L’INTERVISTA/ Una scienza amica dell’umano: esce la “summa” del pensiero di Agazzi

Dal 22 al 24 aprile a Cesena e Urbino si è tenuto un congresso dedicato a EVANDRO AGAZZI, uno dei più grandi filosofi contemporanei. Paolo Musso lo ha intervistato per ilsussidiario.net

28.04.2014 - Paolo Musso, int. Evandro Agazzi
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Foto dal web

Dal 22 al 24 aprile a Cesena e Urbino si è tenuto un grande congresso dedicato a Evandro Agazzi, uno dei più grandi filosofi contemporanei, in occasione dei suoi 80 anni di vita e dei suoi 50 anni di insegnamento. Si è trattato di un evento a suo modo storico, perché per la prima volta si è cercato di presentare uno studio sistematico di tutti i molteplici aspetti del suo pensiero, affidandone la trattazione ai suoi migliori allievi (a chi scrive è toccato il tema dei rapporti tra scienza e metafisica). Durante il congresso è stato anche presentato il suo ultimo libro, Scientific objectivity and its contexts (Springer, Cham/Heidelberg/New York/Dordrecht/London 2014 – la traduzione italiana è già avviata e uscirà l’anno prossimo), che può a buon diritto esser considerato quasi una “summa” del suo pensiero (non voglio dire un testamento spirituale perché, a dispetto dell’età e dell’immensa quantità di lavori già pubblicati – oltre mille! – Agazzi sembra avere ancora molto da dire, come è apparso evidente dalla lucidità e dalla passione con cui è costantemente intervenuto nel dibattito). La scrittura del libro, iniziata addirittura nel 1977, ha infatti accompagnato praticamente tutta la sua carriera, sicché vi si trovano ricapitolati, anche nel loro sviluppo storico, tutti i principali temi da lui affrontati nella sua riflessione.

Professor Agazzi, qual è il tema del suo libro? 

Questo volume contiene tutta la mia dottrina dell’oggettività scientifica, con le successive aggiunte, quindi con l’idea dell’operazionalità che caratterizza i predicati fondamentali che definiscono l’oggetto scientifico rispetto alle “cose” del senso comune e poi con tutto il discorso sulla caratteristica astratta degli oggetti scientifici, che però hanno dei referenti concreti, perché le operazioni consentono di trovare nella realtà concreta delle cose che esemplificano il concetto astratto (almeno entro determinati limiti di precisione). Questo è l’impianto generale, che si accompagna alla consapevolezza della caratteristica storica di questa determinazione dell’oggettività.

Quali sono i punti più importanti?

Anzitutto c’è la difesa di una visione realista della scienza. Ciò significa che la scienza non è semplicemente un costrutto convenzionale, ma si propone di conoscere il mondo (non solo quello della natura, ma anche la società, la storia, la lingua, la struttura psichica, ecc.) e riesce in questa impresa, anche se ovviamente ciò non implica che sia infallibile. Invece la filosofia della scienza che ha imperato fino ad oggi è quella ispirata dal Circolo di Vienna e dal positivismo logico, che si fondava su un dogma fondamentale, quello dell’empirismo radicale. Erano cioè disposti ad ammettere che la scienza conosce la realtà solo al livello delle osservazioni, mentre i concetti teorici venivano considerati come non dotati di un riferimento reale. Allora com’è che io recupero la possibilità del realismo?  Riconsegnando alla scienza la finalità e la capacità di fare affermazioni vere, cosa che da almeno cent’anni gli scienziati non si azzardavano più a dire. Infatti, nella misura in cui abbiamo delle ragioni per sostenere la verità di una teoria, quelle stesse ragioni ci obbligano ad ammettere che esistono anche gli oggetti di cui parla, anche se non sono osservabili, altrimenti la teoria sarebbe vera “a proposito di”… nulla!, cioè non sarebbe vera affatto. Certo, possiamo anche sbagliarci: la scienza, come qualunque impresa umana, è fallibile. Ma riguarda la realtà.

E gli altri punti?

In secondo luogo, mentre in quanto sapere la scienza si giudica solo in base alla sua verità, in quanto attività è invece tutta immersa nel contesto sociale, politico, economico, morale, religioso, ecc. e quindi tutti i giudizi di valore che si pronunciano a proposito dell’attività scientifica e dei suoi prodotti sono legittimi, non sono interferenze. La libertà della scienza va senz’altro garantita, ma dev’essere sottoposta a una certa disciplina, come succede dappertutto: la libertà umana infatti è sempre stata accompagnata dalle condizioni per il suo uso lecito. Così anche nel caso della scienza nasce il problema della responsabilità, che oggi si manifesta soprattutto come grande problema di etica collettiva, mentre l’etica che abbiamo elaborato fino ad ora nel corso dei secoli è soprattutto un’etica individuale (dice quello che tu devi fare).

Molti filosofi però guardano con favore a questa epistemologia antirealista che, sminuendo il valore conoscitivo della scienza, sembra porre un argine efficace alla sua tendenza ad invadere il campo della fede e, più in generale, dei valori umani. Lei invece è di tutt’altro avviso…

Perché dico che le epistemologie antirealiste non sono quello che serve? Perché l’importante è riconoscere che il sapere scientifico è sapere autentico, ma limitato. E proprio la mia teoria dell’oggettività scientifica mostra che ogni discorso scientifico è vero a proposito dei suoi oggetti, ed è quindi arbitrario pretendere che parli del tutto. Questo discorso è il discorso metafisico: perché il discorso metafisico riguarda l’intero. Ora, se si recupera il realismo scientifico, si recupera anche la condizione culturale per affermare il realismo metafisico, poiché il realismo scientifico si riguadagna: 1) superando il dualismo gnoseologico cartesiano; 2) riconoscendo il ruolo dell’intuizione intellettuale; 3) accettando l’uso sintetico della ragione nella mediazione dell’esperienza. È vero che in metafisica Dio resta pur sempre un predicato: sarà Causa Prima, sarà Motore Immobile, sarà altre cose di questo genere, però son tutti predicati. 

 

Invece….?

Invece Dio come soggetto si incontra solo nell’esperienza religiosa, che è tutta un’altra cosa. Tuttavia questo passaggio è essenziale, altrimenti quel che succede è che c’è uno scientismo ribadito da un fideismo: cioè, tutto quanto concerne razionalità e conoscenza lo abbiamo dato alla scienza e quel che resta è una fede irrazionale, cioè alla fine, gira e rigira, di tipo puramente emotivo. Viceversa, il lavoro che io ho fatto è analizzare come si può fare il discorso metafisico utilizzando gli stessi strumenti della empiricità e della logicità che si usano nella scienza, semplicemente togliendo l’obbligo di essere legati soltanto all’esperienza: se si toglie, quest’obbligo, si apre lo spazio concettuale della metafisica, che è lo spazio perché la stessa religione possa apparire come razionalmente intelligibile.

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