IL PUNTO/ Difese immunitarie da attivare contro le epidemie di false scoperte

- Elio Sindoni

Le “bufale” scientifiche: ELIO SINDONI ricorda l’importanza di  assicurarsi della correttezza del risultato di una ricerca. I moderni sistemi di diagnostica lo permettono

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In laboratorio (InfoPhoto)

Negli ultimi anni si sono moltiplicati i casi di “bufale” riguardanti scoperte scientifiche pubblicate in rete. Solo quelle più macroscopiche, quale per esempio la misura di neutrini superluminali, hanno attirato l’attenzione del pubblico a tutti i livelli: dagli addetti ai lavori, che subito hanno espresso seri dubbi, a tutti quelli che comunque avevano sentito parlare dell’invalicabile limite della velocità della luce nel vuoto. Fiumi di articoli: in molti era il povero Einstein stesso accusato di “bufale”; in altri, più dotti, si vagheggiava una nuova fisica, con metà universo che “correva” più veloce della luce, riesumando i cosiddetti “tachioni”. 

Ma a parte questa vicenda, rapidamente naufragata, chi avesse il tempo e la pazienza di seguire le tante notizie di favolose scoperte pubblicate su vari siti di internet, riguardanti specialmente nuove tecniche per produrre energia pulita e illimitata, si farebbe veramente un’idea della dimensione del problema. Chiaramente è uno dei tanti aspetti negativi, trai tantissimi positivi, dell’uso della rete. Si tratta di una vera e propria “epidemia di falsi”, come afferma in un interessante articolo su Nature lo scienziato Daniele Fanelli, che annuncia anche la 3rd World Conference on Research Integrity, che si terrà a Montreal all’inizio del prossimo mese di marzo. 

È forse utile, specialmente per i ricercatori più giovani, ricordare come un tempo ci si assicurava, o almeno si tentava di assicurarsi, della correttezza del risultato di una ricerca. Ho iniziato a lavorare come fisico sperimentale all’inizio degli anni Sessanta, prima in pionieristici laboratori arrangiati negli scantinati dell’Istituto di Fisica di Milano, poi nei laboratori avanzatissimi del Max Planck Institute di Monaco, in Baviera; infine in quella che, all’inizio degli anni Settanta, era considerata, e lo è stato sino a una diecina di anni fa, la “Mecca” delle ricerche sulla fusione termonucleare, a Princeton , negli Stati Uniti. Di questo mi sono infatti occupato, cominciando dallo studio di deboli plasmi realizzati con attrezzature improvvisate all’Istituto di Milano, sino agli avanzatissimi tokamak del Plasma Physics Laboratory della Princeton University. 

Dalla metà del secolo scorso a oggi sono passati una sessantina di anni, ma per i metodi di ricerca è trascorsa un’eternità. Progressi? Forse sì; e la probabile scoperta del bosone di Higgs è un esempio positivo. Oggi in pochi secondi con i più moderni sistemi di diagnostica si possono rilevare e analizzare milioni di dati; ma siamo proprio sicuri che non si sia persa l’accuratezza con cui “ai miei tempi” si passavano ore, giorni, mesi, cercando in tutti i modi di assicurarsi sulla validità di un risultato? 

I risultati oggi pervengono da molteplici catene di sofisticatissimi sistemi, ognuno dei quali potrebbe introdurre un errore: un tempo ogni passo era direttamente controllato da noi e la semplicità delle attrezzature rendeva più semplice il controllo (qualcuno si ricorda le centinaia di fotografie che scattavamo all’oscillografo e studiavamo con cura, passandoci anche le nottate…?). 

Ma veniamo alla diffusione dei risultati. Mi riferisco qui all’iter che era necessario a Princeton per renderli pubblici. Alla fine di un percorso di ricerca, i risultati venivano discussi collegialmente con i colleghi interni all’Istituto, sia quelli coinvolti direttamente nell’esperimento sia altri, addetti alla “critica”. Se la cosa convinceva, si aveva il permesso di presentare il lavoro a qualche congresso, dove tuttavia doveva prima passare all’esame di un referee. I lavori considerati più importanti venivano poi inviati a riviste specializzate, dove venivano esaminati “chirurgicamente” da un gruppo di esperti: potevano essere accettati, respinti, o venivano richiesti chiarimenti e suggerite modifiche. Dall’acquisizione in laboratorio di un risultato alla sua pubblicazione poteva passare anche più di un anno. Avevamo allora la ‘quasi certezza’ di non aver pubblicato qualcosa di sbagliato. 

A nessuno allora passava per la mente, appena intravisto un risultato, di annunciare a un giornalista di qualche testata scientifica divulgativa, d’aver fatto la scoperta del secolo! La cosa oggi è degenerata: cercando un po’ a fondo su internet un ragazzo potrebbe convincersi che tutti i problemi sull’energia, il clima, la salute potrebbero essere facilmente risolti se qualche misterioso “gruppo di potere” per i suoi bassi interessi non lo impedisse! Sono sempre gli stessi, quelli che da diecine di anni tengono nascosti in basi segretissime i resti degli alieni. 

Come difendersi? Per quanto riguarda i risultati delle ricerche scientifiche, ci si deve fidare soltanto delle pubblicazioni su riviste specializzate, che abbiano passato il vaglio della critica degli esperti. Sarà compito poi delle riviste di divulgazione scientifica più serie, ancora ve ne è qualcuna, riprendere i risultati più interessanti e renderli comprensibili al grande pubblico. 

Un importante compito spetta poi alla scuola e in particolare agli insegnanti delle materie scientifiche: sono loro che devono convincere gli studenti che la loro preparazione dovrebbe basarsi ancora fondamentalmente sui libri, sulle ricerche bibliografiche, sulle ore, come facevamo noi, passate nelle biblioteche e non a navigare su internet. Tutto sommato… non siamo riusciti proprio male.

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