EVENTI/ Questa scienza ci dà davvero da pensare

- Gianni Fochi

Sbagliare serve, diceva il premio Nobel Feynman: nella scienza sono gli errori che pian piano ci portano alla verità. Ma ci sono anche vere e proprie ‘Balle!’, ne parla GIANNI FOCHI

raggi_x_mani.jpg
La mostra Balle di Scienza accompagna con queste immagini in movimento la storia della scoperta casuale dei raggi X. (Foto G. Fochi)

Sbagliare serve, diceva il fisico premio Nobel Richard Feynman: nella scienza sono gli errori che pian piano ci portano alla verità. Non tutti, però, hanno quest’effetto: ce ne sono, dobbiamo riconoscerlo, di deleteri. Far riflettere su questa dicotomia è lo scopo lodevolissimo che ha spinto l’INFN (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare) ad allestire a Pisa nel Palazzo Blu del Lungarno Gambacorti la mostra “Balle di scienza” (aperta fino al 29 giugno), con la partecipazione dell’ateneo pisano e della Normale.

Il titolo è chiaramente ispirato a una chicca storica che vi si trova esposta: un “Balle!” scritto bello grosso da Enrico Fermi su un quaderno di laboratorio, dove i suoi collaboratori annotavano i risultati degli esperimenti. Ribattezzato “Thesaurus” dai ragazzi di via Panisperna e conservato nella Domus Galilaeana, istituto pisano di storia della scienza, quel quaderno ci ricorda che una misura impostata senza l’accuratezza necessaria può portare a cantonate. In quel caso era allo studio l’attivazione radioattiva del nichel, ma la necessità di rispettare il rigore del metodo vale ovviamente sempre. Un metodo che in generale non esclude la possibilità d’errore, ma garantisce contro il suo perpetuarsi.

Non dobbiamo credere, insomma, che lo scienziato non possa sbagliare: sbaglia, anzi, perché sbagliare è umano. Nella scienza, come un po’ dappertutto, chi s’irrigidisce sulla pretesa di non sbagliar mai è destinato all’inazione, all’improduttività.

Sbagliare, dunque, può perfino essere utile, se permette di cominciare un cammino che altrimenti non partirebbe neppure. O quali sono, allora, gli errori dannosi? Sono le deformazioni giornalistiche e il credito concesso alla pseudoscienza da parte dei media. Siamo inondati di continuo dalla comunicazione attraverso giornali, televisione, radio, Internet. Perfino la cinematografia può essere efficacissima nel forgiare la mentalità del pubblico, istillando l’idea che siano fatti assodati quelle che invece sono solo ipotesi non condivise in pieno nell’ambiente scientifico. La mostra pisana illustra esempi roboanti, poi sfatati dalla scienza: come i presunti neutrini più veloci della luce o i tumori indotti dagli alimenti a base d’organismi modificati geneticamente. Quest’ultimo allarme venne lanciato nel 2012 dal francese Gilles-Eric Seralini, per poi essere confutato dall’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA). La stessa rivista scientifica che aveva pubblicato il lavoro di Seralini finì poi per disconoscerlo: ma alla disinformazione d’allora è difficile che venga posto rimedio.

È dunque doveroso apprezzare il grosso e vario lavoro di chi ha messo in piedi “Balle di scienza”. Qualche dubbio è però lecito nutrirlo su certi aspetti della tattica comunicativa adottata, che — va riconosciuto — è comunque perfettamente in linea con le più eclatanti tendenze attuali dei cosiddetti exhibit scientifici.

L’invito alla meditazione e al ragionamento, presente di sicuro nelle intenzioni della mostra, non può sussistere indipendentemente dalla comprensione degli esempi che vengono proposti. Il grande schermo in cui lo stesso visitatore finisce proiettato in un’allegoria dello spazio di Higgs, prendendo solo gradualmente la propria forma umana, dovrebbe dargli un’idea delle particelle che subito dopo il big bang acquisiscono la loro massa. Visione poetica, forse, ma scientifica e didascalica no.

O quanti profani, se non in visita guidata, capiranno che cosa sta facendo in realtà il rivelatore di raggi cosmici? Con quelle lucine rosse che s’accendono e si spengono qua e là, esso rischia d’esser percepito come una sorta di videogioco, senza far intendere che a quei bagliori corrispondono gl’impatti. Nei cartelli esplicativi qualche riga in più avrebbe potuto indicare come un interferometro dimostrò che l’etere non esiste e le onde elettromagnetiche non hanno bisogno di questo fantomatico mezzo per diffondersi; o come il radiometro di Crookes gira non perché colpito da presunte radiazioni corpuscolari, ma per differenze di pressione dovute a disomogeneità nel riscaldamento del gas residuo: senza spiegare questi “come”, dire che certe cose succedono non insegna nulla e in pratica la gente ne sa quanto prima.

In varie sale lo spettatore è attratto con la mente altrove rispetto al messaggio istruttivo che si vorrebbe fargli arrivare. Grandioso è il ricorso a fantasmagorie ipertecnologiche, indubbiamente molto belle ma tali da prevaricare su quello che dovrebbe essere il vero oggetto dell’attenzione. Una girandola, praticamente fine a sé stessa, d’immagini animate che si mescolano fra loro si sovrappone alle voci narranti, senza accompagnarle secondo la logica stringente che sarebbe opportuna. Più sogno che scienza, potremmo dire: non esattamente ciò che servirebbe a smontare le balle. Sfruttare la possibilità di visite guidate — in particolare per le scolaresche — diventa dunque praticamente indispensabile, se si vogliono mettere a frutto i molti spunti interessanti che la mostra offre. 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori