INNOVAZIONE/ Quando il robot scopre il verbo “collaborare”

Alcuni esponenti del mondo della robotica hanno ribadito che la quota di mercato dei robot collaborativi sarà in aumento. Intervista a PAOLO ROCCO e ANDREA MARIA ZANCHETTIN

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Robotica Human Centered (Fonte: DLR-MRC)

Le stime dei costruttori di robot sono promettenti: la quota di mercato dei robot collaborativi – cioè quelli che si inseriscono in totale sicurezza nelle attività produttive accanto agli operatori umani – arriverà al 10% entro il prossimo anno e toccherà il 15-20% nel 2020. Lo hanno ribadito alcuni dei principali esponenti del mondo della robotica nel corso della Giornata di Studio organizzata nei giorni scorsi dall’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Milano in collaborazione con ANIPLA e SIRI.

Come mai emerge oggi in ambito industriale così diffusamente il tema della robotica collaborativa? Ilsussidiario.net ne ha parlato con Paolo Rocco e Andrea Maria Zanchettin del Politecnico di Milano. «Il motivo – dice il professor Rocco – è che c’è stata una progressiva presa di coscienza della diversità di compiti nelle attività industriali: ci sono compiti che il robot esegue meglio grazie alla sua precisione, alla capacità di eseguire operazioni ripetitive; altri compiti che invece l’uomo esegue meglio grazie alla sua maggior creatività e destrezza. Ci sono però anche operazioni che richiedono entrambi i tipi di abilità; in questi casi è necessario o comunque auspicabile che ci siano dei robot in grado di coesistere, nello stesso spazio di lavoro, con gli operatori umani: ecco quindi il robot collaborativo. Possiamo anche aggiungere la considerazione che questi robot consentono di evitare all’azienda di doversi dotare di infrastrutture fisiche di separazione tra uomo e robot, con indubbi vantaggi in termini di accessibilità da parte anche delle piccole medie imprese per le quali l’introduzione di un robot finora implicava investimenti impegnativi».

Quali sono i fattori che hanno permesso di migliorare così tanto le capacità “collaborative”, le possibilità di “coesistenza” facile e in sicurezza? «Un robot collaborativo si distingue da quelli tradizionali da vari punti di vista. Il primo, più evidente, è legato all’hardware: si tratta in genere di robot più leggeri, anche per minimizzare l’eventuale danno dovuto a un’interazione accidentale con l’uomo; per questo stesso motivo a volte sono anche rivestiti di materiali speciali, adatti ad attutire gli urti. Poi c’è comunque un fattore software: hanno una facilità di programmazione e anche una capacità di reagire ad eventi imprevisti che i robot tradizionali normalmente non hanno». Attualmente sono disponibili robot con un gradi di collaboratività elevato e con prestazioni soddisfacenti in termini di sicurezza, precisione e velocità. Ma si può fare ancora di più quanto a facilità d’uso? Secondo Zanchettin al momento la facilità d’uso è arrivata a livelli molto soddisfacenti: qualunque operatore, anche non specializzato è in grado di prendere uno di questi robot, portarlo dove serve e assegnargli le funzioni da svolgere. In alcuni tipi di applicazioni tuttavia ciò non è ancora del tutto possibile: ad esempio laddove è richiesta una elevata precisione di posizionamento. Se per uno smartphone si può dire che chiunque ne può utilizzarne uno senza dover leggere le istruzioni, per i robot da questo punto di vista siamo ancora a metà strada». C’è quindi ancora molto da fare come ricerca e innovazione. In questo i big della robotica sono decisamente impegnati e alcuni in particolare puntano molto proprio sulla robotica collaborativa: si possono citare la Kuka, la ABB, la Universal Robots. Ma ci sono anche numerosi centri di ricerca in tutto il mondo che stanno rivolgendo una speciale attenzione alla possibilità di mettere al lavoro “gomito a gomito” operatori umani e robot: basti pensare, per quanto riguarda l’Europa, al Robotics and Mechatronics Center di Monaco della DLR, l’Agenzia Spaziale Tedesca, un centro di eccellenza che dedica una speciale attenzione alla robotica Human Centered. «Anche in Italia siamo in molti a seguire questi sviluppi e il centro cui guardare in modo speciale è lo IIT di Genova, che sta crescendo molto e ha una serie di programmi e realizzazioni su un ampio spettro di applicazioni».

La novità dei robot collaborativi riguarda essenzialmente il campo industriale e un particolare tipo di attività come l’assemblaggio e il montaggio di componenti; ma si inizia a intravedere anche un possibile allargamento del concetto e delle sue applicazioni. «Già ci sono robot tradizionali impiegati in quella che viene chiamata robotica di servizio, che è ormai una realtà affermata e con un suo mercato che si sta ampliando. Come pure si stanno diffondendo i robot volanti, cioè quelli che tutti abbiamo imparato a riconoscere come droni. Siamo ancora lontani però da robot che possano intervenire direttamente in attività domestiche così come intervengono in quelle industriali. Può darsi che il fatto che i grandi player stanno investendo così tanto in questo campo abbia delle ricadute interessanti in tale direzione. Certo, nel caso dell’attività domestica le situazioni sono più difficili, non sempre ripetitive e prevedibili e gli algoritmi richiesti diventano molto più complessi». Zanchettin segnala un’estensione interessante, sempre però in ambito industriale, che si sta profilando: «è quella in cui un robot andrà a sostituire alcune macchine utensili dedicate, spesso costruite appositamente dalla aziende che le utilizzano; in tal caso, ciò che fa pendere la bilancia a favore del robot collaborativo è la sua semplicità, flessibilità e facilità di utilizzo».

Resta il fatto che nell’immaginario collettivo quando si parla di robot il pensiero va subito ai robot umanoidi, «che però non vanno confusi con quelli collaborativi. I primi sono pensati per ambiti diversi e non hanno molto a che fare con un contesto esclusivamente produttivo». Si pensi all’iCub del già citato IIT: si tratta più che altro di robot pensati per interagire con l’uomo in contesti vari legati alle funzioni domestiche oppure in attività di pronto intervento, di sicurezza o altre situazioni dove le abilità umanoidi conferiscono un valore aggiunto notevole. «Insomma, per muoversi e operare in ambiente industriale il potersi reggere sulle proprie gambe non dà particolari vantaggi e probabilmente la soluzione delle ruote è ancora quella da prediligere».

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