NANOTECNOLOGIE/ Benvenuti nel migliore dei nanomondi possibili

- Mario Gargantini

E’ parere comune che un giorno le nanotecnologie avranno cambiato, e migliorato, tantissimi se non tutti gli oggetti che ci circondano. Ma quando questo avverrà?

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«Un giorno – bello o brutto non si sa – ci sveglieremo e troveremo la nostra vita quotidiana intessuta di nanotecnologie, ma a quel punto ogni effetto di sorpresa sarà svanito, poiché ciò potrà avvenire solo quando le tecnologie avranno abbandonato ormai da tempo il nido protettivo dei laboratori e delle riviste scientifiche riservate agli specialisti». È lontano o vicino quel giorno? Se lo chiede, e offre molti elementi per rispondere, Federico Neresini nel recente volume “Il nano-mondo che verrà – Verso la società nanotecnologia” (Il Mulino).

Un testo singolare, che riesce a mixare in modo piacevole la narrazione delle vicende storiche che hanno segnato l’emergere e l’affermarsi di queste nuove tecnologie, con l’analisi sociologica e la documentazione dei comportamenti dei diversi attori presenti sullo scenario: scienziati, imprese, istituzioni, comunicatori e pubblico. Un saggio interessante anche perché non solo ci aiuta a inquadrare il presente e il futuro delle nanotecnologie ma perché le riconosce come paradigma ideale per capire cosa significhi oggi “innovazione” e come si sviluppino, più in generale, le complesse relazioni tra tecnoscienza e società, superando le contrapposizioni che le vedono, alternativamente, subordinate l’una all’altra: «L’innovazione avanza insieme al cambiamento socio-tecnologico: non solo l’oggetto tecnologico evolve e si sviluppa, ma si trasforma anche il quadro di riferimento necessario alla sua interpretazione e al suo utilizzo che viene condiviso e stabilizzato all’interno del contesto sociale entro cui tale oggetto si afferma. Società e tecnoscienza si modellano reciprocamente, imponendoci di superare tanto il determinismo tecnologico quanto quello sociale per la comprensione dell’innovazione».

Poter monitorare un’innovazione tecnologica nel corso della sua infanzia è un’occasione speciale anche per studiare le reazioni del pubblico alla novità e come queste, a loro volta, incidano sul percorso evolutivo della tecnologia. Un fattore determinante di questa reciproca influenza è il mondo della comunicazione, anche se – avverte Neresini – non c’è «una regolare corrispondenza fra opinione pubblica e media, né tanto meno sarebbe appropriato considerare i secondi come valido indicatore della prima».

Sta di fatto che i riferimenti alle nanotecnologie nei media hanno subito in questi anni una accelerazione. Un’indagine riportata nel libro, che prende in considerazione gli articoli dei due principali quotidiani italiani negli ultimi dieci anni, registra un’impennata di citazioni dal 2002 in poi. È interessante tuttavia l’ulteriore analisi di “come” il termine nanotecnologie appare: in minima parte si tratta di articoli specificamente dedicati al tema; in parte vengono solo forniti breve elementi esplicativi; ma per la maggior parte (oltre il 50%) gli articoli esaminati contengono la parola “magica” nanotecnologia senza ulteriori spiegazioni.

Quindi nella comunicazione si è manifestato un effetto di anticipazione della parola rispetto alla reale presenza a livello tecnologico e industriale. Ma – si chiede Neresini – come reagisce il lettore in casi del genere? Dove prende gli elementi per una pur minima comprensione? Evidentemente vengono messi in moto processi interpretativi che utilizzano risorse già disponibili nell’immaginario collettivo. «Quando abbiamo a che fare con qualcosa di sconosciuto, abbiamo bisogno di farcene comunque e rapidamente un’idea, non importa quanto approssimativa, per ridurre così la potenziale minaccia che l’ignoto costituisce».

Da qui deriva anche il carattere di ambivalenza delle reazioni all’avanzata delle nanotecnologie: si alternano valutazioni positive che sottolineano le molteplici opportunità, con altre preoccupate per i potenziali rischi e le possibili minacce. Spesso in queste schermaglie gioca la semplicistica assonanza linguistica con le biotecnologie e con i periodici allarmi di epidemie (basti pensare al batterio che terrorizza l’Europa in questi giorni); oppure interviene la vaga intuizione che si stia spostando la tecnologia su scala atomica, con tutto quello che evoca la parola atomo.

C’è quindi un notevole lavoro da fare, sia da parte degli scienziati che dei comunicatori. Nella consapevolezza che «il modo in cui le nanotecnologie entreranno a far parte delle nostre vite sarà comunque molto diverso da come oggi lo pensiamo, ma non perché prevedere il futuro sia impossibile, quanto perché noi stessi saremo nel frattempo cambiati, individualmente e collettivamente».  Considerando comunque, come fa l’autore rispondendo alla domanda iniziale, che «Le nanotecnologie sono già tra noi, sono già parte di quell’oggi entro cui stiamo costruendo il nostro futuro. Viviamo già in una società nanotecnologica».

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