AMBIENTE/ Se il Nord Atlantico si riscalda, aumentano le gastroenteriti

- Margherita Bavestrello

Una ricerca ha messo in rapporto, spiega MARGHERITA BAVESTRELLO, i cambiamenti climatici dell’ambiente marino con problemi inerenti la salute umana, in particolare l’aumento delle gastriti

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L'Osservatorio del Clima sul Gran Sasso

Riscaldamento globale. Basta questa idea per sentire nelle orecchie il sibilo acuto del ghiaccio che si rompe e un fremito ci prende le gambe, come se il pavimento venisse a mancare sotto i piedi. Gli scenari apocalittici, per fortuna, restano ancora relegati nelle sale cinematografiche ma che il nostro Pianeta stia entrato in una fase di violenti mutamenti metereologici lo possiamo constatare ogni qualvolta si sente parlare dell’ennesima catastrofica alluvione.

Sembra accertato che, nell’ultimo centinaio di anni, la temperatura media delle acque del mare sia aumentata di quasi 1 °C: attorno all’Europa, la temperatura dei mari regionali è cresciuta a un ritmo senza precedenti, con il Mar Baltico, il Mare del Nord e Mar Nero che mostrano incrementi estremamente significativi. In questi ultimi decenni, è stato pure osservato un aumento importante di casi di gastroenteriti (CDC FoodNet data 2008; Martinez-Urtaza et al. 2010) dovute a vibrioni che coinvolgono anche il patogeno umano per eccellenza appartenente a questo gruppo, Vibrio cholerae.

Questo inquietante fenomeno è stato rilevato anche in luoghi dove i vibrioni non erano mai stati particolarmente frequenti come nei paesi che si affacciano sulle fredde coste del Nord Atlantico. I vibrioni vivono infatti in mari temperati-caldi, e si trovano per lo più adesi all’esoscheletro chitinoso di molti organismi planctonici. Oltre a essere responsabili di gravi patologie umane, sono anche coinvolti nelle morie di coralli che, negli anni passati, hanno proposto un macabro scenario per i subacquei. Ma è possibile dimostrare una relazione tra il riscaldamento delle acque e questo aumento di batteri patogeni? Il problema è stato recentemente affrontato grazie alla genialità di un macchinario semplicissimo che, da oltre sessant’anni, e a costo praticamente zero, solca i mari intrappolando piccoli organismi planctonici delle acque superficiali. Si tratta del Continuous Plantkton Recorder (CPR), uno strumento ideato da Sir Alister Hardy nel 1931 a Plymouth. Il CPR è un campionatore di plancton progettato per essere trainato dalle navi commerciali per lunghe distanze.

Il campionamento avviene nello strato superficiale (circa 7 m) e il plancton è raccolto dallo strumento tramite un filtro a nastro, che viene srotolato in continuo ad una velocità proporzionale a quella della nave. A fine viaggio, il nastro viene rimosso dal dispositivo e tagliato in singoli campioni dei quali è possibile con buona approssimazione fissare la posizione lungo la rotta della nave. Il CPR ha permesso la nascita di uno dei più vasti archivi, sia su scala geografica che temporale, di campioni biologici marini; esattamente ciò che serviva per verificare l’ipotesi che la concentrazione dei vibrioni potesse essere cambiata, parallelamente all’aumento della temperatura, negli ultimi sessant’anni. Il laboratorio di microbiologia ambientale dell’Università degli Studi di Genova ha ottenuto l’accesso all’archivio dando inizio alla prima indagine storica sulla distribuzione dei vibrioni nei mari temperati-freddi. Nei campioni storici di plancton i vibrioni sono stati riconosciuti grazie alla presenza del loro DNA. Questo procedimento è stato complicato dall’età dei campioni che rende il materiale genomico simile a un puzzle frammentato in pezzi sempre più piccoli e alla conservazione in formalina dei campioni che tende a distorcere i legami in strutture non riconoscibili con le usuali metodiche di biologia molecolare. Superati questi problemi è stato possibile confermare un aumento dei vibrioni in parallelo a quello della temperatura dell’acqua. Nell’Atlantico settentrionale questi organismi sono progressivamente diventati una delle famiglie di batteri più rappresentative aumentando in dominanza rispetto agli altri gruppi. Grazie a questa ricerca si è potuto, per la prima volta, mettere in rapporto i cambiamenti climatici dell’ambiente marino con problemi inerenti la salute umana, uno scenario decisamente inquietante per i decenni a venire.

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