SCIENZA E FEDE/ Un dialogo in lista d’attesa nelle università italiane

Il lavoro di ricerca e conoscenza per uno scienziato ha sempre aperto alla domanda sull’esistenza e la interazione di Dio con la realtà. GIUSEPPE TANZELLA NITTI ne parla a Ilsussidiario.net

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Scienza e fede

Avrà come momento culminante la conferenza pubblica del card Camillo Ruini su “Scienze, ragione e fede: un rapporto sempre in costruzione” (28/5 h. 17.30, Centro Convegni “Bonus Pastor”, Roma) e a seguire la presentazione del libro Fede e scienza. Un dialogo necessario (Lindau), un’antologia di scritti di Benedetto XVI curata da Umberto Casale. Ma saranno tutti momenti intensi e partecipati quelli del 4° Workshop “Aspetti filosofici e teologici del lavoro scientifico”, organizzato DISF Working Group, operante presso Centro di Documentazione Interdisciplinare di Scienza e Fede. Ce ne parla don Giuseppe Tanzella Nitti, teologo con un passato da astrofisico, iniziatore e anima del DISF.

Il titolo di questo workshop fa pensare che non si rivolga soltanto a filosofi e teologi ma possa cogliere un interesse più ampio …

In effetti, parlare di “Aspetti filosofici e teologici nel lavoro scientifico” può sembrare a prima vista poco consueto. Perché invocare le riflessioni della filosofia, o addirittura della teologia, quando il lavoro scientifico è chiamato a muoversi su basi oggettive e impersonali, che tengano fuori della porta del laboratorio ogni convinzione di carattere filosofico o religioso? In realtà, la storia della scienza, e anche le biografie personali di molti di coloro che la scienza l’hanno fatta, sembrano dirci proprio il contrario. Per fare scienza c’è bisogno di coinvolgimento e di passione, occorre avere la convinzione, almeno implicita, che la natura non si comporterà con noi in modo capriccioso, ma sarà fedele alle sue leggi. E soprattutto occorre credere che esista una verità, e che questa meriti di essere cercata. Ogni scienziato ha la sua “visione del mondo” e all’interno di tale visione impiega le categorie che ritiene più congeniali. È questo aspetto personalista della ricerca scientifica, ormai messo in luce da tanti autori, che merita di essere esplorato. E meritano anche di essere esplorate le ragioni per le quali uno scienziato “sposa” una visione del mondo piuttosto che un’altra. Perché per Galileo la natura era un libro da leggere e per Monod è invece una scena vuota, dove non c’è nulla da leggere, nessun significato da intravedere? Perché Hawking afferma che lo studio del cosmo può dimostrarci che Dio non esiste e Maxwell o Einstein ci dicono esattamente il contrario? Sono domande che ogni tanto varrebbe la pena di porsi per cercare di comprendere quali sono le dinamiche, filosofiche e teologiche appunto, che implicitamente soggiacciono molti aspetti del lavoro di uno scienziato.

La stessa cosa forse si può dire degli interventi di Benedetto XVI (raccolti nel volume che presenterete) e più in generale delle attività interdisciplinari promosse dal Portale DISF…

Sei anni pontificato sono forse ancora pochi per tentare di fare un’analisi esaustiva degli insegnamenti di un Pontefice in tema di rapporti fra pensiero scientifico e teologia. Eppure Benedetto XVI ha già tracciato alcune coordinate che ama riproporre con frequenza. La fede cristiana è amica della ragione e un Dio senza Logos non può essere il Dio cristiano. Il mondo risponde ad un progetto creatore, e questo progetto è in certo modo intravisto dall’uomo di scienza, capace di percepire questo Logos perché la sua intelligenza è immagine del Dio. La teologia deve interessarsi alle conoscenze scientifiche per essere una migliore teologia. Non esiste vero progresso se le conoscenze scientifiche si limitano alla sfera dell’utile e del manipolabile e non si interrogano su cosa fa davvero crescere la persona umana. Sono solo spunti, ma individuano un itinerario che Benedetto XVI sta percorrendo da qualche tempo. L’antologia che presentiamo sabato prossimo raccoglie interventi dell’allora Joseph Ratzinger e un certo numero di discorsi di Benedetto XVI sul tema, proponendosi pertanto di offrire un contributo in tal senso. Anche sul portale DISF (www.disf.org) abbiamo cercato in questi anni di raccogliere e commentare alcuni fra gli insegnamenti più significativi di Benedetto XVI in materia, inserendoli nella cornice del ricco Magistero della Chiesa su fede e scienza, nel quale il neo beato Giovanni Paolo II occupa senza dubbio un posto tutto speciale.

 

 

Il dibattito su scienza e fede sembra monopolizzato da un lato dagli atei militanti alla Dawkins, dall’altro dai creazionisti estremi; su questo dibattito che portata e che incidenza hanno avuto il magistero sui temi scientifici di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI?

 

Le posizioni estreme alle quali si riferisce nascono di fatto in un clima religioso-culturale piuttosto distante da quello in cui, nella Chiesa cattolica, è di solito letta la sacra Scrittura. Ciò è vero anche per autori atei come Dawkins, perché essi hanno come riferimento religioso l’area culturale nella quale operano, propria delle Chiese nate dalla Riforma. Il Magistero cattolico non ha mai sottoscritto una interpretazione meramente letterale della Scrittura, e questo risolve già buona parte dei problemi ai quali la sua domanda si riferisce. La stessa vicenda di Galileo, a ben vedere, non fu una disputa esegetica ma un grande confronto di ambito filosofico-culturale, che influì positivamente sulla Chiesa cattolica, spronandola a prendere sempre più le distanze da un uso strumentale e poco illuminato della Scritture. Tutto ciò si riflette anche nel Magistero della Chiesa, e vi confluisce. Inoltre, e al di là del modo corretto di leggere le Scritture, gli ultimi pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI hanno insistito sul ruolo positivo che le scienze hanno sulla riflessione teologica, stimolando ad un clima di aperto e franco dialogo che elimina ogni radicalismo e fondamentalismo. Se sono vera conoscenza del mondo, la teologia cattolica non ha nulla da temere dalle conoscenze scientifiche: può essere da queste giustamente provocata, ma, per amore all’unica verità, deve accettare la sfida, con onestà intellettuale e rigore epistemologico.

 

Questo Workshop si inserisce nell’esperienza del DISF Working Group che prosegue ormai da diversi anni: come è nata e quali sono i suoi tratti più significativi?

Dopo i primi anni di esperienza del Portale DISF, ci accorgemmo che buona parte dei visitatori del web erano persone giovani, mediamente di formazione scientifica, interessate ad approfondire i contenuti della filosofia e della teologia in merito alle questioni scientifiche. Provammo a convocarne un certo numero a Roma, per alcuni seminari, e fummo sorpresi della risposta e dell’interesse. Dal 2005 abbiamo dato vita a un Seminario Permanente, consistente in quattro giornate di studio lungo l’anno e un Workshop finale (come quello di domani e dopo). Il Working Group riunisce ormai una cinquantina di giovani ricercatori provenienti da tutta Italia. Oltre ad ascoltare una relazione, i partecipanti lavorano in gruppi per la soluzione di un problema, pranzano insieme e presentano le loro soluzioni nella sessione pomeridiana. Per l’iscrizione è richiesta una laurea almeno di I livello e meno di 35 anni di età. Il materiale di studio e la documentazione multimediale dei seminari sono disponibili on line (http://www.disf.org/DWG/programma.asp). Uno sguardo a questo materiale può dare un’idea dei temi affrontati in questi anni. È ormai in corso di stampa un volume intitolatoConversazioni su scienza e fede, che raccoglierà, sotto forma di agili interviste, il materiale di alcuni dei seminari più significativi.

 

Lei dirige ormai da quasi dieci anni il Portale DISF: da questo osservatorio privilegiato come ha visto modificarsi l’atteggiamento del mondo scientifico verso l’esperienza religiosa?

 

Quando, insieme al prof. Alberto Strumia, pubblicammo nel 2002 il Dizionario Interdisciplinare di Scienza e Fede —un’esperienza dalla quale il Portale DISF ha poi preso corpo— si trattava della prima iniziativa di questo tipo, almeno nel panorama italiano. Parlare di interdisciplinarità era sì di moda, ma nessuno sapeva bene cosa fosse e come si facesse. Eppure, si comprendeva bene che temi come le leggi di natura, il concetto di infinito, la natura del tempo, la bellezza, o il concetto di progresso, solo per fare alcuni pochi esempi, erano questioni che, per essere affrontate in modo completo, richiedevano non solo la prospettiva scientifica, ma anche quella filosofica e in alcuni casi quella teologica. Ci sembra di poter dire che quest’opera, suscitando curiosità e interesse nell’ambiente scientifico, stimolò molti lavori analoghi. Oggi esiste un ampio spazio al dialogo fra scienze, filosofia e teologia, ma in ambito italiano ciò si realizza soprattutto in Accademie, Istituzioni culturali e sul web. A differenza di quanto già avviene in altre nazioni, questa ricerca interdisciplinare non è ancora approdata nei curriculum universitari. Intitolare cattedre a questi temi, come invece già avviene nelle Università di Oxford, Cambridge, Chicago o Berkeley, sembra a molti ancora una fantasia. Questo, credo, è il prossimo passo che ci attende.

 

(A cura di Mario Gargantini)

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