SPAZIO/ Kepler “resuscita” e conta fino a 715 (pianeti extrasolari)

NICOLA SABATINI ci parla della missione Kepler della Nasa. Dopo essere stata temporaneamente abbandonata e poi “resuscitata”, ha permesso di scoprire 715 nuovi pianeti

03.03.2014 - Nicola Sabatini
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(Infophoto)

“I modi attraverso cui gli uomini arrivano alla conoscenza delle cose celesti difficilmente sono meno meravigliosi della natura di quelle stesse cose”. Questa citazione di Giovanni Keplero, posta a motto della missione Nasa che dell’astronomo tedesco prende il nome, descrive efficacemente gli sforzi realizzati in uno dei campi di ricerca più appassionanti degli ultimi 20 anni: la ricerca dei sistemi extrasolari.

L’attività di esplorazione del Sistema solare ci ha mostrato una ricchezza e una varietà di ambienti impensabili nei nostri immediati dintorni cosmici, e gli spettacolari risultati conseguiti non hanno fermato la voglia di esplorare degli studiosi. La curiosità e l’interesse per cercare di ricostruire elementi di comprensione dell’unicità del nostro Sistema solare e del nostro meraviglioso pianeta hanno infatti spinto gli scienziati a cercare paragoni e confronti con ciò che sta fuori dal sistema planetario di cui siamo parte.

La ricerca di altri Sistemi planetari e la speranza di trovare al loro interno pianeti simili o non troppo diversi dalla nostra Terra ha guidato lo sviluppo di alcune missioni osservative che hanno consentito di lanciare sguardi incredibilmente acuti a un numero ormai rilevante di stelle nella nostra galassia. E nuove missioni sono già in fase di realizzazione.

Fra quelle attive, un posto d’onore va sicuramente riservato alla missione Kepler della Nasa. Kepler ha caratteristiche tecniche peculiari, che consentono di osservare con un grado di precisione notevolissima una cosa che a prima vista potrebbe apparire impensabile: la diminuzione della quantità di luce che arriva da una stella lontana anni luce per effetto del transito orbitale di un pianeta di fronte a lei. Si sa che questa diminuzione in moltissimi casi non arriva allo 0,5%, ma Kepler, equipaggiato con un array di CCD di 42 sensori CCD da 2200 x 1024 pixel, per immagini da 95 Megapixel, riesce a misurare variazioni anche molto più piccole.

La storia di Kepler è piuttosto sofferta. La sonda, la cui progettazione è iniziata alla fine degli anni ’90, è stata lanciata cinque anni fa su un’orbita eliocentrica, il 7 marzo del 2009, prendendo pieno possesso delle proprie capacità il 9 maggio dello stesso anno, ma dopo poco più di un solo mese di funzionamento, la sonda entra in “safe mode”, per un problema a un processore, evento capitato anche a inizio luglio. Il 12 gennaio 2010 un modulo di osservazione cessa di funzionare per problemi al piano focale. Nel luglio del 2012 un delle quattro ruote di reazione, che fanno parte del sistema di puntamento, si guasta, e sei mesi dopo un’altra ruota smette di funzionare, minacciando seriamente di compromettere il sistema di puntamento, e con esso probabilmente la missione.

I problemi continuano a martoriare la missione, ma il grande sforzo degli ingegneri della NASA riesce a prolungare le sue osservazioni oltre il raggiungimento degli scopi della missione primaria, ottenuto nel novembre del 2012. Il 19 agosto del 2013 però la NASA annuncia che il telescopio non potrà essere riparato e che quindi l’osservazione degli esopianeti deve essere abbandonata.

La caparbietà degli ingegneri letteralmente “resuscita” la sonda, che nel novembre del 2013 invia a terra una serie di dati, relativi a ben 715 nuovi pianeti. Un risultato stupefacente.

Con gli ultimi dati, la sonda arriva al considerevole numero di 3.455 esopianeti osservati. Fra di essi circa il 50 % hanno un raggio fino a due volte quello terrestre, circa il 42% sono simili a Nettuno (2-6 volte il raggio terrestre), mentre il resto sono grandi come Saturno, Giove o anche molto più grandi. Si sono trovati segni della presenza di esopianeti anche incontro a sistemi stellari multipli, a stelle enormi e a stelle piccolissime, in una corsa al rialzo rispetto alla valutazione del numero di pianeti presenti nella Via Lattea.

Oggi si ritiene che la maggior parte delle stelle possieda un sistema planetario: la nostra Via Lattea dovrebbe dunque possedere fra 100 e 400 miliardi di pianeti. Uno scenario sorprendente, che fa rivalutare l’immagine fantascientifica contenuta in “Guerre Stellari” dell’eroe Luke Skywalker che osserva il tramonto dei suoi due Soli all’orizzonte del suo pianeta…

Kepler ha dunque aperto una via e ha modificato la nostra concezione della conformazione della Via Lattea. Possiamo infatti pensare a nuovi luoghi in cui cercare il tanto sospirato pianeta gemello della Terra.

E la caccia è più aperta che mai: l’ESA sta lavorando a due missioni diversissime fra loro, Cheops e Plato, che forniranno ingenti quantità di nuovi dati e che vedono la partecipazione attiva dell’ASI. Cheops è una piccola missione che prenderà il volo nel 2017 e potrà osservare una stella alla volta, mentre Plato prenderà il volo nel 2024 e darà un contributo enorme alla ricerca esoplanetaria, potendo scrutare centomila stelle alla volta. A essi si aggiungerà l’immane quantità di dati che arriverà dal sostituto di Hubble, il James Webb Space Telescope, pronto al lancio nel 2018. Il futuro, come l’universo, è ricco di sorprese.

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