SCUOLA/ “Dirigenti, valutazione, esame di Stato: ecco le riforme che attendiamo”

- int. Ezio Delfino

Per Disal servono risorse su formazione, valutazione, bisogni formativi e carriere. Poi snellimento della burocrazia. E un atto di coraggio della politica sulla libertà di educazione

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(LaPresse)

“Di fronte alla crisi attuale, l’istruzione rappresenta un ambito decisivo per recuperare terreno sulla strada dello sviluppo”. Ecco perché “chiedere investimenti per la scuola è sacrosanto, ma il problema è: investimenti per che cosa e su che cosa?”. Ezio Delfino, presidente Disal, l’associazione dei dirigenti di scuole statali, paritarie, libere e autonome, non lascia certo la domanda in sospeso ed elenca le 5 priorità che stanno a cuore ai presidi: investire su una formazione qualificata; potenziare il sistema della valutazione; dotarsi di un sistema di previsione delle risorse di personale scolastico utile a programmare; definire profili di carriera che valorizzino docenti che si occupino di aspetti organizzativi e di innovazione didattica; infine, un atto di coraggio della politica a servizio della libertà di educazione.

In questi giorni si parla molto anche di sicurezza delle scuole. Molti edifici scolastici versano in situazioni di degrado. Come si può affrontare questa urgenza, avendo ben presenti l’entità dei fondi necessari e i vincoli finanziari attuali?

Il precedente governo aveva messo a disposizione per il periodo 2019-2033 circa 1,41 miliardi per la messa in sicurezza e l’adeguamento anti-incendio degli edifici scolastici e 1,02 miliardi per l’adeguamento delle strutture per rischio sismico, lanciando anche l’operazione trasparenza sui dati dell’Anagrafe dell’edilizia scolastica attraverso il portale del Miur.

Con quale obiettivo?

Monitorare con precisione quale sia lo stato di salute degli edifici scolastici presenti sul territorio nazionale. Un’Anagrafe da rilanciare e ulteriormente coordinare per individuare gli edifici che necessitano interventi prioritari. Il XVII rapporto “Impararesicuri”, tuttavia, evidenzia come l’insieme delle voci dei bilanci statali e degli enti relative ai fondi per l’edilizia scolastica sia così articolato da risultare talvolta inaccessibile da parte degli enti proprietari, senza contare l’eccessiva burocratizzazione e le procedure complesse da espletare tra i vari enti territoriali e di controllo. È da apprezzare la proposta del ministro Fioramonti di destinare parte delle risorse finanziarie alla creazione, presso il Miur, di un apposito ufficio destinato ad accompagnare le scuole e gli enti locali nel percorso di ristrutturazione degli edifici, auspicando anche lo snellimento del flusso dei dati sul loro stato di fatto.

Pur essendo i vari enti pubblici (Comuni, Province e Regioni) proprietari degli edifici scolastici, la gestione e la responsabilità per la loro sicurezza non ricadono, di fatto, sui dirigenti scolastici?

Sì. Essi sono equiparati al datore di lavoro e, secondo la legge 81/2008 sulla sicurezza, penalmente responsabili di strutture e situazioni su cui, di fatto, non possono intervenire. Indubbiamente, modificare la normativa sulla sicurezza e non far ricadere la responsabilità sui dirigenti scolastici e responsabilizzare maggiormente gli enti locali proprietari, è un traguardo improrogabile. Questo è il momento per operare, in sede parlamentare e con la collaborazione di tutti i soggetti interessati, a una revisione del decreto sulla sicurezza.

Un altro tema importante riguarda la valutazione dei dirigenti scolastici.

Realizzare un percorso di valutazione della dirigenza scolastica è indispensabile per un moderno sistema scolastico, perché favorisce una riflessione sull’efficacia del proprio lavoro, sulle modalità di investimento delle risorse umane ed economiche, sui risultati e sugli esiti di apprendimento della comunità scolastica che si dirige. Sono, tuttavia, evidenti quanti pesi e responsabilità anche improprie siano state, negli ultimi anni, affidate ai dirigenti scolastici: i presidi sono disponibili alla valutazione, ma attendono una non più procrastinabile revisione del profilo normativo che valorizzi la dimensione formativa del ruolo e di soluzioni alle sperequazioni di trattamento economico.

L’attuale sistema di valutazione funziona o ha bisogno di alcuni correttivi?

Bisogna rilevare che non è possibile valutare i dirigenti dimenticando la complessità delle scuole e trascurando la valutazione anche delle altre componenti, soprattutto i docenti, dalla cui collaborazione dipende l’esito dell’operato dei prèsidi, che vengono identificati unici responsabili dei risultati di azioni e processi che sono esito di scelte e dinamiche anche di altri attori. La valutazione del dirigente, attuata senza quella dell’intero personale scolastico, oltre a non quotare la situazione reale della scuola, può rappresentare una discriminazione verso i dirigenti stessi come unici giudicati e potrebbe ridurre nei fatti la procedura a una formalità finalizzata esclusivamente all’accesso al salario di risultato.

Proposte?

Per questi motivi è auspicabile che la procedura preveda una prima fase attuativa propedeutica, alla quale, a seguito di attento monitoraggio delle criticità riscontrate e dell’efficacia ottenuta dal modello implementato, segua una seconda fase definitiva, che introduca una valutazione di sistema anche del personale scolastico.

Il Governo sta preparando la legge di Bilancio 2020. Il ministro Fioramonti chiede con insistenza più risorse per la scuola, ma gli spazi di manovra sono molto stretti. Che ne pensa?

Di fronte alla crisi attuale, l’istruzione rappresenta un ambito decisivo per recuperare terreno sulla strada dello sviluppo. La principale giustificazione dei tagli all’istruzione, e ad altri servizi forniti dal settore pubblico, è la necessità di ridurre la spesa per migliorare il deficit di bilancio e rispettare i parametri previsti dagli accordi europei. Eppure chiedere investimenti per la scuola è sacrosanto, ma il problema è: investimenti per che cosa e su che cosa?

Quali sono le necessità?

Occorre stabilire criteri di priorità e le corrispondenti aree di assegnazione di risorse.

Provi a elencarne qualcuna…

Qualificare un sistema scolastico significa, innanzitutto, investire su una formazione del personale qualificata, articolata e consegnata alla realizzazione delle scuole autonome singolarmente e in rete. In secondo luogo, è necessario investire risorse per potenziare un sistema di valutazione, nazionale e regionale, del personale e delle istituzioni scolastiche al servizio del miglioramento delle scuole e delle professioni, anche attraverso il potenziamento di un corpo ispettivo. Lo Stato deve dotarsi di un sistema di previsione delle risorse di personale scolastico utile a programmare, sulla base di proiezioni demografiche e di rilevazione di bisogni formativi territoriali, ricorrenti e chiare procedure di formazione e reclutamento di dirigenti scolastici, docenti e personale per le segreteria scolastiche. Ancora: è necessario definire profili di carriera del docente che valorizzino, normativamente ed economicamente, docenti che si occupino, con il preside e gli organi di indirizzo della scuola, di aspetti organizzativi, di innovazione didattica, di raccordo con l’utenza e il territorio, anche potenziando le quote di trattamento accessorio. Serve, infine, un atto di coraggio della politica a servizio della libertà di educazione, come avviene in tanti paesi in Europa e nel mondo, che ingaggi e assegni le risorse di bilancio necessarie per il funzionamento alle singole istituzioni scolastiche, statali e paritarie, secondo il principio di equità, senza vincoli di destinazione e con severi controlli esterni.

La circolare del Miur sulla maturità 2020 porta a regime quanto previsto in materia dal decreto legislativo 62/2017. Come giudica il nuovo modello di esame di Stato di II grado?

Le caratteristiche del nuovo modello sembrano voler usare l’esame per provare a conseguire o consolidare cambiamenti nella didattica che, già indicati da precedenti passaggi di riordino, non sono mai partiti o lo sono solo formalmente.

Per esempio?

Basti pensare al valore dell’alternanza scuola-lavoro o, più radicalmente, al superamento del rigido disciplinarismo per fare spazio alla cosiddetta didattica per competenze e a un nuovo modello di colloquio. Il modello introduce, inoltre, indubbi elementi di novità: i requisiti per l’ammissione all’esame, l’incremento del peso del credito scolastico, le modifiche nella struttura e nell’organizzazione delle prove di esame (prima e seconda prova scritta; colloquio), l’abolizione della terza prova, l’introduzione delle prove standardizzate nazionali al livello 13, la semplificazione di alcune procedure che aprono nuove sfide.

Di quali sfide si tratta?

Sono sfide valutative legate alla necessità, con il nuovo esame finale, di integrare le esperienze di scuola-lavoro nella valutazione scolastica, nell’ideazione di nuove modalità di conduzione del colloquio e un nuovo approccio didattico di tipo interdisciplinare e di valutazione per competenze. E poi, sfide didattiche legate alla necessità di rivedere la progettazione didattica di classe in relazione ai quadri di riferimento delle prove d’esame, la necessità di inserire i Pcto, i Percorsi per le competenze trasversali e orientative, nelle didattiche disciplinari e di fare i conti, nel percorso quinquennale, con gli apprendimenti richiesti dalle prove Invalsi di fine ciclo in italiano, inglese e matematica.

Concorda sul fatto che l’assetto dell’esame pone al centro la riflessione su come sta cambiando il concetto stesso di conoscenza?

Non è cosa da poco poter riflettere su un aspetto cruciale della cultura contemporanea, cioè su come si sta modificando il concetto stesso di conoscenza come capacità di stabilire collegamenti, di individuare correlazioni tra aree del sapere, come capacità di stabilire nessi profondi in grado di illuminare in modo originale e significativo le discipline prese in esame fino ad arrivare alla possibilità per l’alunno di essere introdotto a coglierne prospettive di senso.

Una prospettiva interessante…

I docenti e i consigli di classe devono oggi, più di prima, interrogarsi su come organizzare al meglio la programmazione delle discipline alla luce delle competenze e dei nuclei fondanti: su come favorire la preparazione interdisciplinare al colloquio d’esame; su come motivare gli alunni a confrontarsi in modo personale e riflessivo con le varie tematiche proposte; su come promuovere un approccio critico verso le varie fonti di informazione (dai manuali ai testi online). Domande che, inevitabilmente, chiamano in gioco, prima di tutto, l’esperienza, l’intelligenza e le capacità professionali dei docenti.

La circolare Miur conferma il doppio requisito della partecipazione allo svolgimento delle attività di alternanza scuola-lavoro e alle prove Invalsi. Come giudica questa scelta?

Il giudizio è positivo, perché impegna i consigli di classe da un lato a rafforzare la scoperta del nesso profondo tra apprendimento teorico e apprendimenti in situazione, riconoscendo, inoltre, esperienze didattiche innovative che lo studente può documentare in sede di colloquio d’esame; dall’altro a confrontarsi, nella programmazione didattica, su alcune competenze di fine ciclo riscontrate poi attraverso le prove standardizzate.

La stessa circolare elimina invece dal colloquio il meccanismo delle buste. È un fatto positivo?

Il problema non è il meccanismo di scelta dei contenuti, ma che esso rispetti il cambio di paradigma del colloquio rispetto al precedente esame di Stato: dalla prevalenza data alla tesina e a domande disciplinariste da parte dei commissari all’impegno della commissione di predisporre una “traccia” con adeguati materiali e spunti da cui partire – testi, documenti, esperienze, progetti, problemi – cui corrisponda la responsabilità del candidato di affrontare un orale più ispirato all’integrazione dei saperi, che consenta di valutare il conseguimento degli obiettivi di apprendimento propri del profilo di studio e, appunto, la “maturità” nell’organizzare le conoscenze.

(Marco Biscella)

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