SCUOLA/ Cosa fare quando (e dove) non è uguale per tutti

- Maria Paola Iaquinta

I territori a rischio, piagati da corruzione, criminalità, dispersione scolastica sanciscono il fallimento del principio costituzionale di equità. Un approccio

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(LaPresse)

Ogni istituzione scolastica vive in stretta relazione con il contesto socioculturale in cui opera e non può fare a meno di interagire con tutte le agenzie educative presenti nel sistema formativo integrato. Scuola, famiglia, enti locali, associazionismo, secondo il dettato costituzionale, hanno il compito di offrire servizi educativi e di istruzione per il pieno sviluppo dei diritti di libertà ed uguaglianza della persona. All’interno del sistema formativo integrato, ogni agenzia viene chiamata ad esplicitare un proprio campo formativo e, insieme alle altre, a sostenere il progetto di vita del minore o dell’adulto cui si rivolge.

È dunque di fondamentale importanza che ciascuna istituzione scolastica autonoma identifichi i propri stakeholder, i “portatori di interessi”, e con essi instauri un dialogo aperto, fin dall’inizio della progettazione delle attività educative. Conoscere il punto di vista del territorio sulle prospettive di sviluppo scolastico è utile alla comunità educante per poter fissare adeguate priorità culturali ed anche evidenze empiriche ai fini della comunicazione pubblica dei risultati raggiunti.

L’Ocse si è recentemente interessata del sistema formativo integrato italiano pubblicando nel 2018 una ricerca in cui si riportano le seguenti considerazioni in tema di equità: l’Italia dovrebbe agire rapidamente per sostenere la crescita e migliorare le competenze degli adulti, in quanto il paese ha sì lanciato una serie di riforme scolastiche per stimolare la crescita, ma tali riforme vanno pienamente attuate per garantire che scuole, università e luoghi di lavoro forniscano a tutti gli italiani le competenze necessarie per il successo sociale.

L’emergenza culturale in cui versa il nostro paese non accenna dunque a diminuire: le statistiche e le indagini hanno recentemente tratteggiato un nuovo profilo diffuso nella popolazione, quello degli analfabeti funzionali, i cosiddetti “low skilled”. Più di un italiano su quattro sarebbe in questa condizione. Rappresentano il frutto del fallimento del sistema formativo integrato, il cui buon funzionamento contraddistingue invece i paesi in cui si manifestano le migliori performance internazionali in tema di apprendimenti e di cittadinanza.

A fronte di un’emergenza educativa che è ormai diventata anche culturale, il mondo della scuola italiano si interroga su come porre rimedio. La rendicontazione sociale, cioè l’attività posta in essere dalla scuola per divulgare l’effettivo contributo alla creazione di valore pubblico, può rappresentare uno strumento fondamentale per coinvolgere il territorio, anche nei contesti sociali più complessi e difficili.

Nei territori a rischio, piagati dalla corruzione e dalla criminalità, in cui si manifestano forti tassi di dispersione scolastica, risulta però difficile condurre le scuole al raggiungimento, e soprattutto alla tenuta nel tempo, di livelli di apprendimento adeguati al principio costituzionale di equità.

Ciò dipende da molti fattori, ne individuiamo alcuni: innanzitutto, la mancanza di azioni di sistema significative che possano incentivare la permanenza nelle scuole dei contesti “a rischio” di docenti esperienti. Il più delle volte si tratta di sedi che, rimanendo vacanti, vengono assegnate a neo-immessi in ruolo o a supplenti. L’attuale sistema scolastico non riconosce al momento incentivi significativi al personale che opera nelle scuole di frontiera; non è previsto alcun vincolo di permanenza sulla sede di servizio che può mutare, per scelta del docente, di anno in anno o addirittura in corso d’anno in caso di ricorsi giurisdizionali. In secondo luogo, questi territori fortemente degradati presentano significativi ritardi nei piani di recupero strutturale, indice di una questione complessa e di difficile soluzione, che esigerebbe la messa in campo sinergica di molte forze esterne al contesto scolastico.

Le buone scuole dei territori a rischio però non si arrendono e, in molti casi, utilizzano lo strumento normativo della rete tra scuole per valorizzare il proprio prezioso operato, presidio di legalità e cittadinanza sul territorio. A questo proposito è da segnalare la recente esperienza delle scuole dell’Osservatorio territoriale per la prevenzione della dispersione scolastica nel quartiere di San Cristoforo a Catania, uno dei contesti sociali cittadini con percentuali endemiche di criminalità minorile da triste primato nazionale.

In un momento particolarmente difficile per la città di Catania, che si trova ad affrontare  il grave problema del dissesto finanziario, le scuole dell’Osservatorio hanno deciso di richiamare l’attenzione di tutti gli stakeholder organizzando il primo evento di rendicontazione sociale per la prevenzione della dispersione scolastica. Lo scorso mese di maggio presso il liceo cittadino “Turrisi Colonna” le dieci scuole di istruzione primaria e secondaria del quartiere hanno tenuto una convention aperta al territorio, dal titolo “In school we trust”, in cui sono state portate in scena le migliori esperienze didattiche realizzate dalle comunità educanti durante l’anno. Ragazzi e ragazze, genitori, insegnanti e capi d’istituto attraverso l’evento hanno richiesto a gran voce agli stakeholder di sostenere il lavoro educativo e di sviluppo sociale realizzato nei territori a forte rischio di devianza sociale: musica, arte, recitazione, percorsi di narrazione multimediale, lezioni di coding e di robotica sono stati offerti al pubblico da un centinaio di alunni dai sette ai diciotto anni.

All’evento hanno presenziato i rappresentanti degli enti istituzionali, i volontari delle agenzie presenti sul territorio ed i lavoratori della scuola più motivati, tutti consapevoli del fatto che qualsiasi riforma serve a poco se la volontà del cambiamento non investe ciascuno di noi in prima persona. Bambini e ragazzi dei quartieri a rischio, sottratti alla piaga della dispersione scolastica, hanno mostrato le competenze sociali, artistiche e culturali acquisite grazie all’impegno dei loro insegnati che hanno raccolto la sfida educativa. Ai rappresentanti degli enti presenti è stato chiesto impegno ed investimenti a lungo termine per restituire al quartiere storico di San Cristoforo la meritata dignità culturale. L’appuntamento è dunque per l’anno scolastico appena iniziato.

Non v’è dubbio che valutare positivamente e sostenere lo sforzo delle autonomie scolastiche che desiderano essere riconosciute come comunità educanti è precipuo impegno per un Paese che intenda superare il divario sociale che lo attanaglia. Concertare e realizzare azioni di sistema a supporto di tutti gli enti che operano nei territori “a rischio” potrebbe finalmente far uscire dal guado l’emergenza educativa e culturale. Una buona scuola prende vita valorizzando le autonomie territoriali secondo logiche costituzionalmente riconosciute di sussidiarietà.

A tre anni compiuti dalla legge di riforma 107/2015, a conclusione del primo Piano triennale dell’offerta formativa messo in atto dalle scuole italiane, occorre pertanto un doveroso ripensamento istituzionale: purtroppo l’autonomia resta la grande incompiuta del sistema scolastico italiano. Al di là dei buoni propositi e delle petizioni di principio contenuti nelle riforme, è dunque urgente sia ridare fiducia ai territori locali, sfuggendo il rischio sempre presente del centralismo burocratico, sia valorizzare con interventi di sistema il lavoro di cura svolto dalle comunità scolastiche.

Ad un Paese in cui aumentano giorno dopo giorno le disuguaglianze sociali in dispregio al principio di uguaglianza sostanziale sancito nella Costituzione della Repubblica italiana, Papa Francesco pochi giorni fa ha lanciato un appello: se, come sostiene un antico proverbio africano, per educare un bambino ci vuole un villaggio, allora è tempo di stipulare un nuovo patto mondiale per lo sviluppo sociale “per salvare insieme il sogno di un umanesimo solidale”.

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