GEOLOGIA/ Quando i gas serra vengono dalle profondità della crosta terrestre

- int. Giuseppe Etiope

Lo studio di alcuni ricercatori americani pubblicato su Nature, riguardo alle manifestazioni superficiali di gas naturale rafforza i risultati già ottenuti da GIUSEPPE ETIOPE (Ingv)

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In Alaska i seeps sono apparsi in superficie a seguito dello scioglimento dei ghiacciai

Un gruppo di ricercatori americani ha recentemente scoperto numerose manifestazioni superficiali di gas naturale (denominati seeps) in Alaska, a seguito dello scioglimento dei ghiacci a partire dalla piccola era glaciale avvenuta tra il 1.600 e il 1.800 d.C. Lo studio, pubblicato sulla rivista Nature, conferma e rafforza i risultati ottenuti da Giuseppe Etiope, geologo dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) che ha raccolto numerosi dati sul flusso delle manifestazioni gassose geologiche in diversi continenti, permettendo di stimare le emissioni naturali in atmosfera di gas serra che risalgono da rocce profonde lungo le fratture della crosta terrestre.

La stima più recente è riportata ora su Nature Geoscience, nell’articolo “Methane uncovered” composto da due parti: una parte di commento dell’articolo dei ricercatori americani sulla scoperta dei seeps e una parte che fa il punto su questo tipo di studi a livello mondiale. «È questo l’ambito della mia ricerca – dice Etiope a Ilsussidiario.net – In questa seconda parte ho fornito un aggiornamento sui dati dell’emissione globale di metano in atmosfera da fonti geologiche naturali. L’importanza di queste emissioni naturali non viene scoperta ora: personalmente ci lavoro da dieci anni ma ci sono state altre pubblicazioni in merito. Ora su Nature appare una stima globale aggiornata».

La stima suggerisce un’emissione di almeno 60 milioni di tonnellate l’anno, circa 10 in più rispetto alla precedente valutazione, pubblicata sempre da Etiope a partire dal 2004. Ciò conferma che le emissioni geologiche sono la seconda fonte naturale di metano, dopo le cosiddette “wetlands” (terre umide o paludi). Questo tipo di emissione naturale è stata sempre ignorata o sottovalutata fino a quando, qualche anno fa, i risultati di Etiope sono stati adottati dall’agenzia federale ambientale americana (EPA) e dall’agenzia ambientale europea (EEA) nei loro rapporti ufficiali sulle emissioni di gas serra. Nel 1991 il Premio Nobel Paul Crutzen, sempre su Nature, aveva notato che nel bilancio atmosferico del metano i conti non tornavano e mancava una sorgente di cui non era chiaro quale potesse essere l’origine: Etiope ha fornito la soluzione.

Ma come sono stati raccolti i dati? «Con riferimento ai dati “globali”, posso riassumere il nostro lavoro dicendo che i dati sono stati raccolti nel corso di almeno dieci anni, in diversi paesi in Europa, Asia e America, misurando il flusso del gas con varie tecniche a seconda della tipologia della manifestazione (per esempio tramite “scatole di accumulo” o flussimetri)».

Si è trattato di un’operazione di raccolta e analisi di così di una mole ingente di dati, che Etiope descrive con una certa soddisfazione: «Sempre in riferimento ai dati globali, direi che c’è voluto ovviamente molto tempo, molte indagini sul terreno, la collaborazione di altri ricercatori stranieri. Non abbiamo incontrato particolari problemi specifici, se non quello di raggiungere delle aree a volte remote, lontano da centri abitati».

Quanto alla natura di queste emissioni è importante distinguere. Il metano delle wetlands è un gas “biologico” prodotto in tempi recenti da microbi specializzati (metanogeni); il metano “geologico” è invece quello prodotto in passate ere geologiche dalla degradazione della sostanza organica in rocce più o meno profonde e accumulatosi nei giacimenti petroliferi e di gas naturale; tale gas può migrare verso la superficie terrestre lungo spaccature (faglie, fratture) della crosta terrestre.

Gli studi di Etiope hanno dimostrato che queste risalite naturali di gas sono più diffuse e abbondanti di quanto sia mai stato previsto, con flussi di gas in atmosfera spesso superiori a quelli prodotti dai processi biologici.

«L’Alaska è solo una delle numerose aree dove esistono seeps petroliferi: in tutto il mondo ne esistono migliaia (forse più di 10.000), in Alaska sono stati contati solo 70 siti.

Ve ne sono tantissimi in Italia (in tutte le aree petrolifere, dalla Pianura Padana, lungo la costa adriatica fino in Sicilia), in Romania, in Ucraina, Russia, Grecia, Turchia, ovviamente nel medio oriente, in Usa, America latina, insomma ovunque ci sono giacimenti di petrolio».

La storia dell’Alaska è stata pubblicata su Nature solo perché i seeps sembrano essersi sviluppati a seguito del ritiro dei ghiacciai (per motivi geologici particolari); dunque, se il ghiaccio si scioglierà ulteriormente, l’emissione può aumentare influenzando in teoria la concentrazione di metano in atmosfera e quindi il clima. «Questo è però un concetto utilizzato per fare “sensazionalismo” (come piace a Nature), più che un dato scientifico verificato. Ciò che sappiamo è che, attualmente, l’emissione di metano geologico dall’Alaska è molto meno di un milione di tonnellate l’anno, mentre l’emissione globale di metano geologico è di almeno 60 milioni di tonnellate l’anno (la seconda fonte naturale dopo le wetlands)».

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