Lo sciopero generale proclamato per il 12 dicembre dalla Cgil rappresenta un atto politico più che sindacale
Se esiste un Rubicone che divide un partito da un sindacato, Maurizio Landini e la Cgil lo hanno attraversato con la dichiarazione dello sciopero generale del 12 dicembre. Un partito, specie se è all’opposizione, non ha bisogno di correggere la politica economica del Governo in carica; è abilitato a contestarla in blocco sostenendo una linea alternativa; non gli serve – se non per fare spettacolo – di cambiare qualche norma grazie a un emendamento fortunato, col rischio di valorizzare la manovra della maggioranza. Per un sindacato è diverso; il suo ruolo è quello di negoziare per ottenere norme ritenute più favorevoli per i lavoratori. E per raggiungere questi obiettivi gli è riconosciuto il diritto di scioperare.
Se usa quest’arma al solo scopo di fare comunque opposizione al Governo in carica snatura la sua funzione a mera azione di propaganda. Maurizio Landini concludendo a Firenze la kermesse dei delegati dalla quale è scaturita la decisione dello sciopero generale per il 12 dicembre, ci ha tenuto ad affermare che le sue motivazioni sono solo sindacali e che l’astensione dal lavoro puntava a ottenere “risultati”.
Anche a prenderlo in parola, uno sciopero che si svolge in quella data arriva a tempo scaduto (senza possibilità di recupero). Il 12 dicembre vedrà il ddl in dirittura d’arrivo al Senato, pronto a votare di lì a pochi giorni il provvedimento con la questione di fiducia per trasferirlo alla Camera per un passaggio formale, come avviene di solito nella seconda lettura. Pensare pertanto che il Governo faccia marcia indietro per evitare uno sciopero previsto, messo in conto e ricorrente durante la sessione di bilancio, magari con il rischio di incorrere nell’esercizio provvisorio non è una cosa seria, anche perché Landini sa bene che, a livello dei mercati, uno sciopero conferisce credibilità a una manovra di bilancio.
Poi per ottenere dei “risultati” si devono presentare rivendicazioni che non siano “fuori mercato” in un ddl di modesta entità come quello predisposto per il 2026. Che cosa potrebbe ottenere Landini per non effettuare lo sciopero? L’abolizione del ritocco ai requisiti del pensionamento? Una revisione dell’Irpef con criteri capovolti, in modo di beneficiare ancora una volta i redditi più bassi? Un abbozzo di imposta patrimoniale che tenga conto dei “numeri al lotto” raccontati dal Capataz della Cgil?

Immagino che gli osservatori avranno notato gli atti da saltimbanco di Landini. Dapprima è andato a raccontare in giro che un prelievo straordinario di un punto percentuale sui patrimoni superiori al milione di euro avrebbe portato nelle casse del fisco 26 miliardi da assegnare alla scuola e alla sanità pubblica. E che sarebbero stati interessati 500mila contribuenti. Poi, strada facendo il milione è raddoppiato, senza ripercussioni sul numero dei contribuenti interessati. Questi importi sono stati dati a casaccio senza un supporto minimo di conti, tanto che persino Elly Schlein ha avuto il buon senso di ribadire che una “patrimoniale” può essere adottata solo in un contesto europeo, se non si vuole che i patrimoni varchino le frontiere.
Poi come si definiscono i patrimoni? Non certo con “gride manzoniane”. Basti pensare che, in Italia, i contribuenti che hanno una denuncia dei redditi superiore a 300mila euro lorde sono 3.359. Il patrimonio su cui intervenire più facilmente è quello immobiliare; eppure al Governo Draghi fu impedito di aggiornare il catasto per cui l’erario ne dispone di una realtà distorta. Poi a toccare la casa sono guai per tutti; si pensi alle polemiche suscitate per le imposte degli affitti brevi.
C’è poi la sceneggiata dei salari bassi. È bene che si sappia che la guerra di Landini al Governo è arrivata al punto di non sottoscrivere i contratti del pubblico impiego perché nelle proposte del Governo non è previsto in recupero in un colpo solo delle perdite di potere d’acquisto a causa dell’impennata inflazionistica degli anni scorsi. È chiaro che il vero obiettivo è quello di fare opposizione anche in questo modo anche a costo di danneggiare materialmente i lavoratori.
La Cgil è talmente prigioniera della sua narrazione sfascista che rifiuta di attribuirsi dei meriti innegabili che vengono riconosciuti da tutti: per il lavoro dipendente fino a 32mila euro grazie ai provvedimenti degli ultimi anni (su struttura delle aliquote, articolazione degli scaglioni di reddito, detrazioni per redditi da lavoro e quelle per oneri dei contribuenti con redditi più elevati, compresa la traslazione nell’Irpef delle misure di sostegno al reddito dei lavoratori dipendenti introdotte per far fronte alla crisi inflazionistica del biennio 2022-23) hanno consentito il recupero del potere d’acquisto e del fiscal drag. Ciò giustifica il fatto che la riforma delle aliquote (dal 35% al 33%) vada a favore dei redditi da 28 mila a 50 mila euro.
Al dunque lo sciopero del 12 dicembre inutile e dannoso. Quelle minoranze di lavoratori che aderiranno lo faranno soltanto per motivi politici in senso stretto per odio nei confronti dell’attuale maggioranza. Ancora una volta ci saranno le piazze piene, ma non le aziende vuote.
Che si sarebbe arrivati allo sciopero generale (quinto a vario titolo in meno di tre mesi) lo si sapeva fin da luglio quando la Cgil varò il piano di mobilitazione. Tanto valeva che la Cgil lo proclamasse al momento della presentazione del ddl, perché il suo vero interesse non era quello di intrecciare accordi (impossibili con le sue posizioni), ma di collezionare un altro sciopero generale a maggior gloria di Maurizio Landini.
Un’ipotesi, solo teorica, di modificare il ddl di bilancio ci poteva essere scioperando il 28 novembre insieme ai sindacati di base. Ma la Cgil ha voluto fare da sé e competere con questi nuovi protagonisti del sindacalismo radicale sul loro terreno. Del resto sono questi i nuovi alleati della Confederazione di corso Italia.
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