UE/ Che lingua parla il tuo brevetto?

- Carlo Colesanti

Di tanto in tanto, negli ultimi mesi si sente improvvisamente parlare di brevetto dell’Unione europea (o brevetto Ue). CARLO COLESANTI ci spiega com’è la situazione

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Foto Imagoeconomica

Di tanto in tanto, negli ultimi mesi si sente improvvisamente parlare di brevetto dell’Unione europea (o brevetto Ue). Subito dopo, però, torna il silenzio. Dal momento che è probabile che nei prossimi mesi si assista a ulteriori sviluppi, vale la pena di capire che cosa sta succedendo.

Per prima cosa, è opportuno distinguere il brevetto europeo – che già c’è – dal brevetto dell’Unione europea (brevetto Ue, spesso chiamato anche brevetto comunitario), progetto in agenda ormai da decenni. Il brevetto europeo esiste dalla fine degli anni ‘70 ed è frutto di un trattato internazionale – la European Patent Convention (Epc) del 1973 – che nulla ha a che vedere con l’Unione europea. Attualmente vi aderiscono una quarantina di paesi: tutti i membri dell’Ue, ma anche numerosi altri Stati come Svizzera, Norvegia, Islanda e Turchia.

Il brevetto europeo non è però un titolo unitario: in seguito alla decisione di concedere un brevetto, presa dall’Ufficio europeo dei brevetti, non viene rilasciato un singolo brevetto valido in tutti gli Stati membri, ma ogni Stato rilascia un proprio brevetto. Il brevetto europeo è, quindi, in realtà un “fascio” di brevetti nazionali. A prima vista la differenza tra un titolo unitario internazionale e un “fascio” di brevetti nazionali potrebbe sembrare puramente formale. Al contrario, le conseguenze sono notevolissime.

Il brevetto europeo è, infatti, redatto in una lingua tra inglese, francese e tedesco e le rivendicazioni – la parte giuridicamente più importante di un brevetto – sono tradotte nelle altre due. Però, nel momento in cui i singoli Stati rilasciano il proprio brevetto nazionale (generando così il “fascio” di brevetti), ogni Paese richiede la traduzione e la pubblicazione del testo originale nella propria lingua (20-25% del costo complessivo di un brevetto europeo). Inoltre, ogni Stato esige il pagamento di una propria tassa di rinnovo per mantenere in vita il brevetto (30% del costo complessivo). Il risultato – tutt’altro che sorprendente – è che un brevetto europeo costa ampiamente più del doppio di un brevetto statunitense o giapponese.

Ma non è finita. Visto che in realtà si tratta di un insieme di brevetti nazionali, per tutelarsi in caso di contraffazione è necessario agire in giudizio in ogni Paese separatamente. Soprattutto, per le piccole e medie imprese i costi sono mostruosi e, come se non bastasse, l’esito è, non di rado, diverso da Stato a Stato. Lo stesso tocca a chi vuole far dichiarare nullo un brevetto dimostrandone l’invalidità (ad esempio, provando che l’invenzione non è nuova). In breve si può dire che con la Epc è stata istituita una procedura internazionale di rilascio brevetti, ma (salvo eccezioni molto circoscritte) la “vita” successiva del brevetto è rimasta un affare prettamente nazionale. Nonostante queste serie limitazioni, il brevetto europeo è stato e continua a essere un grande successo e ha contribuito a rendere molto più omogeneo il panorama legislativo in Europa e, indirettamente, a livello mondiale.

Il costo elevato dell’accesso al brevetto e, se necessario, alla tutela giurisdizionale, viene tradizionalmente visto come un fattore di forte penalizzazione delle imprese innovative che investono in ricerca e sviluppo, soprattutto se si tratta di imprese piccole o medie. Il regime di monopolio temporaneo garantito dal brevetto è infatti considerato una garanzia essenziale per poter investire con ragionevole certezza di vedere ritorni adeguati. Proprio per questi motivi, già negli anni ‘70 è in corso il primo tentativo di creare un brevetto unico – detto brevetto comunitario – valido nei paesi di quella che allora era la Comunità economica europea (Cee). Si susseguono diversi tentativi privi di successo: vengono stipulati trattati ad hoc nel 1975 e nel 1989, senza che però siano ratificati da un numero sufficiente di Stati membri.

Per evitare lo scoglio della ratifica, nel 2000 una nuova iniziativa viene lanciata usando lo strumento del regolamento europeo (atto legislativo direttamente applicabile negli Stati membri), ma anche questa si arena nel 2004.

Tre tentativi infruttuosi hanno chiarito che i nodi da risolvere – non a caso – coincidono proprio con i gravi limiti legati al brevetto europeo. In primo luogo non ci si riesce a mettere d’accordo sul regime linguistico: quali parti del brevetto comunitario sono da tradurre in quali lingue? E poi, che competenze e poteri attribuire a un nuovo organo di giudizio che si occupi del brevetto comune (dichiarazione di nullità di brevetti invalidamente concessi o anche contraffazione?) e come comporre il collegio giudicante (includere o meno anche giudici con competenze tecniche?)?

I fallimenti passati non hanno però impedito un nuovo tentativo che sembrava anch’esso destinato a naufragare nel novembre 2010 (sulla questione linguistica) e che ha, invece, improvvisamente ripreso forza nel dicembre 2010, quando un gruppo di dodici Stati, vista la situazione di stallo, ha proposto l’avvio di una procedura di cooperazione rafforzata (uno strumento che consente di realizzare una più stretta collaborazione tra alcuni Stati dell’Ue in un determinato ambito). In questo modo è possibile evitare che una piccola minoranza di Stati contrari abbia la meglio su una maggioranza pronta ad andare avanti.

L’idea di base – semplice, ma decisamente buona – è di far diventare l’Ue un super-Stato membro dell’Epc. In questo modo si trae immediato vantaggio da tutto quanto già esiste in virtù dell’Epc, in particolare dalla ben collaudata procedura centralizzata di rilascio presso l’Ufficio europeo dei brevetti. Al momento del rilascio, in alternativa o in aggiunta all’indicazione di singoli Stati membri dell’Epc, è possibile indicare l’intera Ue come (super)Stato. Il risultato è che l’Ue – esattamente come gli altri Stati Epc – rilascia il proprio brevetto che è però direttamente valido in tutti gli Stati dell’Unione.

Il progetto prevede, inoltre, la costituzione un nuovo tribunale internazionale (European and EU Patent Court, Ewupc) con competenza esclusiva in materia di contraffazione e validità del brevetto Ue (e anche del brevetto europeo per i soli Stati Ue). Tribunale che sarebbe articolato in sezioni locali nei singoli Stati e in una sezione centrale.

La cooperazione rafforzata è stata inizialmente proposta da dodici Stati, ma nell’arco di un paio di mesi le adesioni sono arrivate a venticinque. Hanno deciso di rimanere fuori solo Italia e Spagna, che non intendono accettare il regime linguistico concordato. Regime linguistico che ricalca quello del brevetto europeo (uso di inglese, tedesco o francese), prevedendo che nelle altre lingue vengano effettuate solo traduzioni automatiche con appositi software.

In poco tempo sono arrivate le autorizzazioni del Parlamento europeo (15/02/2011) e del Consiglio dell’Unione europea (10/03/2011). La Corte di giustizia dell’Unione europea ha invece espresso parere negativo alla creazione di un nuovo tribunale competente per il brevetto comunitario (08/03/2011). Evidentemente, non solo in Italia è molto difficile toccare i poteri della magistratura…

In ogni caso, l’iter sembra ben avviato. Molto probabilmente è davvero la volta buona per il brevetto Ue, anche se è ragionevole attendersi tempi non proprio brevi. Avremo verosimilmente ancora qualche occasione di ricevere notizie intervallate da silenzi più o meno lunghi…

 

(Ogni valutazione dell’autore è espressa esclusivamente a titolo personale)

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