La nuova filiera tecnologico-professionale 4+2 contiene diversi problemi da risolvere: tra questi il profilo dei 4 anni e la formazione dei docenti
Crescono le quotazioni dei percorsi dell’istruzione tecnico-professionale imperniati sulla soluzione innovativa del 4+2 lanciata dalla legge 121/2024. La filiera tecnologico-professionale prevede 4 anni di istruzione secondaria seguiti da 2 anni di formazione tecnica superiore (ITS Academy). Per entrare in questo sistema formativo attivando i percorsi quadriennali a partire dall’anno scolastico prossimo (2026/27), le istituzioni scolastiche dovranno presentare la candidatura entro il 10 dicembre.
Nei due precedenti anni scolastici questa soluzione è stata adottata sperimentalmente, nel complesso, da circa 400 scuole per un totale di oltre 600 percorsi formativi attivati. Ora dalla sperimentazione si passa al regime ordinamentale. Forse non è ben chiara al grande pubblico l’importanza dell’istituzione di questo nuovo impianto, vera riforma dell’istruzione tecnico-professionale che si affianca e integra la riforma degli istituti tecnici e professionali tradizionali prevista dal PNRR e quindi della scuola tutta.
Da tempo immemorabile si auspica un secondo canale orientato più specificamente al mondo del lavoro ed ora esiste. Non sono mancate le polemiche, per la verità. La CGIL ha accusato il ministro Valditara di volere regionalizzare, privatizzare e quindi destrutturare il complesso della pubblica istruzione del Paese. In altri interventi critici si può leggere che i collegi docenti sono stati in alcuni casi fatti oggetto di pressioni indebite affinché adottassero in via di esperimento la suddetta soluzione.
Dal lato del versante ministeriale si ribadisce la novità della prospettiva, che consentirebbe una vera integrazione tra scuola e lavoro. Al termine dell’iter lo studente si vedrebbe riconosciuto un diploma di scuola secondaria superiore più il diploma tecnico superiore.
È chiaro che si tratta dello smontamento di un assetto tradizionale (il quinquennio superiore) e di un raccordo con il settore tecnologico produttivo che sollecita i molteplici interessi delle imprese nel campo della formazione.
Il dato esiguo delle adesioni ottenute fino a questo punto, corrispondenti al 6,4% degli istituti tecnici, non dice ancora di un rifiuto quanto probabilmente di una diffidenza rispetto a una novità che comporta per gli insegnanti e i genitori un cambio di prospettiva. Le direttive che provengono dal ministero di Viale Trastevere suggeriscono infatti importanti cambi di passo di tipo formativo-didattico.

I percorsi quadriennali di istituto tecnico o professionale dovranno essere accompagnati anche dalle imprese partner della filiera, in modo da facilitare l’apprendimento “in situazione”, cioè in modo tale che alla teoria segua immediatamente la pratica.
Docenti e dirigenti dovranno dialogare con i partner della filiera, in modo da qualificare la formazione, consentire orari flessibili, rendere normale la progettazione integrata.
Il maggiore interrogativo che grava su tutto il meccanismo riguarda il segmento quadriennale, non v’è alcun dubbio in proposito, tenuto anche conto del fatto che dopo il diploma quadriennale lo studente potrà proseguire, certo, nell’ITS, ma anche accedere direttamente al mondo del lavoro o all’università.
Viene da chiedersi allora se il quadriennale concepito come un troncone a sé stante (lo diventerebbe appunto se frequentato senza i 2 anni successivi) non sia veicolo per ingressi nei lavori dequalificati e sottopagati. Il rischio è che si risponda alla questione di come contenere i tradizionali 5 anni nei nuovi 4 con la bacchetta magica della didattica per competenze e della metodologia laboratoriale.
Il problema non è infatti quello di assemblare il contenuto di un quinquennio di studio in un itinerario formativo ridotto di un anno. Non si tratta di fare in meno tempo quello che prima si faceva avendo a disposizione un arco temporale maggiore, ma di ripensare completamente il percorso. Un quadriennio deve avere una dignità tutta sua, in modo da essere certamente calibrato sullo studente e sulle sue predisposizioni, ma anche sui contenuti disciplinari e sui nodi fondamentali del sapere.
Inoltre non si dovrà correre il rischio di calibrare gli insegnamenti in funzione della attività pre-professionalizzanti (il +2) che si svolgeranno nei 4 semestri previsti per l’acquisizione delle abilità tecnologiche avanzate.
Inutile nascondersi, infine, che non meno importante è la questione del destino dei docenti che, con la riduzione complessiva del monte ore annuale, si troveranno in esubero. Anche in questo caso occorrerebbe evitare situazioni di ripiego, foriere di divisioni in seno alla categoria (chi fa la lezione e chi fa il laboratorio).
Tutti i docenti hanno la stessa dignità e dovranno essere formati e preparati allo stesso modo per cogliere una sfida, quella della creazione di un secondo canale scolastico superiore, che è aperta e che esige la piena assunzione di responsabilità ma anche sostegno, affiancamento e valorizzazione della professione da parte di chi amministra.
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