SCIENZA & VITA/ Un Festival per dire che “la vita non è sola”

- int. Domenico Coviello

A  Bologna sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre il primo festival organizzato da Scienza & Vita. Un confronto aperto tra arte, filosofia e scienza. Intervista a DOMENICO COVIELLO

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La locandina del Festival

Sarà un confronto aperto tra arte, filosofia e scienza sui temi più appassionanti e controversi della bioetica e biopolitica: è quello che si aspettano i responsabili dell’Associazione Scienza & Vita che hanno promosso il loro primo Festival col titolo: “La vita non è sola”. Due giorni di incontri, spettacoli, dialoghi, sabato e domenica prossimi a Bologna: «uno strumento – dicono i promotori – per sperimentare un cambiamento di modalità di comunicazione con quanti siano incuriositi ad ascoltare e a intervenire nei caffè di Bologna con esperti, ma ancor di più testimoni dell’esperienza di vita relativa a quattro momenti del nostro essere umani».

Negli incontri, tavole rotonde e nei “Caffè delle conversazioni scientifiche” si alterneranno filosofi, genetisti, sociologi, teologi, neonatologi, psicologi, costituzionalisti mentre sabato sera Davide Rondoni e l’Orchestra di Ambrogio Sparagna proporranno uno spettacolo di musica e poesia sul tema del Festival.

Con Domenico Coviello, genetista e copresidente nazionale di Scienza & Vita, abbiamo passato in rassegna i principali spunti di riflessione, le parole e i contenuti di questo evento.

Iniziamo dal titolo: cosa significa “la vita non è sola”?

Se la vita non è sola, vuol dire che occorre respingere la tentazione della chiusura egoistica e dell’isolamento, per aprirsi al bisogno/desiderio di legami, espressi nella ricerca  di amicizia, di amore e di solidarietà sociale che passi attraverso un itinerario di formazione in tutte le fasi della vita umana: dal bambino sino all’uomo anziano.

In concreto?

In concreto significa analizzare, sfuggendo alle costruzioni teorico-astratte, i fallimenti di un progetto basato su modelli socio-culturali che invitano ad esaltare l’individualismo, come forma necessaria di autorealizzazione in un contesto di civiltà segnato dal conformismo sociale e dall’anonimato. Questa base antropologica è necessaria, al fine di proporre una riflessione sulle questioni bioetiche più rilevanti.

Veniamo quindi ai temi bioetici: il “fine-vita” è sempre un punto cruciale…

Qui il principio dell’autodeterminazione sembra oggi prevalente e si autogiustifica con il valore dell’autonomia del soggetto. Occorre disarticolare questa paradigma con argomentazioni razionali che, ad esempio, dicano come autonomia e autodeterminazione (principi astratti) possono esprimere nell’esperienza concreta la solitudine del morente e il silenzio di fronte alla sua richiesta di aiuto, lanciata al medico e ai familiari. Ogni uomo muore solo, ma non isolato dal resto della sua comunità di affetti e di appartenenza. Bisogna essere capaci di ridire il valore della com-passione e della compagnia in ogni fase della vita, in particolare quando si avvicina il tempo del distacco.

E la nascita?

Anche la nascita è “un essere donati a noi stessi”. L’uomo non nasce autosufficiente, ma viene generato da due componenti, una maschile e una femminile, e alla nascita è totalmente dipendente dai genitori altrimenti non sopravvive. Inoltre i genitori, oltre al sostentamento fisico, hanno il compito di avere cura del proprio piccolo nel senso più completo e ampio del termine: l’educazione, anche nella sua componente psico-affettiva, non viene trasmessa con il DNA, ma viene trasmessa con la testimonianza e l’amore di cui il bambino ha estremamente bisogno.

Il tema della cura nel nuovo contesto tecnologizzato spesso assume risvolti impensabili. Come affrontarlo?

 

Non siamo mai, in assoluto, esseri autodeterminati, se è vero che conviviamo con una serie di regole familiari e sociali che ci condizionano. Bisogna mettere in evidenza il valore della “relazione”. La relazione di cura deve potersi esprimere non solo dentro l’esperienza del dolore e della malattia. È un valore che deve accompagnare una madre che aspetta un bambino, un giovane in difficoltà, una coppia in crisi, un anziano che aspira ancora a sentirsi parte del mondo.

 

Come valuta l’attuale contesto socio-culturale in riferimento alla dimensione comunitaria della vita?

 

Da sempre l’uomo si è organizzato in comunità che gli permettono di sopravvivere con maggiori garanzie. Il primo nucleo comunitario è la famiglia, con bambini, genitori e nonni. Questo tipo di comunità garantisce la crescita di un neonato e aiuta l’anziano nella sua fragilità accompagnandolo al termine naturale del nostro ciclo di vita. Purtroppo, un progressivo ma inesorabile scivolamento di valori non più basati sulla centralità della comunità ma verso la centralità dell’individuo, ha determinato nell’ultimo ventennio una solitudine dell’uomo che si chiude sempre più in se stesso, nei suoi diritti, nel suo egocentrismo.

 

Lei è un medico,un genetista: come si pone la scienza di fronte a queste problematiche?

 

Anche la scienza, in tutte le sue espressioni teoriche ed empiriche, parla della rete di cooperazione biologica, ad esempio, e di come tutto il nostro corpo risponde a meccanismi neurofisiologici che esprimono l’unità della persona nella differenza delle funzioni e delle parti. Dobbiamo cercare di veicolare un messaggio di fiducia nella ricerca scientifica e nella pratica clinica: la scienza è fatta da uomini e donne che condividono la nostra comune umanità e sono parte del complesso relazionarsi al mondo. Non esistono gli umanisti da un lato, e gli scienziati dall’altro: la scissione di questi due mondi genera solo una nefasta separazione e parzialità delle pratiche, che si riversano negativamente sulla nostra esperienza quotidiana.

 

Il Festival è nato dalla vostra Associazione; a chi si rivolge?

 

A tutti. Il Festival, ripercorrendo l’arco della vita dalla nascita al suo tramonto naturale, vuole con gioia e grande desiderio di condivisione ricordare che la felicità nell’uomo non è basata su quello o su quanto fa ma su “come lo fa” e sui valori che lo sorreggono. La “laicità” del nostro approccio peraltro non deve far dimenticare come la visione cristiana dell’agape è un bene comune a cui tendere. Non si tratta di fare apologetica, ma neppure di dimenticare le nostre singole storie di persone che hanno incontrato il Signore e gli hanno risposto, guadagnando una prospettiva allargata di fronte alle urgenze del nostro presente. Si tratta in questo caso di trovare le parole giuste perché questo festival sia un evento fatto da credenti, che vogliono condividere con tutti la luce che è stata a loro donata.

(Michele Orioli)




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