esperto pare essere la più immediata delle ipotesi, e cioè che il Tirannosauro era un predatore.

 

Per arrivare a questo risultato, i tre ricercatori si affidano a una serie di considerazioni matematiche di tipo statistico-ecologico sulla distribuzione di piccoli predatori, piccoli “spazzini”, grandi predatori -come il Tirannosauro, per l’appunto- e la disponibilità relativa di carcasse in una data regione, assumendo come punto di partenza che la regione abbia una frequenza e densità di produzione di carcasse del tutto simile a quella dell’attuale regione del Serengeti, nell’africa sub-sahariana, e cioè 4,38 Kg di carcasse al giorno per chilometro quadrato.

 

Data per buona l’assunzione sulla disponibilità di carcasse, affermano nello studio pubblicato nei Royal Society Proceedings, la migliore strategia per il Tirannosauro deve essere stata quella di essere un predatore a tutti gli effetti. Il motivo è che un Tirannosauro “spazzino” si sarebbe trovato in competizione con i piccoli “spazzini”, che avrebbero ripulito le stesse zone in modo più efficiente, essendo molto più numerosi: la stima calcolata da Carbone, Turvey e Bielby svela una maggiore efficienza di circa 60 volte per i piccoli rispetto ai grandi “spazzini”.

 

La conclusione del lavoro porta a considerare quindi il Tirannosauro come un vero predatore, capace di stabilire il suo territorio di caccia su aree enormi, grandi parecchie volte l’estensione della Greater London (pari a 1579 chilometri quadrati).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori