ANNIVERSARI/ Quando i monaci di Vallombrosa studiavano le opere dell’ex novizio Galileo

Una mostra racconta il periodo storico in cui Galileo Galilei fu novizio all’abbazia di Vallombrosa e dove cominciò i suoi studi. Ce la spiega MARIA ITALIA LANZARINI

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L'abbazia di Vallombrosa

Da Pisa a Vallombrosa ci sono circa 130 km: non poco per le condizioni di viaggio di fine ‘500; ma è un viaggio che il giovinetto Galileo Galilei ha compiuto per recarsi alla celebre Abbazia dove è rimasto dal 1574 al 1578 come novizio vallombrosano. È lì che il futuro grande scienziato “fece i primi esercitii dell’ammirabile ingegno”, raccontava il monaco Diego De’ Franchi in un manoscrittoconservato negli archivi della Abbazia. 

La presenza di Galileo a Vallombrosa è descritta anche dal suo discepolo e biografo Vincenzo Viviani, che ci segnala che lì egli apprese “i precetti della logica”; come pure da un altro documento presente nell’Archivio Ricasoli a Brolio in Chianti, che cita Galileo come “frate, monaco di Vallombrosa”. L’esistenza di questi documenti è stato lo spunto che ha attivato una più ampia ricerca sfociata nell’allestimento della mostra “I monaci e la cultura scientifica tra ‘600 e ‘800”, inaugurata a fine giugno e esposta fino al 31 ottobre prossimo nel Museo dell’Abbazia. 

Come ha spiegato a ilsussidiario.net Maria Italia Lanzarini, che ha curato la mostra col supporto di padre Marco Mizza e padre Pierdamiano Spotorno, rispettivamente priore e bibliotecario dell’Abbazia, «l’iniziativa è scaturita da un bando della Regione Toscana per la ricorrenza del 450 anni dalla nascita di Galileo e, in verità, noi avevamo pensato a un progetto molto più ampio rispetto a quello che poi si è potuto realizzare. Penso comunque che la mostra possa mostrare tutto il suo interesse soprattutto dal punto di vista storico. Quello che abbiamo ricostruito è il percorso seguito da questi monaci relativamente alle discipline scientifiche a partire dall’epoca in cui il convento era frequentato dal giovane Galileo fino all’800 quando, con la soppressione degli ordini religiosi, anche tutta questa attività è venuta meno e molto materiale che qui, come in altri istituti religiosi, era conservato, è stato ridistribuito in vari musei e biblioteche». 

È stato trovato un buon numero di documenti e di libri riguardanti diverse discipline, soprattutto matematica e botanica. «La matematica, nella cultura monastica, realizzava una sintesi tra le materie filosofico – umanistiche e le discipline scientifiche. Le scienze matematiche, non necessitando di particolari apparati e attrezzature, potevano essere coltivate nella calma dei chiostri e furono inserite  nei programmi di studio per la formazione dei giovani monaci. Nelle Università, tra la metà del Cinquecento e la fine del Settecento, le cattedre di matematica furono quasi sempre affidate ad un monaco».

A Vallombrosa lo studio della botanica è stato presente fin dal Medioevo, ma nei secoli XVII e XVIII raggiunse una tale fama da imporsi all’attenzione di tutta Europa. Quando nella seconda metà del ‘700 la botanica assunse una identità indipendente dalla medicina, i Vallombrosani erano in prima fila. Fino ad allora in tutti i monasteri c’erano i “giardini dei semplici”, fonte principale per la coltivazione di erbe officinali e per la preparazione di vari rimedi fitoterapeutici: «Poi acquista importanza la conoscenza dei sistemi vegetali in sé e l’orto botanico diventa lo strumento principe per la documentazione e la sperimentazione. E da Vallombrosa escono autorevoli studiosi, come Francesco Maratti e Fulgenzio Vitman, che andranno a dirigere gli orti botanici alla Sapienza a Roma, all’università di Pavia e all’Accademia di Brera a Milano».  

La Lanzarini racconta anche del ritrovamento di interessanti manoscritti di ottica del monaco Leto Guidi e del suo allievo Mercuriale Prati, vissuti nel XVIII secolo, che hanno applicato le conoscenze di matematica e di ottica alla costruzione di lenti, telescopi, cannocchiali e microscopi. «Molti strumenti ora sono al museo galileiano di Firenze, come il bel telescopio newtoniano del quale però in mostra abbiamo voluto riprodurre in mostra una gigantografia. Tra gli strumenti che abbiamo potuto esporre, e che documentano il fervore scientifico sperimentale dei monaci, ci sono: un globo celeste, un cannocchiale e un microscopio composto di Galileo, alcuni termometri».

La nostra interlocutrice sottolinea che quello che soprattutto interessava documentare con questa iniziativa era «la presenza di Galileo come novizio all’abbazia e i suoi rapporti stretti con i monaci vallombrosani. Rapporti che non si sono limitati al periodo del noviziato. «Infatti troviamo Galileo a Passignano nel 1588 per insegnare “mathematica a don Epifanio”. Negli anni successivi ebbe un legame stretto col monaco Orazio Morandi, uomo di grande curiosità intellettuale, che diede pieno appoggio a Galileo in occasione della polemica aperta dal matematico Francesco Sizzi in relazione alla scoperta dei satelliti di Giove. Divenuto abate di Santa Prassede a Roma, padre Morandi cercò di favorire un incontro dello scienziato  con il domenicano Raffaello Visconti e con l’inquisitore di Firenze Lodovico Corbusio per poter ottenere l’imprimatur alla pubblicazione del Dialogo sopra i due  massimi sistemi del mondo». 

Il grande interesse dei monaci per la scienza è proseguito nel periodo post galileiano. Quando, nel 1654, il granduca di Toscana Ferdinando II realizza con l’Accademia del Cimento la Rete Medicea, una rete meteorologica che comprendeva stazioni di rilevamento italiane e straniere, Vallombrosa viene subito scelta come uno degli osservatorio meteo di riferimento e per 40 anni i monaci invieranno puntualmente a Firenze i dati delle loro osservazioni. E siamo nella seconda metà del ‘600, quando, secondo la vulgata, il mondo culturale e religioso avrebbe dovuto essere sotto shock per la condanna di Galileo: evidentemente, come ormai i principali storici della scienza documentano, all’epoca non c’è stato alcun terremoto, almeno fino al secolo successivo quando ci hanno pensato i maestri dell’illuminismo. 

L’impatto della vicenda galileiana, in un ambiente così culturalmente attento e vivace come Vallombrosa, non è visibile: «Tutt’altro. Lo vediamo dai libri e dai manoscritti che abbiamo esposto: ad esempio nelle prefazioni si parla spesso di Galileo con grande ammirazione e se ne valorizza l’opera. E c’è comunque la testimonianza della pratica scientifica dei monaci, che non è stata frenata e semmai è cresciuta nel periodo successivo al processo». 

A ulteriore riprova della continuità nell’attività dei monaci in campo scientifico, c’è un episodio della metà ‘700, quando la Congregazione dei vallombrosani rivolge un forte richiamo alle proprie scuole dei novizi rimproverate per “interessarsi troppo di scienza a scapito della teologia”.

(Mario Gargantini)

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