SCUOLA/ Davvero pensiamo di poter insegnare il “senso civico”?

- Roberto Vicini

La scuola non è di per sé un ambiente educativo. Un paradosso che aiuta meglio ad inquadrare il tema dell’educazione civica

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Scuola (LaPresse)

Che la vera emergenza oggi sia quella educativa, mi sembra un dato che non ha bisogno di argomentazioni: dalla crisi culturale, sociale ed economica che sta trascinando così velocemente nel declino il nostro Paese potremo uscire solo con le risorse di giovani capaci di costruire, di rischiare e di affrontare con energia le sfide e la mole di problemi che abbiamo lasciato loro; con una struttura umana, con un senso del bene comune che è in netta controtendenza rispetto al relativismo nichilista e al minimalismo imperante di questo “mondo slavato dei non luoghi e delle non identità” (M. Gramellini, “Non buon non Natale”, Corriere della Sera del 14 dicembre scorso).

Può la scuola fare tutto ciò? È giusto che sia lei il soggetto cui deleghiamo questo compito? Sì e no. No, cominciamo a dire, laddove e in quanto il sistema scolastico è lo specchio della società, di cui non rappresenta un’eccezione. Basta entrare in molte delle nostre scuole e cogliere il “clima” che vi si respira, visualizzare con un colpo d’occhio il contesto abituale in cui sono immersi i ragazzi, fatto di irresponsabilità diffuse, di mancanza di cura, di decoro e di bellezza. Il messaggio autentico, che sta nei fatti e non nelle parole, è infatti l’ambiente in cui viviamo e che offriamo ai nostri figli. L’ambiente fisico (i muri delle aule, i soffitti e i bagni) e quello relazionale, delle piccole azioni, attenzioni o disattenzioni quotidiane, che si consolidano nel tempo e diventano l’architrave dell’educazione. Una volta lo si chiamava “curricolo non formale”, forse ancor più decisivo di quello formale.

Ricordo a questo proposito la mia esperienza di dirigente scolastico, quando appena giunto alla scuola assegnatami fui subito colpito dallo stato dei muri: scrostati, segnati da scritte, verniciati di quel color grigio verde che tanto mi ricordava la caserma; aspetto che sicuramente non trasmetteva senso di decoro e bellezza, che non incentivava senso di appartenenza e responsabilità. Allora cercai di partire da lì. Quando gli alunni di una classe mi chiesero se potevano abbellire la propria aula, subito rilanciai l’idea di reimbiancare e colorare tutti gli edifici dell’istituto. La prima aula rimessa a nuovo fu proprio quella del corso professionale, dove gli alunni avevano sfondato un muro. Diventò la più bella della palazzina. Secondo il principio per cui da come siamo trattati impariamo a trattare a nostra volta le cose e le persone. Con il concorso libero del personale Ata (per un totale di due persone!) e dei volontari (genitori e alunni, questi sì più numerosi) e la fattiva astensione del corpo docente (cui non competono queste cose…) nel giro di un anno tutto l’istituto era ridiventato nuovo. In poco tempo, dunque, e con grande risparmio, utilizzando solo una piccola parte del fondo di istituto; ma con due anni di polemiche in sede di contrattazione sindacale…

L’altro fronte fu quello della cura delle cose (banco personalizzato, da portare fino alla fine del percorso; raccolta differenziata in classe e negli ambienti; ecc.) e dei comportamenti quotidiani, intervenendo su quelli scorretti normalmente tollerati, che si fa finta di non vedere, ma che come tanti piccoli rigagnoli poi rischiano di unirsi per esplodere nel fiume di fatti più eclatanti. Comportamenti quotidiani da cui tuttavia passa l’educazione a riconoscere e rispettare ciò che è lecito e no, ciò che ha valore e no.

I ragazzi comunque capiscono subito e sono i primi a diventare responsabili. Comprendono anche chi realmente vuole il loro bene e che costoro non coincidono sempre con i “buonisti” o con chi gioca a fare l’amico, magari chattando con loro sui social. O facendo solo richiami verbali e lezioni sulla “legalità” e sulla “cittadinanza”, senza intervenire poi quando si sporcano i muri o si getta la carta per terra (“mica siamo carabinieri…”).

Quindi laddove – in decisa controtendenza – ci si prova, qualcosa si ottiene e sì, la scuola può essere un luogo dove si costruisce “senso civico”. Ma non sempre. La scuola non è di per sé un ambiente educativo. In molti casi è anzi il contrario e comunque in essa è difficile agire come sopra esemplificato, perché ciò comporta un braccio di ferro con abitudini e modi d’essere tutelati dal sindacato e dalla stessa amministrazione, perché l’attenzione e l’opera di uno è poi vanificata dall’azione contraria dell’altro, perché il “fare bene” le cose, con una attenzione alla formazione di dimensioni della persona e di stili comportamentali è un optional, lasciato alla discrezione di qualche ingenuo con la “vocazione”, o una cosa da chiedere, in quanto non dovuta e inerente alla stessa professionalità.

Il problema è dunque di sistema. Mi riferisco chiaramente alla scuola statale, dove non è possibile – per diversi motivi – un’unitarietà di azione e una comune assunzione e traduzione nella pratica del valore; dove i Ptof rimangono belle dichiarazioni di intenti e i docenti non sono una comunità, ma un aggregato di persone con stili, parametri, visioni e approcci molto diversi, se non contrastanti.

Che dire allora dell’ultima trovata diversiva che non affronta i veri nodi della scuola italiana, ossia della legge a tonalità giallo-verde, diventata arcobaleno (i voti a favore alla Camera sono stati 451, nessun contrario, tre gli astenuti!) che reintroduce l’educazione civica come materia obbligatoria per non meno di 33 ore annue?

Solo due rapide osservazioni. Primo: giustissima la nota per cui cittadinanza e costituzione sono già – in termini di insegnamento e anche di declinazione in esiti di apprendimento – previste dall’ordinamento sia del primo e del secondo ciclo, sia dell’obbligo di istruzione. Si tratta quindi di un’esplicita presa d’atto del fatto che la norma non è applicata (e che nessuno controlla e fa applicare quanto definito dall’ordinamento). Anche perché i docenti della secondaria generalmente non lavorano in modo trasversale, ma rimangono autisticamente rinchiusi nell’orticello della propria materia. La soluzione è allora quella di farne una nuova “materia”? In modo da non turbare le attuali pratiche dei docenti? Secondo: ma davvero si pensa che il “senso civico” lo si possa insegnare? E che ciò corrisponda all’insegnamento della Costituzione? La Costituzione è la cornice che fissa il perimetro dei valori su cui si è fondata e si fonda la nostra società. In quanto tale li richiama e tutela. Ma non ne rappresenta il punto generativo.

L’educazione non può essere ridotta ad un insegnamento. Solo un’esperienza può generare, solo un tessuto sociale che vive può trasmettere un valore – che sta dentro la cornice costituzionale, ma non è solo vuota cornice o vuoto richiamo ad essa! – e solo una scuola che è espressione di un tessuto vivo, dove esiste chiarezza di proposta (identità) e unitarietà di pratiche può contrastare il progressivo deterioramento del nostro tessuto umano e sociale. Riusciremo, prima o poi – possibilmente prima che si completi il declino -– a prenderne atto, senza le solite, stinte preclusioni ideologiche?

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