DIBATTITI/ Scienza e (è) Teatro

- Alessandro Giuliani

Scienza e teatro si sono incrociati spesso nel tempo, con gli esperimenti trasformati in rappresentazioni teatrali. Ma questo approccio è insidioso, spiega ALESSANDRO GIULIANI

Rembrandt_Van_Rijn_Die_Anatomiestunde_des_Dr_Nicolaes_TulpR400
Rembrandt, Lezione di anatomia del dottor Tulp

È esperienza comune quella di non accorgersi del consueto, di ciò che vediamo tutti i giorni, e a cui, per colpa dell’abitudine, non facciamo più caso. Ma quando qualcosa cambia, oppure quando è il nostro occhio a mutare per un improvviso cambiamento dell’animo, per un grande dolore o una grande gioia, ecco che il nostro panorama quotidiano ci balza incontro con tutta la sua impellenza.

Il legame fra scienza e teatro appartiene a questo insieme di cose “troppo ovvie per essere notate” e forse la nuova luce che improvvisamente lo mostra scaturisce dall’acuto dolore per una paurosa ed apparentemente inarrestabile deriva della scienza che sembra velocemente perdere la sua presa sul reale per rifugiarsi in un mondo di virtualità e di arroganti quanto effimere pretese di controllo.

Per legame fra scienza e teatro non intendo le derive festivaliere in cui viene proposta un’immagine banalizzata della scienza come “brillante giochino dell’intelligenza” che accoglie (falsamente) tutti come potenziali protagonisti, tacendo della fatica, dell’impegno e , perché no, dei contrasti tra diversi paradigmi, degli errori su cui si fonda la vera cultura scientifica. I festival fanno parte di quello che chiamavo virtualità o, con un termine inglese difficilmente traducibile, “gamification” della scienza.

No, sto parlando proprio della scienza vera, del lavoro degli scienziati attraverso i secoli che di questo stretto legame con il teatro conserva traccia in tante parole condivise: è dal Rinascimento che i luoghi privilegiati dell’insegnamento della medicina si chiamano “teatri anatomici’, e ancora sono chiamate “teatri” le sale da congressi dove si svolgono i convegni scientifici. Fino a meno di un secolo fa era prassi comune che gli scienziati (così come gli esploratori) esponessero i loro risultati alla parte “colta” della popolazione nei teatri cittadini, comparendo in cartellone insieme a melodrammi e lavori di prosa e molti di noi saranno stati insieme divertiti e commossi dall’esilarante “esibizione scientifica” della “creatura” del dr. Frankestein in un ipotetico teatro scientifico europeo nel mitico Frankestein Jr. di Mel Brooks.

A Mantova possiamo ancora ammirare il Teatro Scientifico costruito tra il 1767 e il 1770 secondo i progetti di Antonio Bibiena, che aveva tra i suoi scopi principali la messa in scena di lezioni, pubblici esperimenti e dimostrazioni organizzati dalla locala accademia delle scienze.

D’altronde la parola spettacolo condivide la stessa origine dal verbo latino “spectare” (iterativo per osservare) con speculum (specchio, ma anche uno dei più gloriosi ferri del mestiere dei medici per investigare le cavità corporee) e speculazione. Questa etimologia ci suggerisce che osservare la realtà attraverso il filtro di un artificio che fornisce un peculiare punto di vista (lo speculum) e mostrare i risultati così ottenuti in uno “spettacolo” sia la base comune dell’attività scientifica e teatrale. Questo legame era talmente consapevole all’inizio della scienza moderna che le accademie scientifiche del seicento producevano dei trattati sulla migliore “messa in scena” delle dimostrazioni scientifiche1.

Il legame è però ancora più profondo: ciò che tutto sommato discrimina la scienza moderna da altre forme di conoscenza è il suo fondarsi su delle pratiche “riproducibili” che, dato un certo ingresso, forniranno una uscita ben definita in termini di una quantità misurabile. Sia l’ingresso che l’uscita sono inevitabilmente affette da un certo livello di incertezza che a sua volta può essere quantificata da un “intervallo di confidenza’. La stragrande maggioranza delle imprese scientifiche non operano direttamente sulla realtà che pretendono di spiegare ma su una sua “copia” artificiale (laboratori, modelli sperimentali..) che consente un maggior controllo e una vista più profonda allo sperimentatore rispetto alla controparte naturale. Questi ambienti artificiali devono esser preparati con cura per ciò che riguarda materiale di partenza (e.g. colture cellulari attentamente selezionate in termini di tessuto d’origine, ceppo, condizioni di crescita..), strumenti di misura (spettrofotometri, microscopi, traccianti fluorescenti o radioattivi..) e metodologia di analisi statistica (metodi descrittivi e/o inferenziali, indici, modellistica matematica..).

La rilevanza dei risultati dipende in maniera critica dalla congruenza tra questi costrutti artificiali e la realtà di riferimento che si vuole emulare. Gran parte del dibattito tra gli scienziati sui diversi argomenti scientifici, si dipana proprio attorno a questa congruenza. La scienza “funziona” se lo scienziato riesce a trovare la giusta prospettiva che leghi in maniera efficace la costruzione artificiale con il mondo naturale. Per questo motivo la sezione ‘Materiali e Metodi’ è la parte più delicata di un articolo scientifico ed insieme quella che non viene mai divulgata nei media generalisti o nei festival della scienza che per questo motivo perpetuano una immagine profondamente distorta del fare scientifico.

Stabilire un legame tra una realtà inconoscibile in quanto tale e la sua rappresentazione in laboratorio è a tutti gli effetti una “messa in scena’, l’arte teatrale è tutta nel trovare un delicato equilibrio tra testo, scenari, recitazione che riesca a generare una “credibile illusione” di realtà nello spettatore. Il successo di un lavoro teatrale sarà quindi strettamente legato a quanto questa consapevole illusione (allo spettatore viene implicitamente richiesto un certo grado di “sospensione dell’incredulità” per poter apprezzare lo spettacolo) riesca a risuonare con le esperienze di vita ed i sentimenti degli spettatori.

Nel suo libro Ai miei figli (Mondadori, 2006) Pavel Florenskij, uno dei pensatori più originali e profondi del secolo scorso (insieme matematico, ingegnere, chimico, teologo, filosofo..) racconta della profonda impressione che aveva derivato da bambino da uno spettacolo di illusionismo nel teatro della sua città. Da grande Florenskij, ripensando a questa esperienza, comprese che è proprio l’illusionismo la forma di spettacolo più vicina alla spiegazione scientifica della realtà.

Il ruolo critico, che ha permesso alla scienza di progredire, degli “spettatori” dell’esperimento scientifico è stato negli anni quello di cercare il “trucco” che permettesse di considerare l’esperimento un “puro artefatto” e così non dover cambiare la visione del mondo precedente (i filosofi chiamano questa attività falsificazione). Solo se l’esperimento fosse riuscito a sopravvivere a questa critica, anzi fosse divenuto sempre più “imbarazzante” grazie ad ulteriori conferme (meglio ancora se attuate attraverso messe in scena completamente diverse dalla prima), allora la soluzione più ragionevole sarebbe stata quella di “adattare il mondo” all’esperimento, cioè far rientrare il gioco di prestigio nell’ambito delle esperienza “ordinarie” cambiando la definizione di “ordinario” integrandola con la nuova conoscenza sulla natura fornita dal trucco ben riuscito.

Le conseguenze di queste instabili fondamenta sono state magistralmente messe in luce dallo statistico greco (ma con base a Stanford) John Ioannidis che in un suo fondamentale lavoro dall’inquietante titolo “Why most published research findings are false” (Perché la maggior parte dei risultati scientifici sono falsi) apparso sul prestigioso PLoS Medicine ha proprio indicato nella proliferazione incontrollata di risultati scientifici non emendabili una minaccia gravissima al futuro della conoscenza scientifica. Una “sospensione dell’incredulità” protratta all’infinito sta semplicemente cancellando i confini tra virtuale e reale, tra teatro e vita, condannando la scienza alla totale irrilevanza conoscitiva.

Forse sarà un’altra forma di teatro a salvarci, ma questa volta non lo show di prestidigitazione, piuttosto un’antichissima e universale forma d’arte: il teatro delle marionette (di cui non a caso Florenskij era un grande estimatore2. Nel teatro delle marionette l’identificazione diretta tra vita e teatro è resa impossibile dall’evidente fissità della maschera e dal ruolo predefinito e rituale dei personaggi (si pensi ad esempio all’Opera dei Pupi in Sicilia), questo provoca una semplificazione enorme ed una grande pulizia formale che permette una immediata percezione dell’essenziale del dramma rappresentato. Ogni possibile differente situazione si trova ingabbiata in una dinamica molto ritualizzata in cui è subito evidente chi è il buono e chi è il cattivo, permettendo così a spettatori di età e sensibilità molto differenti di capire il senso di ciò che sta andando in scena.

Esattamente lo stesso tipo di operazione attuata dalla tecnica statistica denominata “Meta-Analisi’. Questa tecnica è stata sviluppata nell’ambito della ricerca clinica per consentire ai medici (che un rapporto proficuo con il reale devono per necessità averlo) di distillare l’informazione rilevante per il loro lavoro di tutti i giorni dispersa in milioni di singole ( e spesso contrastanti) pubblicazioni scientifiche. La meta-analisi, come implicito nel suo nome, assume una prospettiva di “secondo-ordine” sugli studi clinici: invece di considerare i singoli pazienti come le unità statistiche e i parametri clinici come variabili, considera come unità statistiche i singoli studi scientifici (i.e. gli articoli sulle riviste specializzate) eseguiti sullo stesso argomento in diversi tempi e da diversi sperimentatori e ad ogni studio assegna un punteggio sintetico che ha sempre lo stesso significato e la stessa forma (come il burattino) corrispondente alla distanza dalla condizione “assenza di risultati rilevanti” .

Così ad esempio, una meta-analisi sull’effetto del farmaco A sulla malattia B assegnerà a ogni singolo studio eseguito sull’argomento un punteggio sintetico S del tipo:

 S = (proporzione di pazienti trattati con A guariti / proporzione di pazienti trattati con placebo guariti)

È chiaro che più S si avvicina all’unità più la differenza tra farmaco e placebo è irrilevante.

Una rappresentazione di questo tipo in cui tutti gli studi sono confrontati attraverso questo indice molto semplice e di immediata comprensione (più alcune suggestive aggiunte come una rappresentazione grafica che riporta “il grado di attendibilità generale” dello studio) ha consentito di sfrondare la medicina da moltissime false credenze e insieme di confermare l’efficacia di numerosi trattamenti.

Chiaramente una strada di questo tipo non è esente da critiche, prima fra tutte l’arbitrarietà delle valutazioni di affidabilità dei singoli studi, anche se a mio parere questa arbitrarietà è ineliminabile e fa parte della conoscenza umana, l’unica cosa importante è che i criteri adottati siano riproducibili e quindi ben esplicitati. Inoltre allargare questa ultra-semplificazione a studi in campi differenti dalla clinica non è cosa immediata, nonostante ciò credo sia una strada da tentare per contrastare la “morte termica” per auto-referenzialità di quella meravigliosa attività dello spirito che chiamiamo scienza3.

 

1. (vedi Galluzzi P. (2001) Scienziati a corte: l’arte della sperimentazione nell’Accademia Galileiana del Cimento: 1657-1667. Sillabe Editore, Firenze).

2. Cfr. P. Florenskij ‘Stratificazioni’ Diabasis 2008

3. Questo articolo è una versione ridotta e modificata dell’articolo dello stesso autore comparso sulla rivista di filosofia Topoi

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori