STAMINALI/ L’esperto: il metodo Vannoni? Ecco cosa non va

Sul metodo Vannoni,BRUNO DALLAPICCOLA  sottolinea che non è stato seguito il protocollo.Per le terapie compassionevoli ci deve essere evidenza e tollerabilità. Non si può illudere i pazienti

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Immagine d'archivio

Il caso di Sofia, la bimba fiorentina di 3 anni e mezzo affetta da una grave malattia degenerativa che seguiva il metodo Vannoni ha riacceso i riflettori sull’uso delle cellule staminali. Da Le Iene a Verissimo, sono tanti i programmi televisivi che si sono occupati del caso e del “metodo Vannoni” in cui tanti pazienti ripongono speranze prima inconfessabili di guarigione. Manon sono solo i (presunti) benefici di questa cura a fare notizie, ma anche sui limiti. Per fare il punto sulla situazione IlSussidiario.net ha intervistato uno dei massimi esperti, Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

Ci può spiegare come vengono usate le cellule staminali?

Le cellule staminali vengono usate attualmente su larga scala, decine di migliaia di soggetti ne beneficiano ogni anno nel mondo soprattutto per ricostituire dei midolli dopo una leucemia o processi tumorali, per curare malattie del sangue, comprese alcune malattie genetiche come per esempio la talassemia. Poi ci sono delle applicazioni più di settore come la ricostruzione della pelle, in caso di ustioni. C’è l’utilizzazione molto di nicchia per la ristrutturazione della cornea (l’Italia è stata all’avanguardia per questo tipo di attività), e anche per la ricostruzione di cartilagine, procedimenti che riguardano l’osso. Si sta facendo qualcosa anche per riparare il muscolo cardiaco e sperimentazioni cliniche dell’ingegnerizzazione, cioè della modificazione delle cellule staminali per protocolli di terapia genica per alcune rare malattie genetiche.

Un panorama ampio, chi manca all’appello?

Il grande assente da tutto questo beneficio è rappresentato dal sistema nervoso, in particolare dal sistema nervoso centrale. Non c’è ancora nessuna evidenza che le cellule staminali adulte (quelle embrionali non servono per nessun tipo di terapia) siano in gradi di curare dei processi neurodegenerativi. Mi auguro che questa affermazione possa essere rivista, corretta, emendata del tutto nei prossimi anni.

Quali sono i limiti e le prospettive?

I limiti sono innanzitutto che nonostante abbiamo cellule staminali in tutti gli organi del corpo, di fatto, non siamo in grado di utilizzare le cellule per fare ogni tipo di terapia e questo è uno dei grandi problemi. C’è un settore molto interessante e promettente sul quale il premio Nobel Yamanaka ha sviluppato le cellule Ips adulte, riprogrammate con caratteristiche staminali.

Come funzionano queste cellule Ips?

L’idea è di prendere una cellula della pelle, attivare un piccolo numero di geni che danno la staminalità alle cellule, queste vengono riorientate verso il settore ematologico, piuttosto che patologico o neurologico e queste cellule già differenziate che non sono più staminali embrionali in senso stretto ma che potrebbero essere usate per la terapia con il vantaggio che potrei usare le mie stesse cellule per fare una terapia su me stesso. È il grande progetto di ricerca su cui Yamanaka sta lavorando ma è una prospettiva, oggi però dobbiamo prendere atto dei limiti e cioè che non possiamo avere cellule staminali come tocca sana per tutte le malattie che vorremmo curare.

S’è fatto un gran parlare sul caso della piccola Sophia… Che idea ha del metodo Vannoni?

È difficile esprimersi perché per farsi un’idea bisognerebbe avere delle pubblicazioni scientifiche che sostengono tutti i meriti, i benefici attribuiti a questo tipo di tecnica, in effetti credo che nessuno che abbia la testa attaccata al collo, in questo momento, possa decidere se fa bene o male questo tipo di terapia.

Perché viene contestato?

La contestazione mossa dai ricercatori a questo sistema deriva dal fatto che quando si fanno terapie delicate o di questo tipo bisogna partire da quello che anche le terapie compassionevoli richiedono: che ci sia evidenza di tollerabilità ed efficacia. Per fare questo ci vuole una sperimentazione chimica che non può essere, eventualmente ci sia, pubblicata sul sito di un’organizzazione ma su riviste scientifiche internazionali, dove poi commissioni di esperti esprimono il proprio giudizio su quello che si sta facendo.

Devo dire che non è casuale che in tutta questa vicenda non c’è stato un ricercatore che si sia schierato a favore di Vannoni, non è casuale che riviste come Nature e fra poco un editoriale su una rivista americana di ematologia guardino con orrore a quello che sta capitando in Italia perché quello che è successo qui non è il protocollo di buona pratica clinica a cui si può aspirare.

Cioè?

Il protocollo capitato in Italia è più adatto a un paese dove c’è una democrazia molto scarsa ed è questa la ragione per cui in altri paesi come in Thailandia e Corea, negli anni passati, sono state vendute terapie miracolistiche che poi abbiamo visto che non lo erano per curare pazienti disperati che non avevano altra sorta di soluzione.

Devo dire che in tutta questa tragedia le vere vittime sono i pazienti e le loro famiglie, illuse da una terapia alla quale purtroppo non possiamo dire di credere perché non sono le sensazioni riportate da qualche genitore su un apparente miglioramento ottenuto attraverso iniezioni di queste cellule a stabilire l’effettiva efficacia di una terapia, riconosciuta solo da sistemi rigorosi scientificamente ben documentati e supportati.

Cosa direbbe al dottor Vannoni?

Io posso dire ciò che già gli ho detto al Ministero della Salute nel luglio del 2011 cioè di fare una sperimentazione con tutti i sacri crismi e mi aveva dato il suo ok. Ci eravamo impegnati a scrivere un protocollo, non io in prima persona, ma altre due persone della commissione. All’epoca si parlava di una malattia rara. Il dottor Vannoni insiste sul fatto che il protocollo non è arrivato ma gli è stato trasmesso il 18 ottobre del 2011 e a stretto giro di posta lui ha risposto ai colleghi: “grazie ma in questo momento ho trovato una strada a Brescia”.

Da quel momento non abbiamo più sentito nulla. Non è vero quindi che il Ministero della Salute si è ritirato, ma anzi il Ministero attraverso le persone che erano state delegate, io tra quelli, ha fatto ciò che doveva. Non siamo stati noi a impedire di fare la sperimentazione, che sarebbe stata l’unica cosa che meritava di essere fatta.

Non voglio giudicare se il sistema funziona o meno ma dico che per dimostrare la validità di una terapia bisogna usare i protocolli che non se li inventa un paese burocratico o cattivo, ma la comunità scientifica che raccomanda e chiede insistentemente nell’interesse dei pazienti e delle famiglie che le cose vengano fatte con trasparenza e alla luce del sole.

Nell’interesse di tutti, come dice anche lei, è un peccato…

È un brutto episodio all’italiana come tanti episodi che hanno caratterizzato l’Italia con terapie miracolistiche. Non dimentichiamoci che in passato nell’ambito oncologico ci sono stati vari metodi discutibili, come quello Di Bella che però ha richiesto una sperimentazione che ha dimostrato che effettivamente non funzionava.

È un mondo molto strampalato, visto nell’ottica di un medico, dove effettivamente ha più peso la voce di un giudice che decide senza avere competenze specifiche di fare o non fare una terapia o piuttosto un uomo di spettacolo, che preso da compassione, come lo siamo tutti, in maniera irrazionale comincia a parlare di un paese che non consente questi tipi di cure.

Quello che voglio dire è che rispetto ognuno ma a ognuno deve competere il proprio mestiere. Anche noi siamo simpatetici, siamo co sofferenti con i genitori ma di fronte a storie senza soluzione dobbiamo scindere la razionalità dall’emozione. Non per crudeltà ma per fare le cose nell’interesse dei pazienti, per evitare che i pazienti si mettano nelle mani di persone che promettano qualcosa di miracolistico che poi non funziona.

Quali implicazioni etiche ci sono dietro all’uso delle staminali?

Le staminali dell’adulto non hanno implicazioni etiche. Su questo argomento persino il Pontefice Emerito Benedetto XVI è intervenuto più volte. Non c’è dubbio che se le cellule staminali hanno effetto in una serie discreta di malattie di interesse ematologico, cutaneo, oculistico o scheletrico allora non c’è ragione di non utilizzare queste cure. Diverso è l’uso che qualcuno voleva fare anni fa (mi pare che l’argomento sia stato abbandonato in questo momento) delle cellule staminali embrionali quando si volevano costruire degli embrioni destinati a essere distrutti per la ricerca senza tener conto che quelle cellule servivano per fare uno studio fine a se stesso che non avrebbe portato a nulla di concreto riguardo ai fini terapeutici. Quindi le uniche che oggi possono essere utilizzate per finalità di terapia sono le cellule staminali adulte che non pongono problemi etici.

Se mai i problemi etici sono quelli che riguardano promesse che qualcuno non è in grado di mantenere. È su questo che bisogna fare una riflessione molto forte.

 

(Elena Pescucci)

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