MEDICINA/ Guarire anche senza la guarigione fisica

- Giorgio Bordin

I successi della scienza e della medicina sono eclatanti, ma da soli non impediscono, ricorda GIORGIO BORDIN, il crescere dell’insoddisfazione di chi non si sente curato

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Immagini di repertorio (Infophoto)

Si è concluso ieri a Bologna il primo Festival della Scienza Medica. Uno dei temi del vasto e articolato programma era “Religione e cura”. Su questo argomento abbiamo chiesto un commento a Giorgio Bordin, medico e cultore di storia della medicina.

Un amico mi diceva che una persona il cui marito sta morendo di cancro si rivolgeva a lui chiedendogli di pregare – lei agnostica, lui credente – perché l’uomo a cui voleva bene non le fosse portato via. Una donna acculturata e intelligente, capace di capire le situazioni concrete della vita. Come si concilia l’evidenza del limite nella realtà, con il desiderio che ciò che nella nostra vita sperimentiamo come bene, non sia corrotto dalla morte, possa durare, per sempre?

Alcune parole come curare, to cure, to care hanno una radice comune nel latino caritas; sempre in latino, salus significa sia salute che salvezza e da essa derivano anche gli equivalenti inglesi salubrity e salvation. Ma anche i termini anglosassoni health (“salute”) e holiness (“santità”) condividono un’etimologia comune con wholeness (“totalità”). Come scriveva Roy Porter, a proposito di storia della medicina occidentale in periodo medievale: “La medicina e la religione condividono il desiderio di globalità”.

Così, un’unità profonda alla radice delle sfaccettature dell’esperienza umana sa rendere unitaria anche la sua espressione. Se la richiesta di salute equivale – più o meno implicitamente – a una domanda di salvezza, non è a caso che nelle torme di pellegrini che accorrono alle tombe dei santi ci siano tanti infermi; rappresentano la richiesta della guarigione a chi ha testimoniato nella propria vita che il desiderio di infinito ha trovato risposta. Fino al punto in cui il miracolo investe la quotidianità: così ci racconta Gentile da Fabriano in “Infermi e pellegrini alla tomba di san Nicola”, dove c’è chi va, sorretto dalle grucce, e chi ritorna, già risanato.

All’alba dell’avventura umana, in ogni cultura, c’è questo rapporto, necessario e ambivalente. È ambivalente perché può confondere i piani in cui si muove. Non c’è mai domanda seria di salute che non chieda concretamente anche la guarigione, ma ridurre la manifestazione del divino alla guarigione del corpo significa ridurre anche la portata della domanda e scivolare inevitabilmente sul piano della magia.

La storia di molte culture documenta anche questo. Persino la cultura greca arcaica, rispetto alla quale la figura di Ippocrate si pone come elemento di discontinuità, aveva una medicina teurgica, in cui gli Dei erano invocati per le loro capacità guaritrici. Ippocrate è il primo a porre la propria azione in un alveo scientifico, in cui l’osservazione fenomenica della realtà e la conoscenza delle sue leggi possa essere d’aiuto a curare le malattie.

Purtroppo una scienza che separi il corpo dall’integrità della persona, compie l’errore contrario, di pensare alla malattia come la rottura di una macchina e alla medicina come la sostituzione del pezzo rotto, curando una malattia e non un malato, scotomizzando quel bisogno che egli afferma già nel suo grido di dolore. I successi della scienza sono eclatanti, ma da soli, come vediamo oggi, non impediscono il crescere dell’insoddisfazione di chi non si sente curato, preso sul serio.

In tutta la storia dell’umanità una sola religione ha risposto a questo bisogno radicale del cuore umano. La resurrezione di Cristo ha introdotto nel mondo una positività ultima per la quale quel grido possa non cadere nel vuoto, ma essere detto di fronte a Chi vi può rispondere. Cristo ha guarito molti e ha risuscitato Lazzaro, ma com’è scritto nel Vangelo, solo perché fosse data testimonianza al Padre; Lazzaro è l’unico uomo che ha dovuto morire due volte: anche la guarigione biologica non risolve il problema che la malattia ha suscitato.

Mi diceva un amico medico italiano che vive negli Stati Uniti, che ci sono due termini per la guarigione: si può essere cured o healed. Lo healing riguarda la persona, fatta di corpo e anima, mentre il curing è il risanamento biologico. Per questo, ognuno può essere healed anche senza la guarigione fisica, come molti malati ci testimoniano nella loro esperienza, stupendo tutti quelli che hanno gli occhi e la ragione sufficientemente aperti per riconoscerlo; e per questo, anche la domanda di quella signora è profondamente vera.

Il cristianesimo in periodo medievale ha ripreso e sviluppato la medicina ippocratica riconoscendole questa decisione di affrancamento dalla magia; e al tempo stesso lottando per la guarigione del corpo con l’aiuto della scienza, senza dimenticare che l’uomo chiede di più. La medicina occidentale nasce per guarire, ma non scappa quando fallisce.

Dimenticare questa radice per uno scientismo che invece fallisce sempre se non può guarire, porta a due conseguenze. Gettare la spugna di fronte all’ostacolo o tornare alla magia a causa della disillusione. Solo un’esperienza pienamente religiosa salva l’impegno strenuo della scienza, chiedendole realisticamente quello che può, nella certezza che la positività ultima di cui la vita consiste sani il nostro desiderio di bene, e non ce lo lasci portar via dalla cattiveria del male, qualunque esito possa accadere. 

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