SCUOLA/ Basta lockdown: solo la “presenza” può impedire ai cervelli di spegnersi

- Marco Meschini

La scuola, per molti versi, è teatro; anche se è molto più simile alla vita. Il lockdown (e la didattica a distanza) è il suo più grande nemico

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Scuola (LaPresse)

La scuola è teatro.

Persone varie si riuniscono in un luogo, uno solo conosce il copione.

Quest’uno calca il palcoscenico – predella –, si orienta attorno alla cattedra, la sedia – scenario –, armeggia con gli strumenti del mestiere – attrezzi.

La quinta – lavagna – introduce a tempo opportuno segni, forme, colori.

Le luci, lasciamole perdere.

Il macchinista interviene quando il pc non va.

Talvolta, qualcuno applaude.

Voglio dire che ogni ora di lezione, persino la più stanca, non si sottrae alla magia del teatro: qualcosa che va in scena solo a quell’ora, e solo per quelli che sono presenti.

Lo capisce immediatamente lo studente ammalato, e cioè assente: ciò che sente è proprio l’assenza, il suo essere altrove, quel perdere irredimibile l’irripetibile. «Mi passi gli appunti?».

Ebbene, anche questo ci ha sottratto il Covid-19: l’esser presenti a noi stessi. Ammalati di una malattia contagiosa – la paura dell’altro, la paura per l’altro –, ci siamo rintanati nei nostri loculi in remoto, attivando monitor luminescenti come per una no-pay-per-view. Ma lo spettacolo era desolante: i macchinisti non sapevano che fare, gli attrezzi quasi del tutto inutili, le quinte da reinventare… E gli attori? Stanati nel loro non essere attori, primi mobili – in troppi casi immobili – di quell’unicum di cui sentivano per la seconda volta in vita loro tutta la formidabile pretesa. Perché sì, anche questo ha portato il Covid: costringere il docente ad un pubblico altro, a una nuova forma di espressione di sé – oltre che della materia, il dipanarsi degli argomenti –, sgomenti di fronte al fatto che dovevi cavartela da solo.

Solitudine di noi adulti, solitudine di loro bambini, adolescenti, promesse d’uomo e di donna.

Dunque anche questo ci ha insegnato il Covid: necessità della presenza, del presenziare a noi stessi, perché quando il gioco della telecamera spenta diventa lungo, troppo lungo, a spegnersi è il cervello, il corpo, il cuore. «Mamma, papà, voglio tornare a scuola»: è questa la supplica più potente che abbiamo udito in questi mesi, nei pianti disperati dei fanciulli e nell’acuirsi dell’angoscia dei più grandi, quando a tutti era ormai chiaro che la voragine nera del lockdown non è altro se non ciò che significa nella lingua materna: confinamento, carcere, malagrazia, che è persino peggio della scuola-caserma.

È l’università a svelare la teatralità della schola. Quante lezioni abbiamo saltato, ammalati dalla noia di quel professore, mentre a scuola – la scuola caserma, la scuola dovere – sei obbligato anche alla noia. È all’università che capiamo che quell’ora è un tutto indisperdibile, se l’attore conosce il mestiere. Perché mai abbiamo saltato coscienti un’ora che valeva la pena.

La scuola è teatro perché accade qui e ora, nello spazio e nel tempo definiti dagli orari e dalle griglie, dai banchi e dai programmi, e il suo maggior difetto è confondere la libertà della presenza con la costrizione dell’assenza, e viceversa.

La scuola è teatro perché obbliga l’attore a conoscere il mestiere: che è certo parola – scritta, parlata – ma anche e soprattutto gesto, movimento, enfasi, momento, percorso. In una parola, rappresentazione veritiera della vita. Ho amato – d’un amore sconfinato chiamato stima – quel nostro professore di italiano che, all’alba tarda della III liceo classico, entrò in classe tirandosi la barbetta e bofonchiando «Bene, bene…», quando tutto c’era, tra noi, tranne che del bene verso quelle ore d’una materia che, per quattro maledetti anni di deserto, era stata una condanna in presenza. Erano riusciti a farci sdegnare Dante; il prof. Ferrari lo rimise al centro del nostro mondo, del mio mondo, per come prendeva il libro, per come lo apriva, per come ne beveva l’umido nettare e, impaziente ai pazienti, lo riversava nei nostri tremuli incavi tra le labbra.

Lo si capisce bene quando il docente non è un buon attore, o addirittura non è attore del tutto: quando riduce le persone presenti a surrogati fissi e silenti dei loro cervelli. Perché si resiste a teatro per una-due-tre ore solo allorquando l’attore conosce davvero il mestiere: conosce cioè il fatto ineluttabile che la conoscenza vera non è uno scambio di codici tra macchine ipostatizzate, bensì comunione di vita. È l’attivarsi di tutti i sensi che rende unica la lezione, proprio come la performance teatrale di cui l’“opera” è l’apoteosi. È quando la bocca, le orecchie, il naso, le mani, gli occhi, il corpo tutto si ritrova coinvolto in quel mistero umano, troppo umano per affidarlo a internet, che è la conoscenza. Perché non esiste contenuto che non sia prima passato attraverso i sensi: nihil est in intellectu quod prius non fuerit in sensibus, dicevano i nostri medievali. Perché non esiste conoscenza senza passione, come sapeva bene Platone: la (vera) retorica «è l’arte di affascinare le anime», e il suo problema principale è «conoscere bene le emozioni e le passioni, che sono, per così dire, le corde dell’anima, e che richiedono una grande abilità per essere suonate» (in Plutarco, Vita di Pericle, 15). Oggi la chiamiamo “conoscenza emotiva”.

Insomma, la scuola è teatro perché nell’unicum di un solo “qui” e di un solo “ora” accade qualcosa: una rappresentazione – cioè conoscenza esperienziale – di un brano di verità.

Ora, il fatto che tutti passino dallo stesso sipario – la porta dell’aula – insegna anche un’altra cosa: che la scuola non è teatro. Non lo è nel senso che tutto accada per bocca di uno. Le personae – altra figura del teatro – sono più d’uno: sono tutti i presenti. Presenti e attivi, perché si può spegnere la telecamera degli occhi in qualunque momento.

Voglio dire che il difetto della metafora teatrale applicata all’ora di lezione consiste nel ridurre la maggioranza dei presenti a pubblico ricevente. Come se così fosse sufficiente, ma così non è. La metafora teatrale val bene per una conferenza in pubblico o una predica a messa, e non c’è dubbio che nelle nostre aule vi sia ampia parte di tutto ciò. Ma l’ora di lezione è molto, molto più simile alla vita, perché è piena di colpi di scena, è fervida di imprevisti. Il problema principale del copione è il suo disimpaginarsi, il suo rimodularsi di continuo rispetto alle richieste degli astanti, diciamo pure alle loro pretese. Perché non ha senso parlare di “parlamento bicamerale” se i presenti non sanno nemmeno cosa sia un “parlamento” o una “camera”. E perché, soprattutto, da quelle “persone” presenti si levano mani, si alzano voci, a volte in corrente, a volte contro. La lezione, insomma, è un dialogo.

Ed è questa dimensione dialogica che il Covid ha bruciato del tutto: perché sì, in rari e fortunati casi si può anche fare un’eccellente lezione a distanza – se il macchinista sa come si accende e spegne il marchingegno, se la connessione è buona, se la videocamera del cuore è accesa… – ma nessuno dei meravigliosi apparati di “informazione” che abbiamo tra le mani ha davvero ancora raggiunto il livello minimo di guardia per cui possiamo chiamarlo di “comunicazione”. Troppa medialità uccide l’impalpabile profondità della vita che brulica in una classe, anche quella annoiata, che attende solamente l’irrompere di un imprevisto.

È così che, nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, ci rendiamo conto ancora una volta che la lezione non è un insieme di contenuti, ma un insieme di esperienze. Che è solo il corpo a sostenere la mente, e che il contrario è l’effetto di una malattia.

Così, di fronte alla distesa sempre uguale e sempre diversa del mare, chiedo umilmente, per noi tutti attori viventi, un nuovo unlockdawn.

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