BIODIVERSITÀ/ Tutte le specie finiscono nella rete (di monitoraggio)

- Alessandro Campanaro

ALESSANDRO CAMPANARO ci spiega l’importanza delle implicazioni a livello scientifico degli studi dei processi che hanno portato, negli anni, all’attuale numero di specie

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“Biodiversità” è un termine di uso comune e di frequente utilizzo nell’opinione pubblica. Eppure pochi sarebbero in grado di definire con correttezza questo vocabolo, frutto più che di una traduzione di una vera e propria copia del termine inglese “biodiversity”.

Gli organismi viventi sono “diversi” fra di loro e questo è di banale comprensione: basta un semplice esercizio ovvero soffermarsi a pensare alle diverse specie animali o vegetali che ci vengono in mente, così in modo casuale, basandosi esclusivamente sulle esperienze personali per accorgersi che una lista del genere è piuttosto lunga (anche per coloro meno dotati di un’indole “naturalistica”). Questo esercizio permette però di evidenziare uno degli aspetti della biodiversità: la quantificazione del numero di specie viventi. Quante sono realmente le specie nel nostro pianeta? Poco meno di 2.000.000 quelle sinora catalogate, un numero destinato a mutare di continuo e impossibile da calcolare con precisione. Un recente studio stima a 8.700.000 il numero di specie effettivamente presente sulla Terra, con una imprecisione pari a 1.300.000 specie!

Quello che è certo è che ogni anno delle specie si estinguono, determinando un accorciamento della lista. L’estinzione provoca la diminuzione della biodiversità, la scomparsa definitiva di una linea evolutiva, di un progetto biologico unico e irripetibile cominciato moltissimo tempo prima. Ogni anno nuove specie vengono catalogate, provocando un allungamento della lista di nuove unità che fino a quel momento non erano state descritte in modo rigoroso, che non avevano un nome e che quindi, di fatto, erano sconosciute. Ad operare questo lavoro di descrizione e di catalogazione dei viventi ci sono schiere, sempre più ridotte, di ricercatori denominati “tassonomi” che dai loro laboratori, musei, università, in modo minuzioso e paziente si prendono la briga di migliorare la conoscenza del mondo in cui tutti noi viviamo.

Parlare di biodiversità non è semplicemente elencare un numero di specie, un esercizio di censimento. Studiare la biodiversità significa analizzare i processi che hanno portato, nel corso del tempo, all’attuale numero di specie e che ne hanno determinato le caratteristiche biologiche. Si tratta di processi complessi che avvengono a scale molto diverse.

A livello cellulare meccanismi molecolari possono portare a volte a delle mutazioni, ossia piccole imprecisioni, errori, nel nostro DNA, che nella maggior parte dei casi non producono effetti, ma che hanno la prerogativa di racchiudere nuove potenzialità dell’organismo di determinare la formazione di corredi genomici diversi da quelli parentali.

A livello di popolazione fenomeni di riduzione o di espansione, più o meno improvvisa, dell’area geografica abitata dalla popolazione possono generare fenomeni di isolamento o di adattamento. In entrambi i casi si determina, nel tempo, un riassetto della popolazione che risulterà profondamente diversa da quella precedente.

A livello di “biocenosi”, ovvero quando una moltitudine di specie convive in un determinato ambiente instaurando rapporti reciprochi di relazione, che si sintonizzano con i cambiamenti dell’habitat che le ospita.

Inoltre si possono verificare variazioni a livello di ecosistema quando differenti comunità biologiche convivono, generando una conformazione unica e diversa da quella di altri ecosistemi e determinando un continuo modellamento dell’ambiente. Ecco quindi che il termine biodiversità si allarga enormemente e assume un carattere chiaramente multidimensionale, arrivando ad abbracciare campi molto diversi della biologia come la sistematica, la biologia molecolare, la biologia evolutiva, la dinamica di popolazione, l’ecologia ecc.

Lo studio dei cambiamenti della biodiversità nel tempo ha importanti applicazioni in campo ambientale. Infatti, l’analisi degli andamenti crescenti o decrescenti, dei picchi improvvisi, dei momenti di collasso della biodiversità; sono tutte evidenze che possono essere utilizzate per fornire indicazioni sulla qualità e sul grado di naturalità di un ambiente o di una comunità. Tali indagini costituiscono il monitoraggio ambientale.

Di grande importanza inoltre è lo studio degli andamenti della biodiversità nel tempo, in relazione a cambiamenti ambientali, ovvero le ricerche ecologiche dette “a lungo termine”, che si basano su osservazioni sperimentali raccolte in modo continuo e rigoroso.

I siti nei quali tali osservazioni vengono attuate sono stati messi recentemente in rete e costituiscono la Rete di Ricerca Ecologica a Lungo Termine (LTER). In Italia LTER è costituita da 71 siti, riuniti in 22 macrositi (20 nazionali e 2 extraterritoriali, gestiti da Enti Pubblici di Ricerca e Monitoraggio, CNR, Università, Enti territoriali e dal Corpo Forestale dello Stato), distribuiti su tutto il territorio nazionale e in diversi domini ecosistemici: mare, acque superficiali, ambiente terrestre.

Alla LTER si affianca un’altra rete, istituzionalizzata a livello Europeo e denominata Rete Natura 2000. Essa comprende i siti nei quali sono presenti specie animali e vegetali di rilevante interesse conservazionistico, la cui protezione deve essere garantita dagli Stati Membri. Gli elenchi di queste specie sono contenuti negli allegati di due direttive comunitarie: la Direttiva “Uccelli” (79/409/CEE) e la Direttiva “Habitat” (92/43/CEE). La Rete Natura 2000 nasce dalla constatazione che solo un approccio a scala sovranazionale può far fronte alla perdita di biodiversità.

L’Europa ha nuovamente e recentemente preso carico di questa responsabilità, con una forza rinnovata, promuovendo una strategia, denominata Strategia sulla biodiversità fino al 2020 [COM2011 (244): Comunicazione della Commissione al Parlamento Europeo del 3.5.2011]. La strategia è stata ufficialmente adottata dal Parlamento Europeo con risoluzione del 20 aprile 2012 [2011/2307 (INI)]. Obiettivo chiave di questa strategia è porre fine alla perdita di biodiversità e al degrado dei servizi ecosistemici nell’UE e ripristinarli nei limiti del possibile, intensificando al tempo stesso il contributo dell’UE per scongiurare la perdita di Biodiversità a livello mondiale.

Una delle azioni per garantire questo obiettivo è incrementare e migliorare il funzionamento della Rete Natura2000.

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