UE/ All’Italia conviene la “guerra” del brevetto?

- Carlo Colesanti

Un nuovo passo in avanti è stato fatto per la concretizzazione del brevetto Ue. Cosa succederebbe se l’Italia si ostinasse a volerne stare fuori? Prova a rispondere CARLO COLESANTI

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Foto Imagoeconomica

L’altro ieri la Commissione europea ha pubblicato il testo proposto per i regolamenti per istituire il brevetto Ue. È un nuovo passo verso la concretizzazione di questo progetto. Alla luce di quanto già visto sul tema, vale la pena cercare di capire perché Italia e Spagna abbiano deciso di rimanerne fuori e quali conseguenze questa scelta potrebbe avere in futuro.

È interessante che lo scoglio insuperabile sia stato quello linguistico. Mentre cedere potere giurisdizionale a un nuovo organo di giudizio comunitario è chiaramente una questione delicata – si tratta pur sempre di spogliarsi di parte di uno dei tre poteri fondamentali -, litigare sulle lingue da usarsi in materie tecnico-scientifiche è semplicemente assurdo. L’ineluttabile dato reale è che la sola lingua franca di scienza e tecnica è l’inglese.

Gran parte delle imprese tedesche e francesi depositano già le loro domande di brevetto europeo direttamente in inglese (tra l’altro con il vantaggio che lo stesso testo può essere usato per chiedere il rilascio di un brevetto anche negli Usa). Nel caso della Spagna, la difesa a oltranza della propria lingua in un contesto tecnico-scientifico risponde quantomeno a un disegno preciso: il progetto di diventare il Paese di riferimento nell’ambito brevettuale per tutti gli stati di lingua spagnola. Progetto probabilmente velleitario ed eccessivamente ambizioso, ma se non altro ben definito.

Per l’Italia è invece molto difficile intravvedere motivazioni sensate. Si sente parlare quasi solo della difesa della nostra lingua e del suo status nella Ue. Motivazione che pare estremamente fragile. Basta un poco di sano realismo: dato che nella scienza e nella tecnica tutto il mondo lavora quasi esclusivamente in inglese, vediamo semplicemente di imparare a farlo anche noi in scioltezza. Questa è la vera sfida, nascondercelo si traduce in un reale svantaggio competitivo. Lasciamo ai politici francesi – le imprese francesi sanno benissimo come stanno le cose – l’illusione di aver tutelato la propria lingua avendole garantito prerogative di cui quasi nessuno (francesi inclusi) si curerà.

Per inciso, è nell’ambito culturale che vale la pena di difendere l’italiano. La nostra lingua gode all’estero di una popolarità ben maggiore di quanto ci si potrebbe aspettare: il mondo è pieno di persone innamorate della bellezza del nostro Paese al punto da impararne la lingua e/o affascinate dalla nostra storia culturale: la nostra letteratura, l’italiano per secoli lingua franca della musica… Detto altrimenti, si sarebbe potuto rinunciare all’italiano nei brevetti, assicurando invece, come contropartita, un posto d’onore alla nostra lingua in un ambito in cui abbia oggettivamente senso difenderla.

Un altro argomento poco convincente utilizzato per giustificare l’opposizione italiana al regime linguistico proposto per il brevetto Ue è un presunto svantaggio delle nostre imprese che si vedrebbero costrette a individuare la portata dei brevetti dei concorrenti in lingue diverse dall’italiano, di fatto in inglese. Come se non dovessero già competere in inglese a livello internazionale…

Viene a questo punto da chiedersi se Italia e Spagna alla fine si accoderanno (rimediando una figura abbastanza misera) o se insisteranno a mantenersi fuori dal brevetto Ue e, in quest’ultimo caso, quali potrebbero essere le conseguenze. Se l’Italia restasse fuori, quasi certamente si assisterebbe a una contrazione del già limitato volume di investimenti provenienti dall’estero: le imprese – soprattutto le Pmi – che decidessero che non vale la pena di chiedere separatamente un brevetto per l’Italia, sarebbero poi riluttanti a investire nel nostro Paese.

Va però detto che già non godiamo di buona fama quanto a tutela della proprietà intellettuale, soprattutto per la lentezza della giustizia civile (un brevetto serve a poco se è troppo difficile farlo valere in giudizio in tempi ragionevoli) e per il fatto che, in caso di contraffazione, il danno viene quasi sempre pesantemente sottostimato dai nostri tribunali. In altri termini, il titolare di un brevetto violato viene risarcito tardi e in misura insufficiente. Di conseguenza è abbastanza plausibile aspettarsi che quantomeno le grandi imprese che – nonostante il costoso sistema attuale e i problemi della nostra giustizia civile – a tutt’oggi ritengono valga la pena di chiedere protezione e investire in Italia, continueranno a farlo in larga misura.

Certo, aderire al brevetto Ue, potrebbe essere l’occasione di raddrizzare le nostre storture e promuovere (finalmente) in Italia una concezione moderna della proprietà intellettuale, cose molto desiderabili nella “knowledge-driven economy” in cui, volenti o nolenti, ci troviamo. E le nostre imprese? Verrebbero davvero a trovarsi in una situazione di svantaggio se l’Italia rimanesse fuori? Probabilmente no. Anzi, volendo tentare una previsione piuttosto azzardata (pronti a essere smentiti dai fatti), si potrebbe addirittura pensare che restare fuori possa essere vantaggioso.

Le nostre piccole e medie imprese potrebbero comunque accedere al brevetto Ue per proteggere con costi contenuti le proprie invenzioni nel resto d’Europa (al pari di qualsiasi altro soggetto esterno al gruppo di paesi che aderisce alla cooperazione rafforzata) e sarebbero, quindi, incoraggiate ad adottare una prospettiva più internazionale.

Per contro, potrebbero addirittura veder accresciuti i margini di libertà a casa propria. Non va infatti dimenticato che il brevetto instaura un regime di monopolio temporaneo sullo sfruttamento dell’invenzione protetta e che l’Italia (purtroppo) ha un saldo tecnologico molto negativo: sono molte di più le invenzioni che le imprese estere brevettano in Italia di quelle che le imprese italiane proteggono in altri paesi. Da ultimo, nonostante che la loro funzione teorica sia di stimolo al progresso tecnologico (remunerando l’attività inventiva e l’investimento alla sua origine), spesso fitte cortine di brevetti sono usate per impedire l’accesso in determinati segmenti di mercato a potenziali concorrenti. Detto altrimenti, da incentivo all’inventare, il brevetto è spesso snaturato in strumento di difesa di una posizione di rendita e di ostacolo a chi in un settore tecnico potrebbe portare innovazioni.

In sostanza, potrebbe addirittura succedere che restare fuori dal brevetto Ue si traduca in (limitati) spazi aggiuntivi di libera concorrenza in Italia e in qualche occasione in più per le nostre imprese di recuperare il terreno che l’Italia ha perduto nelle nuove tecnologie. Anche se il paragone è certamente improprio, la Philips – tra le grandi imprese che in modo meglio organizzato gestiscono un enorme portafoglio di brevetti – è nata “contraffacendo legalmente” le lampadine inventate da Edison in un breve lasso temporale in cui l’Olanda non aveva una legge in materia di proprietà industriale e, quindi, non concedeva brevetti…

Certo, questi potenziali risvolti positivi sono possibili solo perché siamo (quasi) i soli a non aderire e sarebbero comunque pagati con l’impossibilità di influenzare in alcun modo il quadro giuridico del brevetto Ue. Inoltre, restare fuori dal brevetto Ue darebbe probabilmente un altro colpo all’intero grande progetto di un’Unione sempre più integrata. Se poi dovessimo davvero trarne dei vantaggi significativi, i nostri vicini non ce la perdonerebbero proprio…

In definitiva, attorno all’istituto del brevetto si crea un equilibrio molto delicato tra gli interessi dell’inventore e quelli del pubblico. È estremamente difficile capire come risponderà il sistema nel suo complesso a ogni, anche piccola, innovazione. Il grande assunto su cui si basa l’ormai ultra-trentennale tentativo di istituire il brevetto comunitario – cioè ridurre il costo di accesso al brevetto in Europa per favorire in particolare le piccole e medie imprese europee – è molto semplicistico.

Il costo elevato del brevetto europeo, ha sì dissuaso tante piccole imprese europee dal chiedere protezione per le proprie invenzioni, ma (insieme a standard di qualità migliori nell’esame delle domande di brevetto) ha anche evitato all’Europa l’inondazione di brevetti per invenzioncine di valore molto dubbio che si è abbattuta su Usa e Giappone. Inondazione di cui beneficiano quasi solo speculatori e avvocati.

L’Italia si è tirata fuori dal tentativo attualmente in corso di istituire un brevetto Ue per un anacronistico orgoglio linguistico. Se la cooperazione rafforzata avesse successo – cosa piuttosto probabile -, prima di accodarci con la coda tra le gambe varrebbe veramente la pena di capire se restando fuori non abbiamo fatto una mossa conveniente, seppure per ragioni sbagliate.

 

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