DIBATTITI/ 1. Non è il neuroteologo il supremo giudice delle certezze religiose

- Gianfranco Basti

GIANFRANCO BASTI interviene nel dibattito acceso dallo storico del cristianesimo Alberto Melloni dalle colonne del Corriere della sera con l’articolo Cercando il “neurone di Dio”

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Non si può non essere d’accordo con la tesi centrale della voce “Neuroteologia” che lo storico del cristianesimo Alberto Melloni ha preparato per il nuovo dizionario enciclopedico «La Mente», recentemente pubblicato dall’Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani. La tesi può essere riassunta nella frase «è inutile chiedere alla scienza il verdetto sulla fede» che fa da sottotitolo all’articolo “Cercando il «neurone di Dio»” pubblicato lunedì scorso dallo stesso  Melloni sul Corriere della Sera per annunciare al grande pubblico la presentazione ufficiale del Dizionario, avvenuta lo stesso giorno presso la sede romana dell’Istituto. Nella conclusione di questo articolo Melloni spiega più diffusamente il nucleo della sua tesi che, ripeto, non può non essere condivisibile.

Strumenti d’indagine assai raffinati dimostrano soltanto di saper individuare i correlati neuronali degli stati mentali propri dell’esperienza religiosa: né più né meno. Il tentativo di ridurre, Dio a movimenti di neuroni e quello di usare i neuroni per dimostrarne l`esistenza si muovono in un vicolo cieco da ambo i lati. Se c`è una zona del cervello attivata dalla meditazione religiosa, ciò non significa che neurologia e teologia hanno cessato di avere compiti diversi e metodi ai quali ciascuna si deve attenere. Dove il teologo difende la libertà dell`individuo, lo scienziato scopre che credenza, agnosticismo e incertezza pongono alla sua ricerca un’unica e identica domanda.

Il termine «neuroteologia» — inventato dallo scrittore di fantascienza Aldous Huxley, come Melloni stesso ci ricorda — denota, infatti, una particolare interpretazione degli studi sperimentali sulle basi neurofisiologiche dell’esperienza religiosa che curiosamente accomuna, tanto fondamentalisti religiosi, quanto fondamentalisti laici. Tale interpretazione consiste nell’usare queste evidenze sperimentali neurofisiologiche come argomento per provare, da parte dei fondamentalisti religiosi, l’autenticità della fede per la positiva correlazione che tali studi dimostrerebbero fra l’esperienza religiosa e stati di benessere e/o, addirittura, di migliore salute psico-fisica del soggetto che li prova. Da parte dell’altra fazione, invece, la medesima evidenza è usata per provare l’illusorietà della medesima fede religiosa perché, finalmente!, si sarebbe scoperta l’origine neurofisiologica dell’esperienza di Dio, nella preghiera e nella meditazione.

Di fronte a queste evidenti strumentalizzazioni, ha facile gioco Melloni ad affermare che il provare sperimentalmente che l’esperienza religiosa ha dei correlati neurofisiologici non prova assolutamente nulla né dell’una né dell’altra tesi. Semmai evidenzia un limite comune all’una e all’altra posizione, ovvero una sorta di imperante positivismo empirista in tutt’e due le posizioni per cui, per dirlo con le parole dello stesso Melloni, «la scienza non è più un metodo, ma un giudice al quale si deve chiedere di “dimostrare” vuoi la illusorietà vuoi la solidità dell`atto religioso».

Questo atteggiamento scientista comune ai due fondamentalismi redivivi, laicista e religioso, che oggi stucchevolmente si confrontano per la gioia dei talk-show “urlati” di certa televisione e di certo giornalismo pseudo-culturale a buon mercato, è un residuato post-moderno di quella modernità illuminista ormai tramontata che aveva affidato alle scienze matematiche e naturali il compito di fornire le “certezze assolute”, tanto care alle diverse forme di potere politico. Certezze assolute che, nell’età classica o pre-moderna, erano le religioni ad offrire per il controllo delle masse. In tutto questo “non c’è dunque nulla di nuovo sotto il sole” come lo smaliziato autore biblico del Qoelet commenterebbe, soprattutto quando si scopre che oggi, spesso, sono le medesime centrali internazionali di determinati, cosiddetti, “poteri forti” a favorire e finanziare i due opposti fondamentalismi a base empirista ed i loro spalleggiatori politico-mediatici, così da far apparire il tutto un’incredibile, assurda sceneggiata, imbandita sulla testa e purtroppo anche sui cuori delle persone.

Con tutto questo, siamo dunque mille miglia lontani da quello “allargamento degli orizzonti della ragione” di cui parla continuamente il Papa Benedetto XVI, che non possono limitarsi soltanto a quelli della “ragione scientifica”, per di più presa nella sua accezione esclusivamente empirica. Sono “scienza”, infatti, anche le discipline teoriche come la matematica, la logica, la fisica, la chimica e la biologia teoriche, le scienze cognitive etc. e non solo le loro applicazioni sperimentali come le matematiche applicate, l’informatica, o le varie branche della fisica, della chimica e della biologia sperimentali, o le neuroscienze cognitive, nonché le diverse forme di “ingegneria”, associate a ognuna di queste discipline.

Ma soprattutto sono “scienza”, nella più vasta accezione delle “scienze umane” e non solo “naturali”, sia quelle a base empirica quali la psicologia, la linguistica, la sociologia, l’economia, la storia, ma anche discipline filosofiche quali l’ontologia, l’etica, la teologia, ciascuna con tutte le sue specifiche diramazioni e parziali sovrapposizioni con le discipline attigue. Si pensi alla “psicologia sociale”, per esempio, o alla “psicolinguistica”, per rimanere nell’ambito delle scienze umane a base empirica, o alla “teologia naturale”, per passare all’ambito delle scienze filosofiche. Tutte queste discipline sono “scienze” nella misura in cui, come le scienze matematiche e naturali, che fin da Aristotele sono sempre state giustamente considerate un paradigma di scientificità, si danno ciascuna un proprio metodo rigoroso e trasparente per giustificare l’universalità delle loro specifiche forme di argomentazione, deduttive o induttive che siano.

Certamente, nell’età moderna, c’è stato un penoso decadimento nella scientificità delle discipline filosofiche e teologiche che si sono spesso auto-ridotte a vago chiacchericcio estetico o consolatorio, se non di fatto esoterico, proprio per la perdita di un metodo d’indagine rigoroso e soprattutto trasparente a tutti, anche ai non cultori della disciplina, diretta conseguenza della dissoluzione moderna della filosofia e della teologia scolastica che invece un metodo, sebbene limitato – quello analitico-sintetico della sillogistica – l’avevano ed era accessibile a tutti gli uomini di cultura.

 Il pluralismo filosofico e teologico che è derivato dalla dissoluzione del monolite scolastico nella modernità occidentale è certamente un valore. Basta però che ciascun filosofo o teologo definisca in maniera chiara a tutti quale metodo di argomentazione e d’inferenza usa, quali sono i principi e le regole specifiche che introduce rispetto alle altre forme di linguaggio scientifico, filosofico o teologico, in modo da non assomigliare, agli occhi smaliziati dello scienziato – ma ormai anche agli occhi di una sempre più vasta platea di uditori dotati di un minimo di formazione scientifica – ad una sorta di funambolo delle parole più o meno dotato, cui è concesso dire tutto e il contrario di tutto, salvo poi parlarsi addosso e alla cerchia dei propri iniziati, visto che gli altri, in questo modo, non riescono neanche a capire di cosa si stia parlando.

Quando dunque Melloni rivendica, contro le confusioni della “neuroteologia” che le scoperte delle basi neurali dell’esperienza religiosa non esimono neurologia e teologia dallo «avere compiti e metodi diversi ai quali ciascuna si deve attenere», così che non è alla neurologia che si deve chiedere conto della verità delle affermazioni teologiche e viceversa, è certamente nel giusto in linea di principio. Aggiungerei però, maliziosamente la domanda: ma quali sono oggi metodi e compiti, definiti in maniera chiara e, almeno nelle linee generali, resi accessibili a tutti, anche ai non addetti ai lavori, delle discipline teologiche e, aggiungiamo noi, ontologiche o, più in generale filosofiche? Si pensi, per esempio, ai differenti esiti di un congresso scientifico e a quelli di un congresso filosofico o teologico.

Chi entra in un congresso scientifico, vi entra con certe idee e spesso ne esce con altre diverse perché qualche collega è stato capace di dimostrare in maniera convincente per tutti una nuova tesi. Chi esce da un congresso teologico o filosofico spesso ne esce con le stesse idee con cui vi era entrato, perché ognuno si è parlato addosso e ha detto, o cose scontate o cose incomprensibili e difficilmente condivisibili, almeno per chi non ne era già convinto in precedenza. 

Se, così, per tornare al nostro tema, “neuroteologi” e imbonitori di tutti i tipi possono permettersi allegre scorribande nei territori metafisici e teologici è anche perché non si capisce più bene di cosa trattino queste discipline e di come ne trattino. Eppure mai come oggi ci sarebbe bisogno di una sana e condivisibile critica prima che teologica, ontologica, a certe affermazioni dei neuroscienziati.  Melloni con molto tatto ne accenna nella conclusione del suo articolo laddove pone il teologo a «difendere la libertà dell’uomo» contro certe pretese riduzioniste delle neuroscienze cognitive. 

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