LA SCOPERTA/ L’anello mancante? L’esperto: non basta un manufatto per dire “uomo”

Con il recente ritrovamento dell’Australopithecus sediba siamo di fronte alla scoperta del tanto atteso anello mancante? Paolo Tortora esprime i suoi dubbi in proposito.

09.09.2011 - int. Paolo Tortora
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Il teschio dell'Australopithecus sediba - (Foto ansa)

E’ stato ritrovato in Africa uno scheletro di Australopithecus, denominato sediba (sorgente), risalente a quasi due milioni di anni fa (esattamente: 1.997.000). Gran parte degli scienziati di tutto il mondo sono in trepida attesa dell’annuncio del fatto che si tratti dell’anello mancante. Sarebbe infatti l’esempio più antico mai scoperto di ominide. «Dubito che un tale annuncio sarà dato. Quello dell’anello mancante è una sorta di tormentone che ciclicamente torna. Ma gli elementi a disposizione sono troppo pochi per poter dire che di questo si tratti», afferma, interpellato da Ilsussidiario.net, Paolo Tortora, docente di biochimica presso l’Università degli Studi di Milano. Lo studio, pubblicato su Science, parla di uno scheletro completo ritrovato nel 2008, in una grotta nei dintorni di Johannesburg e di altri cinque individui, tra cui un bambino. Fino ad oggi, l’Australopithecus era considerato il progenitore della razza umana. Lo scheletro di recente ritrovato, avrebbe caratteristiche di entrambe le specie, dell’Australopithecus e dell’Homo Abilis, la prima ad esser catalogata sotto la denominazione “Homo”. Secondo i ricercatori, possiede un cervello estremamente evoluto, pollici opponibili e in grado di costruire oggetti e caviglie simili alle nostre. Tutto ciò è sufficiente per potere affermare che siamo di fronte ad un “quasi” essere umano? Tortora non la pensa così. «L’evoluzione comporta una variazione di forme che avviene non in modo graduale e continuo, ma secondo dinamiche complesse e imprevedibili. Nel tempo si verificano dei cambiamenti di alcune caratteristiche morfologiche e fisiologiche; ma, per specie che lasciano, come traccia, solo uno scheletro, non siamo in grado di comprendere in cosa sia consistita effettivamente tale variazione». Anche la maggior capacità cranica non deve trarre in inganno. «Il fatto che sia stato trovato un australopiteco con una capacità cranica superiore a quelli già rinvenuti in precedenza, non è implausibile, ma non rappresenta una straordinaria scoperta. L’Homo habilis, del resto, ritrovato 2 milioni e mezzo circa di anni fa aveva una capacità cranica superiore a quella dell’australopiteco, ma di poco. Il fatto che ci sia una specie intermedia tra l’Homo habilis e l’Australopithecus, quindi,  non è una scoperta sorprendente, al limite aiuta a completare il quadro». Il problema, è che le conoscenze mancanti sono ancora troppe.

«C’è una vasta zona temporale di penombra. L’uomo così come lo conosciamo, almeno anatomicamente, risale a 200mila anni. Non sappiamo, tuttavia, se allora aveva le facoltà cognitive dell’uomo contemporaneo. Di sicuro, le aveva 30mila anni fa, perché dai graffiti comprendiamo che possedeva capacità di astrazione e linguaggio». In sostanza, 200mila e 2 milioni di anni, non misure commensurabile. «Troppi per dire, in quell’arco di tempo, cosa fosse umano e cosa non lo fosse. Nessuno, del resto, è in grado di dire con certezza quando compare la pienezza dell’umano nella complessità delle sue accezioni». Ritrovamenti del genere, inoltre, non consentono di dedurre da caratteristiche morfologiche e comportamentali una somiglianza sostanziale con l’uomo. «Per comprendere il livello cognitivo di queste creature, si tenta di correlare i reperti con la produzione di manufatti. Ma tra sviluppo cognitivo e capacità di produrre manufatti, non c’è una correlazione biunivoca. Come non c’è tra capacità cranica e capacità cognitive. Si tratta di relazioni di massima, non dimostrate, valide, tutt’al più, per azzardare delle ipotesi». 



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