SPAZIO/ Nespoli: vi racconto l’infinito visto da una navicella spaziale

- int. Paolo Nespoli

Ieri al Meeting il rapporto con l’infinito ha preso i contorni di un’avventura precisa: quella di PAOLO NESPOLI, che a vissuto sei mesi in orbita sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS)

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Immagine di archivio

Ieri al Meeting il rapporto con l’infinito ha preso i contorni di un’avventura precisa: quella di un uomo come Paolo Nespoli, che ha lasciato la superficie del nostro Pianeta per inoltrarsi nello spazio e ha vissuto sei mesi in orbita, sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS) a circa 500 km dalla superficie del nostro Pianeta, vivendo l’esperienza unica e straordinaria di poter rivolgere lo sguardo sia alle stelle che alla Terra. Un’esperienza singolare, che però ha le sue radici e le sue motivazioni in qualcosa che accomuna tutti e che ha a che fare con aspirazioni, desideri, aspettative che sono di tutti e concorrono a identificare quella natura umana di cui parla il titolo del raduno riminese. Ilsussidiario.net l’ha incontrato alla vigilia del suo incontro col popolo del Meeting.

Che valore assume l’espressione “rapporto con l’infinito” quando si vive sospesi a 500 km dalla superficie terrestre?

Uscire fuori dall’atmosfera terrestre ti dà la possibilità di vedere il mondo con degli occhi diversi; in un certo senso ti fa vedere il grande (la Terra) come fosse l’ultrapiccolo: e ciò ti fa sentire ancora più piccolo. Se poi uno guarda tutto quello che c’è intorno, nell’universo, si rende conto veramente di non essere che una piccola parte, un granello di sabbia in queste spiagge infinite. Per me è un po’ il senso della fine della fisica e dell’inizio della meta-fisica.

Un aspetto di questo rapporto con l’immensità degli spazi è certamente la visione di scenari spettacolari: come appare il cielo visto … dal cielo?

Abbiamo una visione del cielo un po’ particolare: siamo infatti fuori dall’atmosfera e quindi le stelle si vedono meglio e se ne vedono molte di più; d’altra parte però la stazione spaziale è fatta in modo che per buona parte del tempo il nostro sguardo è rivolto verso la Terra. È raro quindi trovarsi in posizioni tali da sentirsi immersi nell’universo. Viceversa la Terra si offre a noi con una spettacolarità incredibile.

E come appare allora il nostro Pianeta? Cosa suggerisce la sua visione dall’alto?

È meraviglioso poter vedere la Terra come un insieme, vedere questo disco, questa “biglia”, che si staglia nell’infinito nero con dei colori molto intensi, quasi sgargianti; a volte con la prevalenza dell’azzurro, altre col bianco delle nuvole che domina, ma sempre con una grande vivacità. E poi, dalla visione del tutto, si può passare ad osservare i particolari: a me sembrava di essere come uno scienziato in camice bianco che faceva osservazioni al microscopio, ma poi riflettevo che ciò che osservavo aveva dimensioni di centinaia di chilometri e forse dovevo chiamare il mio osservatorio “macroscopio”. La Terra vista così è ancor più bella e interessante. E ti fa pensare e forse anche cambiare. Qui noi pensiamo di avere un’area di influenza di circa 20-30 km, più o meno fin dove si può spingere il nostro sguardo. Invece siamo fatti per andare oltre, per spingerci più in là, per abbracciare l’intero Pianeta. Sorprendente è poi l’atmosfera.

Perché?

È come una piccola pellicola, quasi una copertina leggera, adagiata con delicatezza che sembra quasi di poterla spostare. Mi ha dato l’impressione di qualcosa di molto fragile. Da lassù ci si rende più conto della fragilità di questa nostra Terra, della complessità dei suoi ecosistemi, degli equilibri delicati dei quali l’uomo è parte rilevante e sui quali siamo riusciti a produrre un impatto che il sistema sopporta a fatica. Fa effetto vedere quei continenti che fino a cent’anni fa era bui ed ora sono totalmente illuminati, in una continuità senza confini che accentua il senso di un comune destino ma anche di una comune responsabilità. L’impressione più forte per me è stata quella di vedere il Pianeta come una nave in viaggio nell’universo: noi siamo i marinai e la dobbiamo trattare con cura, per non farla affondare …

Il soggiorno prolungato in assenza di gravità rivela qualcosa circa la natura dell’uomo: capacità di adattamento a condizioni particolari, ma anche possibilità di compiere errori e di riprendersi.  Ha qualche esperienza particolare da raccontare in merito?

Mi stupisco sempre di come il corpo umano e la persona sia in grado di adattarsi a situazioni anche estreme, che sembrano impossibili da sopportare: sei mesi, in uno spazio esiguo con cinque altre persone con le quali condividere tutto il tempo, con la telecamera che riprende ogni singola cosa che fai e un centinaio di controllori di volo che studiano ogni tua mossa. Eppure riusciamo a sopportarle. E non solo riusciamo a sopravvivere: riusciamo anche a farlo diventare un momento di crescita, per imparare, per allargare i nostri orizzonti conoscitivi. Ci sono stati anche momenti particolari.

 

Di che tipo?

 

Niente di grave, per fortuna; e niente che richiedesse capacità sovrumane. Però tutti i giorni c’era qualcosa da migliorare, in base anche a un confronto con persone diverse, con culture diverse. Si fanno anche degli errori: io personalmente ho fatto degli errori, soprattutto i primi tempi; non ho seguito le procedure corrette, ho distrutto qualche piccola apparecchiatura … Però l’uomo ha una grande capacità dio imparare. E dopo una cinquantina di giorni ho iniziato a sentirmi a mio agio, a sentirmi a casa e in grado di dare il mio contributo reale agli obiettivi comuni. Dobbiamo stare attenti quando vogliamo definire i nostri limiti: a volte ci sopravvalutiamo ma altre volte ci attribuiamo limiti che sono arbitrari e bloccano molte possibilità interessanti.

 

L’imponenza delle missioni spaziali, i costi, le difficoltà, insieme alle soddisfazioni, portano più facilmente a porsi domande sul perché e sul senso di queste imprese. Lei come si sente di rispondere?

 

Penso che sia tutta una questione di equilibrio. È vero, le missioni sono complesse costose e in qualche caso finiscono male. Però l’opportunità di avere un laboratorio unico fuori dal Pianeta, come è ad esempio la ISS, che ci permette di studiare, di sperimentazioni cose impossibili qui sulla Terra,  ci dà un ritorno di conoscenze e di capacità altrimenti impensabili e che valgono i costi e gli sforzi dispiegati. Porsi degli obiettivi a prima vista “impossibili” è un modo per rendere più possibili le cose di tutti i giorni. E fa parte della nostra natura umana il voler tentare sempre di più, il conoscere sempre più: andare nello spazio è un’occasione per essere noi stessi.

 

(Mario Gargantini)



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