SCUOLA/ Cari prof, perché volete trasformare tutti in venditori di materassi?

- Valerio Capasa

Troppo spesso in vista dell’esame di Stato ci si riduce a fare affannosamente poeti e autori. Magari si rispetta il programma, ma così si ingannano i ragazzi

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(LaPresse)

“Spesso il male di esami ho incontrato: era il prof affannato che t’imbroglia, era l’incartocciarsi della voglia in farsa, era il ragazzo stramazzato”.

Gentile collega, tu sei un danno. Agli esami di Stato hai mandato i tuoi studenti a sbattersi contro “un rovente muro d’orto” e nemmeno te ne sei accorto. Spiegami come fai, dopo dieci o venti o anche trent’anni di insegnamento, a non riuscire a pianificare un po’ meglio i tempi di svolgimento del programma triennale. Perché ti riduci sempre a dover “fare” affannosamente, tra maggio e giugno, Pascoli d’Annunzio Svevo Pirandello Ungaretti Montale Saba Calvino? Hai liquidato Pascoli in un “lampo”, “zang tumb tumb” e il futurismo è fatto, come una “capra” hai imposto a quattro della classe di presentare Saba ai compagni, Montale l’hai spiegato il 7 giugno “nella sonnolenza del meriggio”. Perché?

Non è chiaro come mai in terza tu sia stato in grado di cominciare Dante a febbraio, dopo aver buttato tutto il primo quadrimestre forse a blaterare sui provenzali e l’amor cortese. Io non so come tu altro sia riuscito, avendo ereditato una quarta che l’anno prima aveva chiuso con Ariosto, a non arrivare in quinta a Pascoli: sapevi o non sapevi che le tracce della maturità vertono da anni sul Novecento? Perché perdi settimane e settimane parlando di Salvini o dei fatti tuoi e poi ti rendi improvvisamente conto che state indietro? “Non exiguum temporis habemus, sed multum perdidimus”: quest’estate fatti aiutare da qualcuno che mastica un minimo di aritmetica spicciola e prova a organizzarti.

E comunque: che senso ha ingolfare la “malavoglia” dei ragazzi di tutta questa “roba”? “Il programma”, mormori. Finiscila! Il programma ministeriale non esiste da anni. Il programma lo decidi tu o il tuo dipartimento. La gabbia è stata aperta, sono le ali che ti mancano. Devi salvare le apparenze. Sai qual è la tua preoccupazione? Far vedere al commissario esterno che Ungaretti e Montale sono scritti sul foglio, quindi tu il programma l’hai svolto, hai la coscienza pulita e sulla spiaggia puoi dirti “bravo” da solo. Non risulta, purtroppo, in quale data li hai “fatti”: Pascoli, d’Annunzio e Ungaretti il 18 maggio, tutti insieme!?! Oltre a quando li hai fatti, non c’è scritto neppure come e perché.

Almeno due parole sul come però vanno dette. Cosa esce alla prima prova? Un testo. E perché allora li hai tirati su a paragrafi? Cosa esce al colloquio orale, dalla famigerata busta? Un testo. Perché, allora, continui a imbottirli di spiegazioni? Al classico, cosa esce alla seconda prova? Una traduzione: e quanto li hai fatti tradurre per un triennio? Una volta al mese? Soltanto durante i compiti in classe?

Diceva uno di quegli scrittori che hai dimezzato fino a renderlo inesistente: “ciò che si chiede allo scrittore è di garantire la sopravvivenza di quel che si chiama umano in un mondo dove tutto si presenta inumano”. Ma tu, ficcando Pirandello nel programma, hai salvato le maschere; facendo male Svevo, hai dimostrato la tua inettitudine; mortificando Pascoli, hai lasciato i tuoi alunni orfani; non facendo leggere d’Annunzio, hai ammazzato ogni spirito estetico; parlando di resistenza, li hai sfiniti.

Ora, a nessuno servono paragrafi: serve la poesia. Non si fanno autori, ricòrdati: si leggono libri. Togli i “cocci aguzzi” dalla “muraglia” dei paragrafi e porta loro “il girasole” della poesia. Agli esami non chiedergli “la parola che squadri da ogni lato l’animo” informe di un poeta e di un ragazzo. “Vedi, in questi silenzi”, che a volte durante gli orali capitano, si intravede “il giallo” di un umano profondo che si nasconde nel cuore, “malchiuso portone”. Umano a cui la poesia può dare voce: finché non la incontra, un ragazzo può esprimerti solo ciò che non è, ciò che non vuole. Sì, perché ora che hai “fatto” Montale in tre quarti d’ora, i tuoi alunni secondo te conoscono Montale? Andrebbero a comprare gli Ossi di seppia?

Davvero non te ne sei accorto? Stanno scomparendo le materie: all’orale si parla un po’ dell’alternanza, un po’ di Cittadinanza e Costituzione e per qualche altro minuto si improvvisa un discorso su sette-otto materie che nemmeno un tuttologo saprebbe mettere in piedi. Il messaggio è chiaro: bisogna sapersela cavare, parlare a prescindere, vendere fumo. Trasformare tutti in venditori di materassi: questo è l’intento. Noi invece avevamo le materie, ma ci sentiamo materassai pure noi e insistiamo a propinare, anziché Ungaretti, l’avatar di Ungaretti: naufrago senza “allegria”, “massacrato” da cumuli di sintesi che ci imbuiano di piccolezza; non è mai stato tanto staccato dalla vita.

Non lo dimenticherò mai: alla fine di una lezione su Montale, una maturanda piangeva di commozione. E con le lacrime agli occhi mi insultava: “Tu mi hai ingannato! Mi hai detto che ci saremmo aiutati a preparare l’esame di Stato: ma leggendo Montale non mi stai aiutando a preparare gli esami: mi stai aiutando a vivere! Questo, adesso, non mi serve. A me serve prendere 100, e perciò il discorsino su Montale: non mi serve Montale!”. Fu un Odi et amo surreale: non mi mandò male un mese dopo essersi commossa, e neanche mezz’ora dopo: respingeva la commozione mentre accadeva.

Anche quella volta mi tornò in mente la lama con cui Gesù ha diviso in due la storia: “che importa se guadagni il mondo intero e perdi te stesso?”. Cosa te ne fai del bel voto se hai sotterrato il tuo cuore? Ma è ancora più assurdo quello che mi raccontano troppi maturandi: che perdono se stessi senza neppure guadagnare il mondo. C’è un mondo intero in cui, pur di fare carriera e soldi, ci si vende l’anima; posti dove si lavora ad alti livelli, ma che appaiono soffocanti. La scuola riesce troppo spesso nell’impresa di risultare contemporaneamente inumana negli orizzonti e approssimativa nello specifico.

A forza di paragrafi e di autori ficcati in testa in venti giorni, l’intelligenza critica non la educhiamo: ma nemmeno li mettiamo nelle condizioni di scrivere un’analisi del testo decente. Sciascia chi? Ah, basta dire che la mafia è brutta. E Ungaretti? Ah, sì, l’ermetismo… Avrebbero dovuto usare sei ore per domandarsi, all’unisono con il poeta in trincea, “ma Dio cos’è?”. Invece la domanda si è persa tra le opinioni a ruota libera e i concetti imparaticci, e sarebbe già tanto se qualcuno avesse ancora la lucidità di domandarsi: “ma ’st’esame cos’è?”.

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