SCONTRI A MEMPHIS/ Polizia uccide afroamericano: ci manca la libertà di perdonare

- Riro Maniscalco

A Memphis, Tennessee, le forze dell’ordine hanno ucciso un nero pregiudicato, Brandon Webber. Si è scatenato il caos per le strade

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LaPresse

NEW YORK — “Ci vuole una grande forza spirituale per non odiare colui che ti odia e tiene il suo piede sul tuo collo, ed un miracolo di intuizione e carità ancora più grande per non insegnare ai tuoi figli a odiare”.

Sono parole con cui James Baldwin nel 1962 descriveva sinteticamente e drammaticamente la grande tribolazione, la grande sfida dell’uomo nero nei confronti dell’uomo bianco.

Quasi sessant’anni dopo è ancora così? È proprio vero che questa piaga incurabile non vuole guarire?

Ieri notte a Memphis, Tennessee, questo “peccato originale” che ha segnato col sangue tante tappe della storia degli Stati Uniti ha scatenato l’ennesimo lampo di violenza. L’uccisione di Brandon Webber, uomo di colore inseguito da vari mandati d’arresto, avvenuta per mano di alcuni US Marshalls, ha portato in strada alcune centinaia di dimostranti. Ne è seguita una notte di guerriglia urbana, con 25 poliziotti e due giornalisti feriti dal lancio di pietre e qualche auto delle forze dell’ordine sfasciata. Ci sono voluti gas lacrimogeni ed un acquazzone per liberare le strade. Secondo una prima ricostruzione degli eventi Webber, al volante della sua vettura, si era scaraventato contro le auto della polizia, speronandole nel tentativo di darsi alla fuga. Bloccato, sarebbe uscito dall’abitacolo brandendo un’arma da fuoco. A quel punto i Marshalls, braccio armato del Dipartimento di Giustizia, avrebbero fatto fuoco una ventina di volte sul ricercato lasciandolo cadavere a pochi metri dal giardinetto di casa. Secondo la polizia, nulla da recriminare, nulla fuori dalla normale drammaticità del crimine violento. Ma per tanti a Frayser, quartiere malandato di Memphis, si tratta dell’ennesimo discutibile “shooting” dell’uomo bianco che ha per vittima un uomo di colore. Già lo scorso anno proprio in questo quartiere era avvenuta un’uccisione analoga. In quell’occasione, come in tante altre in giro per il paese, le indagini hanno liberato i poliziotti coinvolti da qualsiasi responsabilità.

Ma il fuoco è sempre li sotto la cenere, e la violenza sembra l’unica risposta, l’unica dimensione capace di mettere in bocca un vago sapore di rivalsa, se non di giustizia. Ancora Baldwin: “Credo che la ragione per cui la gente si aggrappi all’odio così testardamente è perché percepisce che, una volta che l’odio se ne è andato, tutti saranno costretti a fare i conti con la sofferenza”.

E infatti è vero che se – fuori da qualsiasi dubbio – è solo l’uomo bianco il colpevole, colui che ha marchiato la nostra storia con il “peccato originale” dello schiavismo, è pur vero che l’odio è reciproco. Così come, per grazia di Dio ed apertura del cuore, può esserlo l’amore.

Sempre Baldwin, col linguaggio di cinquant’anni fa: “Il futuro dei negri in questo paese è luminoso o cupo esattamente come il futuro del paese stesso”.

Oggi questo vale per tutti gli uomini, per ogni uomo.

Pensiamo all’interminabile numero di shootings ed alla scia di sangue che lasciano lungo il paese, pensiamo all’inimicizia che l’ideologia continua a seminare a piene mani, pensiamo alle migliaia di immigrati che bussano alle nostre porte… Che futuro stiamo cercando di costruire?

God Bless America.

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