SCUOLA/ Ahmed, la paura dell’interrogazione e un’intesa carica di valore

- Gianni Mereghetti

Ahmed arriva a Portofranco per un ultimo ripasso, ma il professore di storia è molto occupato. Anzi, gli tocca aiutare un altro ragazzo. E impara una cosa decisiva

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(LaPresse)

Ahmed era arrivato presto a Portofranco, aveva molto da studiare per l’interrogazione di storia sulla seconda metà del 1800, il giorno dopo avrebbe avuto la verifica e per lui studiare questo lungo periodo di storia italiana non era facile, tutte situazioni di cui lui non capiva bene la dinamica. Si era immerso nello studio ormai da una settimana, ma vi erano tanti passaggi che non era riuscito a capire. Ahmed aveva studiato, però sentiva che alcuni collegamenti gli sfuggivano, per cui era andato per tempo al centro perché voleva farsi aiutare da un insegnante di storia.

Arrivato al centro, l’insegnante di storia era impegnato e aveva detto ad Ahmed di avere pazienza e aveva aggiunto di riguardarsi gli argomenti che poi lo avrebbe interrogato, comunque aveva cercato di tranquillizzarlo dicendogli che era pronto, di non avere paura. Ahmed non ne era così sicuro, conosceva i suoi punti deboli, ma si era seduto al tavolino e si era messo a riguardare destra e sinistra storica, il II Reich, la rivoluzione industriale e così via.

Il tempo passava, ma il professore di storia non sembrava intenzionato a prendersi cura di Ahmed. Finito con un ragazzo si occupava di un altro, ad Ahmed solo qualche sguardo furtivo, in fondo il professore pensava che non avesse bisogno di lui.

Ad un certo punto erano entrati nell’aula due ragazzi che erano stati convocati per la stessa ora, però per materie diverse: uno doveva studiare l’Illuminismo, l’altro doveva fare lezione di italiano, lingua che proprio né capiva né parlava. Per il professore era stato un momento di panico, “e adesso?” si era chiesto non sapendo che fare.

“Ahmed”, d’improvviso aveva detto rivolgendosi al ragazzo che stava ripassando storia, “faresti un po’ di italiano con lui? Prova a vedere con lui l’uso del verbo avere ed essere”. Ahmed non se lo aspettava: “ma come?”, si era detto fra sé e sé, “è due ore che aspetto che mi aiuti e ora mi dice di fare italiano con questo ragazzo pakistano! Non è possibile!”. Era stato un attimo di pausa abbastanza lungo, il professore aveva ribadito la domanda fissandolo negli occhi come a dirgli di aver pietà di lui. “Va bene” aveva alla fine detto Ahmed e si era messo a fare italiano con il ragazzo pakistano.

Finito di fare la mappa concettuale sull’Illuminismo, il professore si era avvicinato ad Ahmed e al ragazzo pakistano, colpito nel vedere tanta intesa e come questo favorisse l’apprendimento dell’italiano. Dopo aver guardato il lavoro che avevano fatto, il professore disse ai ragazzi di andare a casa.

“Come? E la mia storia?”.

“La sai, tranquillo! Ti faccio due domande e poi basta perché la sai!”.

Il professore gli aveva fatto due domande e Ahmed aveva risposto puntualmente.

“Ciao. Vai tranquillo e domani spacca!”.

“Grazie – gli aveva risposto Ahmed – e non per il tempo che non mi ha dato, ma perché mi ha fatto capire che valgo e questo mi rende più sicuro anche in storia”.

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