CLIMA/ A Lima accordi interlocutori. E c’è chi pensa già al post-2020

- int. Massimo Tavoni

Si è da poco conclusa a Lima la Conferenza delle Parti sui cambiamenti climatici, un altro passo verso un possibile accordo per mitigare l’incremento dell’effetto serra. MASSIMO TAVONI

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Foto: InfoPhoto

La strada per Parigi è aperta ma è in salita. Questa considerazione è stata unanime dopo il mini accordo raggiunto alla Conferenza delle Parti (COP) sui cambiamenti climatici conclusasi ieri a Lima in vista della tappa successiva che a Parigi nel dicembre 2015 potrebbe sancire un accordo vero e proprio per mitigare l’incremento di effetto serra sul nostro Pianeta. Nel merito dei risultati della COP peruviana però le valutazioni si diversificano: deluse e convinte che si tratti di un accordo “al ribasso” le associazioni ambientaliste; più positive e pronte ad apprezzare qualche “passo avanti” le istituzioni e altri osservatori che giudicano importante il coinvolgimento più concreto dei Paesi emergenti.

Al di là degli equilibrismi e del linguaggio iniziatico di queste grandi kermesse dell’Onu, un contributo interessante per leggere quanto è emerso a Lima viene da uno studio pubblicato proprio ieri sulla rivista specializzata Nature Climate Change a cura di un gruppo di ricercatori internazionali guidati dall’italiano Massimo Tavoni del Centro Euro-Mediterraneo per i Cambiamenti Climatici (CMCC) e da Elmar Kriegler del Potsdam Institute for Climate Impact Research.

Lo studio si concentra su diversi aspetti chiave dei negoziati internazionali, così come sono emersi a Lima e in vista dell’appuntamento cruciale della COP parigina. Nel far ciò si proietta oltre la fatidica data del 2020 sviluppando un’ampia valutazione sulle future emissioni di gas serra per ciascuna delle maggiori economie mondiali. Vengono presi in considerazione scenari diversi che rispondono a diversi interrogativi: dove ci portano gli attuali accordi? cosa accadrebbe se non si attuasse nessuna nuova azione politica sull’argomento? e cosa succederebbe invece se decidessimo di intervenire per raggiungere concretamente l’obiettivo di non aumentare la futura temperatura del pianeta oltre i 2 °C?

«Gli impegni presi fino ad oggi– ha detto a ilsussidiario.net Massimo Tavoni – portano ad anticipare in molti paesi il momento in cui le emissioni di gas serra inizieranno a diminuire (quello che gli esperti definiscono il picco delle emissioni). Questo vuol dire riuscire a limitare l’aumento della temperatura di 1-1,5°C rispetto a scenari che non prevedono questi impegni, ma sono iniziative insufficienti a stare dentro il limite dei 2 °C. Stando agli attuali accordi, le emissioni cumulate della Cina dovrebbero dimezzare; ciononostante, il totale delle emissioni delle economie asiatiche esaurirebbe da solo il budget ammissibile per i 2 °C, che corrisponde a circa 1000 Gt (mille miliardi di tonnellate, ndr) di CO2. Ridurre le emissioni con costi limitati richiede importanti contributi dai paesi in via di sviluppo, e questo potrebbe creare iniquità nella distribuzione degli oneri tra Paesi ricchi e poveri».

Ma esistono misure che consentirebbero di compensare questa situazione verso soluzioni più eque. Tavoni indica come esempio di questo genere di compensazione il Green Climate Fund, un fondo multilaterale per aiutare i paesi in via di sviluppo nelle azioni di mitigazione che è attualmente discusso nelle negoziazioni. Un altro esempio sono gli accordi di trasferimento tecnologico.

La ricerca pubblicata stima che un supporto finanziario dell’ordine di 100-150 miliardi di dollari Usa ogni anno entro il 2030 potrebbe coprire gli investimenti in tecnologie a basso contenuto di carbonio necessari ai paesi in via di sviluppo per l’obiettivo dei 2°C. Inoltre, i proventi fiscali provenienti da strumenti come una carbon tax potrebbero contribuire a coprire gli investimenti in energia pulita che oggi ci mancano.

Il team che ha realizzato lo studio ha utilizzato sei diversi modelli, paragonandone i risultati tra loro. «Il Quinto rapporto di Valutazione sui Cambiamenti Climatici dell’IPCC ha chiaramente evidenziato il livello di impegno globale necessario a stabilizzare il clima, ma mancava completamente una valutazione quantitativa delle implicazioni su scala regionale delle politiche climatiche post-2020: è quello che emerge dal nostro studio».

Negli scenari che si riferiscono all’obiettivo dei 2 °C le emissioni iniziano a diminuire intorno al 2020. Si tratta di una situazione in contrasto con quella disegnata dagli altri scenari che utilizzano proiezioni basate sugli impegni e sugli accordi attualmente chiusi tra le maggiori economie mondiali. Questi ultimi scenari, infatti, portano a un risultato per cui le emissioni globali inizierebbero la loro discesa non prima del 2040, se non addirittura dopo. Larga parte della riduzione delle emissioni, se effettuata con costi contenuti, dovrebbe realizzarsi in paesi a economia emergente, come Cina o India. Secondo gli autori dello studio, le implicazioni sono chiare: se un futuro accordo sul clima deve puntare su questi volumi, bisognerà includere quei meccanismi che compensino i paesi in via di sviluppo per una parte dello sforzo compiuto nella riduzione delle emissioni.

E per quanto riguarda l’Europa, che ha sempre avuto un ruolo di primo piano negli accordi climatici internazionali? Secondo Tavoni «gli obiettivi europei al 2030 recentemente approvati dal Consiglio europeo vanno nella direzione giusta. Una riduzione delle emissioni del 35% al 2030 (rispetto al 2005) è in linea con gli obiettivi di riduzione delle emissioni compatibili con 2 °C».

Resta da capire quali sono i passaggi principali da sviluppare tra Lima 2014 e Parigi 2015. «A metà 2015 tutti i paesi saranno chiamati a proporre i loro obiettivi di riduzione delle emissioni. Una volta che questo sarà avvenuto, bisognerà mettere insieme tutti i pezzi. L’altro grande snodo sarà proprio quello del Fondo di trasferimento ai paesi più poveri. L’obiettivo è di arrivare a un fondo di 100 miliardi di dollari. Vedremo».

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