SCUOLA/ Attenti al virus del “digital divide”

- Gianni Credit

In un’Italia che il coronavirus sta soprattutto disunendo, il “digital divide” emerge come paradossale terreno comune di battaglia quotidiana

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LaPresse

In un’Italia che il coronavirus sta soprattutto disunendo, il “digital divide” emerge come paradossale terreno comune di battaglia quotidiana. Sono davvero pochi gli italiani veramente immuni da ogni gap rispetto all’uso delle tecnologie, divenuto obbligato e vitale al tempo del lockdown. Non è più un’emergenza circoscritta ai tradizionali “poveri/dimenticati” digitali: quelli che non possono permettersi un laptop o uno smartphone; o quelli che abitano nelle ancora vaste “zone bianche”, dove fatica il segnale telefonico basico, figurarsi la connessione veloce.

Il vero problema di tutti o quasi non è la disponibilità di un “device”: è invece essenzialmente di conoscenza. E non ci si può stupire se – appena dopo l’ansia per il rischio di contagio o per un reddito evaporato – la preoccupazione trasversale nelle famiglie di tutto il Paese è da due settimane mandare ogni giorno i figli in una nuova scuola virtuale e inesplorata. Imparare assieme a loro – e spesso assieme agli insegnanti – a usare Classroom e Meet. È gestire il flusso “in” e “out” di compiti, è preparare le lezioni in video, cercando quadrature dei nuovi orari digitali di due o tre ragazzi con un solo “device” in casa.

La violenta migrazione digitale imposta all’improvviso dal virus ha il massimo impatto nel luogo simbolico della trasmissione educativa: e basteranno i tre mesi che mancano alla conclusione dell’anno – prevedibilmente tutti in e-school – a indurre cambiamenti duraturi. La rivoluzione omnidimensionale nei modi di insegnare e apprendere si affianca del resto all’altrettanto brutale avvento dello smart working di massa. Milioni di lavoratori dipendenti e autonomi – che potrebbero alla fine risultare la maggioranza – si vedono costretti a misurare la loro professionalità e la loro produttività in contesti organizzativi nuovi. Bancari e giornalisti, ricercatori universitari e liberi professionisti: in questi giorni sono anzitutto quelli nell’occhio del ciclone – contagiati in confino domiciliare e medici di base – a sperimentare una telemedicina di massa drammaticamente opposta all’invio banale di una ricetta o di un certificato.

Come tutte le crisi gravi, anche la pandemia obbliga a cambiare, ad adattarsi, ad alzare lo sguardo, a imboccare strade nuove. Ad accelerare le scelte, anche se è più che mai pericoloso sbagliarle. Ma se c’è una scelta che pare obbligata e che difficilmente potrà risultare sbagliata, appare quella di investire sull’educazione (digitale).

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