SCUOLA/ Dati Invalsi, in inglese serve una rivoluzione (a cominciare dal Sud)

- Fabrizio Rozzi

Continua l’analisi dei risultati Invalsi di italiano, matematica e inglese. In quest’ultima disciplina ci sono veri e propri abissi tra macro-aree

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Scuola (LaPresse)

Continua l’analisi di F. Rozzi dei risultati Invalsi di italiano, matematica e inglese. Secondo e ultimo articolo.

Per l’inglese non vengono rilevati, invece, cali significativi negli esiti degli apprendimenti rispetto al passato.

La secondaria di secondo grado è interessata da una situazione ancora più critica, con un calo più forte dei risultati in italiano e matematica e una perdita rispettivamente di 10 e 9 punti in relazione al 2019: l’anello debole del sistema non è, dunque, la secondaria di primo grado, come si è portati a pensare. Per l’inglese, situazione sostanzialmente invariata rispetto agli anni precedenti.

La quota di studenti che non raggiungono i traguardi previsti al termine di 13 anni di scuola passa per l’italiano dal 35% del 2019 al 44% del 2021, con una concentrazione forte nell’area di maggior svantaggio socio-economico.

Per la matematica il calo è ancora più accentuato: nel 2021 il 51% degli studenti si colloca nei livelli di competenza sotto il livello di accettabilità, contro il 42% del 2019. Sorprendentemente, il learning loss è accentuato anche nel Nord Est (oltre che nel Sud), e riguarda soprattutto gli studenti con livello sociale e economico basso.

Per le due competenze, dunque, si assiste ad un calo generalizzato in tutte le macro-aree del Paese, con differenze territoriali rilevanti, più forti dopo la pandemia, e con un learning loss grave soprattutto nella macro-area Sud.

Assumendo uno sguardo complessivo, emerge come alla fine del 2021 sia pari a circa il 9,5% la percentuale di studenti che termina la scuola secondaria di secondo grado con competenze di base fortemente inadeguate (nel 2019 la percentuale era pari al 7%). Si possono stimare in circa 40-45mila unità gli studenti che sono interessati da una dispersione scolastica implicita, con percentuali pari al 2,6% nel Nord, all’8,8% al Centro e al 14,8% nel Mezzogiorno.

“Emergono forti evidenze di diseguaglianza educativa nelle regioni del Mezzogiorno, sia in termini di capacità della scuola di attenuare l’effetto delle differenze socio-economiche-culturali sia in termini di differenze tra scuole e, soprattutto, tra classi” (da I risultati in breve delle prove Invalsi 2021).

Questi dati non hanno bisogno di nessun commento, ma richiamano all’urgenza di politiche, misure e interventi efficaci, in grado di far fronte, al più presto, a una vera e propria emergenza nazionale.

Discorso a parte merita l’inglese.

Apparentemente le prove sono andate bene: non si è registrato in questo anno il calo disastroso di competenze che ha caratterizzato le altre due competenze.

Ma è tutto oro quello che luccica? Ovviamente no.

Andando nel dettaglio, per la V primaria si assiste addirittura a un miglioramento per il “reading”, con una percentuale di studenti che passa dall’88% al 92% con il livello richiesto pari ad A1 e un leggero calo nel “listening” (si passa dall’84% all’82%).

Al termine della secondaria di primo grado si registra un miglioramento negli apprendimenti rispetto al 2018, pari a 3 punti per il “reading” e a 1 punto per il “listening”. Gli studenti che conseguono nel 2021 il prescritto livello A2 sono pari al 76% per il “reading” e al 59% per il “listening”.

Le percentuali di studenti che raggiungono l’obiettivo delle Indicazioni nazionali sono molto diverse tra le varie macro-aree italiane, con una percentuale che va dall’84% del Nord-Est al 61% del Sud e Isole.

Anche al termine della secondaria di secondo grado non si registra una perdita significativa nei risultati, rispetto al 2019, con un calo di solo due punti sul “reading” e un guadagno di due sul “listening”. Nel 2019 per il “reading” raggiungeva il prescritto livello B2 solo il 52% degli studenti, nel 2021 solo il 49%; per il “listening” si passa dal 35% al 37%.

I dati descrivono, dunque, una preoccupante emergenza.

Oggi meno di uno studente su due esce dalla scuola secondaria di secondo grado con le prescritte competenze richieste per il “reading” e poco più di uno su tre per il “listening”. Nelle macro-aree Sud e Sud e Isole, la percentuale scende intorno al 35% per il “reading” e al 21% per il “listening”!

Ogni commento su questi dati è superfluo: livello insoddisfacente di competenze e grandi differenze interne.

Ma un dato stupisce sicuramente: come è possibile che la pandemia neppure alla secondaria di secondo grado abbia determinato alcun learning loss negli apprendimenti? È un’esagerazione pensare che il livello negli apprendimenti (e nell’insegnamento) dell’inglese fosse già così basso, che sarebbe stato difficile scendere ulteriormente?

Al di là della provocazione, si impone uno sforzo straordinario (di risorse e di idee) che porti a una radicale innovazione nella didattica dell’inglese (e che conduca quanto prima a risultati concreti ed efficaci): la pratica di questa lingua straniera rappresenta un prerequisito fondamentale per esercitare pienamente la cittadinanza attiva e per garantire il pieno accesso dei nostri giovani al mondo del lavoro in un contesto sempre più internazionalizzato e competitivo.

Non offrire questo significa imporre una pesante zavorra sul futuro delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi. Questo è il momento di intervenire.

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