ERUZIONE ETNA/ Riattivato un sistema di faglie, ma nessun collegamento col Vesuvio

L’Etna non si sta modificando. Piuttosto si sta “comportando” in maniera del tutto normale compatibilmente alle sue caratteristiche e alla sua storia eruttiva

01.01.2019 - int. Pier Paolo Comida
Terremoto Catania per l'eruzione dell'Etna (foto da Twitter)

Sull’Etna la terra continua a tremare, ma l’attività vulcanica sembra in regresso, anche se l’Ingv mantiene sempre alta l’attenzione. Da novembre, poi, si sono risvegliate sia la caldera dei Campi Flegrei e, in misura minore, quella della zona vesuviana, mentre dopo metà dicembre anche sullo Stromboli si sono registrate attività eruttive. Sono fenomeni collegabili? Potrebbero essere i prodromi di una fase eruttiva più consistente e allargata? Lo abbiamo chiesto a Pier Paolo Comida, geologo e vulcanologo, attualmente studente di dottorato in Vulcanologia presso l’INRS di Québec, in Canada.

Il sisma avvertito la notte fra il 25 e il 26 dicembre era a un chilometro di profondità e gli esperti dicono che il vulcano si sta modificando e che potrebbero aprirsi dei crateri anche a bassa quota. Che cosa significano questi due eventi?

Per via del chimismo dei magmi eruttati e della dinamica eruttiva e dell’architettura dell’apparato vulcanico, l’attività vulcanica dell’Etna può avvenire sia dalla porzione sommitale, sia attraverso eruzioni cosiddette “di fianco”, fino a quote di poche centinaia di metri sopra il livello del mare. Il movimento del magma all’interno dell’apparato vulcanico e verso la superficie induce stress meccanici di varia intensità, causando terremoti anche a notevole distanza dalla bocca eruttiva. Tenendo a mente queste nozioni di base e considerando le informazioni attuali disponibili sul sito web dell’Ingv Osservatorio Etneo, l’Etna non si sta modificando, sta, piuttosto, “comportandosi” in maniera del tutto normale compatibilmente alle sue caratteristiche e alla sua storia eruttiva. L’evento sismico di magnitudo 4.9 del 26 dicembre sembra essere “semplicemente” il risultato della riattivazione di un sistema di faglie localizzate nella porzione sud-orientale del vulcano dovuta al trasferimento di stress dalla porzione sommitale del vulcano e sorgente dell’eruzione verso i fianchi, e non alla presenza diretta di magma al di sotto dell’epicentro. Questo, ovviamente, non esclude totalmente la possibilità di un’attività di fianco a bassa quota, ma al momento le evidenze vulcanologiche e geofisiche non consentono di fare assunzioni in tal senso.

L’attività di controllo sul vulcano è stata, ovviamente, incrementata. Ci sono “segnali” particolari che possono avvertire dell’arrivo di un’eruzione più violenta?

Il monitoraggio di un vulcano segue un approccio multidisciplinare, volto all’individuazione e quantificazione di tutti quei cambiamenti indicativi di un inizio eruzione o, come in questo caso, di un eventuale incremento o decremento nella “violenza” dell’attività eruttiva in corso. Segnali geofisici (sismici), geodetici (per esempio, deformazione dell’apparato vulcanico) e geochimici (per esempio, variazione nella composizione dei gas vulcanici) vengono considerati e valutati insieme all’interno di un quadro generale più ampio, inclusivo della storia eruttiva del vulcano e del contesto socio-ambientale locale.

Sui Campi Flegrei e nella zona del Vesuvio si sta intensificando l’attività magmatica; l’Etna e lo Stromboli si stanno risvegliando. Sono fenomeni collegati o collegabili tra loro?

La risposta è no, non c’è collegamento alcuno tra l’attività dei diversi vulcani sopracitati. Ognuno di questi vulcani è caratterizzato da un proprio sistema di alimentazione e storia eruttiva indipendente.

(Marco Biscella)

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