BOSONE DI HIGGS/ Appena scoperto e già si prepara a un futuro più “luminoso”

- int. Lucio Rossi

Nel più grande laboratorio di fisica delle particelle al mondo, il professor LUCIO ROSSI ha lavorato alla realizzazione del progetto LHC e alla importante scoperta del bosone di Higgs

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L’annuncio è stato dato ieri mattina al Cern di Ginevra: il bosone di Higgs, la particella grazie alla quale è possibile spiegare come mai tutte le cose nell’universo hanno una massa, esiste e la sua massa è tra le 125 e 126 volte più di quelle di un protone. I dati provenienti dagli esperimenti Cms e Atlas, coordinati rispettivamente dall’americano Joseph Incandela e dall’italiana Fabiola Gianotti, hanno fatto il giro del Pianeta e in questi giorni successivi all’annuncio affrontano l’esame dei fisici di tutto il mondo radunati a Melbourne per il loro congresso annuale.

Tra i tanti italiani che hanno contribuito al successo della ricerca c’è Lucio Rossi che nel più grande laboratorio di fisica delle particelle al mondo ha avuto e ha un ruolo fondamentale nella realizzazione della “macchina”LHC: Rossi è a capodei magneti superconduttori grazie ai quali è stato possibile portare il grande collisore adronico a quei livelli di energia che hanno consentito di individuare e misurare la sfuggente particella; e prossimamente guiderà l’upgrade di LHC verso più elevate prestazioni. Presentando ieri i risultati degli esperimenti, Incandela e Gianotti hanno più volte ribadito l’eccellente performance dell’acceleratore e la sua importanza nel cammino verso la scoperta. Su questo ilSussidiario.net gli ha rivolto alcune domande.

Professore, dopo i primi guasti all’avviamento di LHC pensava che si sarebbe giunti a questo grande traguardo?

Ovviamente speravo che fosse possibile. Il guasto avvenuto in passato è stato certamente importante e per ripararlo abbiamo dovuto lavorare duramente circa un anno e mezzo. Ci siamo impegnati affinché la base della macchina fosse progettata al meglio, così è stato e il risultato ottenuto rappresenta senza dubbio un ottimo traguardo.

Lei si assunse anche la responsabilità di quel guasto che costò molti mesi di stop: come si è sentito in quei momenti?

Rimango dell’idea che l’errore ci accompagna inevitabilmente nel nostro cammino. Siamo uomini, sbagliamo, e la cosa più importante è sapersi risollevare e continuare sulla propria strada. Pensare che non si possa sbagliare non porta a crescere, quindi il fatto di essermi assunto quella responsabilità significa accettare che nella vita si sbaglia tante volte ma che poi è necessario non restare prigionieri degli errori commessi e andare avanti. Anzi, l’errore in certi casi indirizza su una strada anche migliore, come in realtà è stato nel caso dell’LHC che adesso funziona molto bene.

Ha mai pensato che il danno riscontrato potesse pregiudicare una scoperta storica?

Il danno era certamente molto importante quindi abbiamo dovuto prima capire come mai si fosse verificato. Ci sono stati momenti di scoramento forti ma anche la stessa riparazione è stato il frutto di un grande lavoro collettivo che ci ha dato ancora più forza. Così ecco che dopo poco tempo eravamo già convinti di poterne venire fuori senza problemi e di poter presto arrivare a traguardi importanti. Sappiamo che nella vita accadono cose ben peggiori di questa, quindi tra alti e bassi non abbiamo mai perso la fiducia.

Lei è stato poi l’artefice della “ricostruzione” e LHC si è dimostrato ampiamente all’altezza: come si fa ad accettare un errore e a trovare la forza di porvi rimedio in un mondo come quello della fisica che da fuori sembra “perfetto” e non ammettere il minimo errore?

Anche se può sembrare così, il mondo della fisica non è affatto perfetto. Basti pensare alla vicenda dei neutrini, valutati più veloci della luce ma a seguito di un errore di valutazione sperimentale. Gli errori avvengono e purtroppo spesso ci scandalizziamo perché crediamo che la fisica sia perfetta: è un’attività umana e come tale si presta a numerosi errori commessi dagli uomini. L’errore non è un deficit ma è la misura del fatto che siamo imperfetti, però come ho già detto la cosa più importante è capire che si hanno le possibilità per riprendersi e continuare. Il cammino verso una verità non è mai lineare ma è una verifica che prevede inevitabili momenti di errore, come in ogni aspetto della vita. Se si lavora con la paura di sbagliare non si potranno mai raggiungere imprese paragonabili all’LHC e se il risultato deve essere garantito a priori non c’è più spazio per la libertà umana. Quello che fa la differenza è anche la bravura con cui si evita e si affronta l’errore.

Quali sono i punti di forza di LHC che hanno consentito questi risultati?

Innanzitutto la macchina stessa. Certo, gli esperimenti sono importantissimi ma è come se fossero degli “occhi” che per vedere necessitano prima di tutto della luce. LHC è come un generatore di luce nuova che fa vedere meglio le cose, funziona molto bene e effettivamente produce delle collisioni con un tasso molto più alto di quello previsto. La caratteristica principale che contraddistingue la macchina è indubbiamente la tecnologia che possiede, come la superconduttività, applicata soprattutto dagli americani ma di cui adesso abbiamo la supremazia grazie a LHC.

 

Come avviene al Cern la collaborazione tra fisici teorici, fisici sperimentali che si occupano degli esperimenti e fisici, come lei, che si occupano del funzionamento dell’acceleratore?

 

Il Cern è diviso in due grandi settori: quello degli acceleratori e quello di fisica sperimentale, al cui interno c’è anche un piccolo nucleo di teorici. Gran parte di questi proviene però dalle università e anche gli stessi fisici sperimentali del Cern rappresentano solo un terzo del totale. Per quanto riguarda la macchina avviene invece il contrario: la maggior parte dei fisici è al Cern e abbiamo una collaborazione con diversi istituti che rappresentano circa il 15-20% del totale. Ogni ruolo è comunque fondamentale ed esistono molti punti di contatto.

 

Parliamo invece di scenari futuri: c’è ancora una possibilità di miglioramento delle prestazioni della macchina?

 

Ora sono responsabile proprio del progetto LHC ad alta luminosità: vogliamo aumentare le prestazioni della macchina di un fattore 10 per il 2020-2022. Come detto, la macchina produce una luce fine, mai creata prima, che mostra quindi al meglio i dettagli. È come entrare in una stanza piena di oggetti: se si vogliono osservare meglio è necessario aumentare la luce ed è proprio quello che stiamo facendo per poter vedere meglio le qualità del bosone di Higgs o di altre particelle che verranno scoperte nei prossimi dieci anni. Inoltre sto facendo partire un progetto LHC ad ancora più alta energia che dovrebbe aumentare anche la finezza della luce stessa che produciamo; ma, mentre il progetto ad alta luminosità punta al 2020, quest’ultimo è destinato ad essere ripreso dai nostri figli e dai nostri nipoti, così come noi abbiamo approfittato del lavoro svolto da coloro che ci hanno preceduto.

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