SCUOLA/ Dispersione, i numeri aumentano e nessuno muove un dito

- Maurizio Delfino

L’Italia si classifica fra le ultime nazioni in Europa nella dispersione scolastica. Emerge dal rapporto Banca Intesa e Fondazione Lang

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LaPresse

Il mondo della scuola è stato indubbiamente fra i protagonisti della grande scena, che inevitabilmente spesso diventa sceneggiata, aperta dalla pandemia che ha stravolto il pianeta e che continuerà a lungo a segnarne il destino. Si è passati dalla drammatica urgenza di inventare il modo di organizzare corsi e lezioni ognuno da casa sua, alla storica avventura di esami di maturità riveduti e corretti per evitare i rischi sanitari, alle dispute su come e quando tornare alla cosiddetta normalità.

Su ognuno di questi aspetti si sono scritte e dette centinaia di parole, nonché aperte e rinfacciate le tante contraddizioni. Basti pensare alla normale calca studentesca che si è vista fuori dagli istituti per poi assistere ad esami con precauzioni e distanze simili ai processi ai narcotrafficanti che si vedono nei film. Oppure l’ultima, di queste ore, e cioè che i risultati di questa tornata di esami vedono parecchio salita, su base nazionale, la media dei voti. I maturati della pandemia 2020 sono andati molto meglio dei predecessori. Ma allora la frustrazione stress-correlata? Le dinamiche dell’apprendimento legate alle relazioni interpersonali? Tutto da (ri)studiare.

E a proposito di cose da studiare risulta davvero interessante il rapporto rilasciato in queste settimane a cura del Fondo di Beneficienza di Intesa Sanpaolo in collaborazione con la Fondazione Lang. Il Fondo di Beneficienza, gestito dalla Presidenza del Cda del gruppo bancario, che ha erogato qualcosa come 34 milioni nel triennio 2017-2019, ha individuato tre grandi temi sociali di intervento ed uno è appunto la dispersione scolastica, oggetto del rapporto appena citato, dal titolo Presenti… Inclusi. Il lavoro, prima di raccontare le esperienze concrete a cui il gruppo bancario ha dato sostegno per approcciare il problema, offre una splendida sintesi (anche concettuale) di cosa sia questo problema. E la fotografia è rilevante, per capire il paese.

I numeri impietosi, come si usa dire, parlano da soli: l’Unione Europea nel 2010 si era data l’obiettivo per il 2020 di un tasso di abbandono scolastico a meno del 10% e di un livello di giovani laureati di almeno il 40%. L’Eurostat per il 2018 attesta che su 27 paesi dell’Unione in 17 hanno raggiunto l’obbiettivo. L’Italia è fra quelli che non l’hanno raggiunto e che, già al quartultimo posto con il 14,5% vede una risalita (un peggioramento) nel 2017 e 2018. Questo per la cosiddetta dispersione esplicita, cioè di chi non è dentro un percorso formativo, dopo aver conseguito un titolo di scuola secondaria di primo grado ovvero fra i 18 e i 24 anni non abbia una qualifica dopo un corso di studi di 2 anni. Ma poi i moderni modelli propongono anche la misurazione della cosiddetta dispersione implicita, cioè il riscontro di chi pur proseguendo verso il diploma, presenta gravi lacune nelle aree tematiche di riferimento. In questo caso l’Italia avrebbe una dispersione del 20%. Né può certo dirsi che non vanno a scuola perché vanno a lavorare, se incrociamo il dato con quello della disoccupazione giovanile.

Il rapporto di Banca Intesa e della Fondazione Lang va oltre i numeri, perciò scopriamo che a differenza di altri paesi, in Italia la dispersione è sia delle aree rurali che delle periferie urbane. Si evidenzia (l’Istat lo ha confermato in questi giorni) che dove ci sono mamme lavoratrici, oltre a migliorare il tasso di natalità, migliora il contenimento alla dispersione, che ha una strettissima correlazione con la condizione economica e il livello di istruzione delle famiglie, fatto salvo il discrimine sempre forte (in Italia) fra le zone geografiche e le etnie di provenienza. Ma più di tutto si scopre come il tema sia al centro e “rappresenta il risultato dell’inefficacia di più sistemi: formativo, sociale, economico e culturale di riferimento del soggetto”.  Per occuparsi seriamente di dispersione scolastica bisogna guardare seriamente alla società e all’economia della comunità nazionale. Significa giudizio politico e culturale. Perciò andiamo male.

Spiace dirlo, ma alzi la mano chi ha sentito un politico fare cenno al problema. O immaginate che figurone, mentre si bisticcia di Mes e di condizionalità, se uno fosse andato (o andrà) a Bruxelles con in tasca (insieme giusto a un altro paio di cose) un grande piano quinquennale per dimezzare la dispersione scolastica. Che le scuole stiano messe male lo sapevamo da tempo, almeno da quando un presidente del Consiglio disse che ne avrebbe visitata una al mese… Ma questo è tutto un altro discorso. Questo è uno di quei punti, come ricordava di recente il filosofo Umberto Galimberti parlando della differenza fra istruire ed educare, su cui si gioca il destino se non di un’epoca, senz’altro di un popolo. Perché se ricevi un’istruzione e un’educazione, poi puoi pure usarla per ripudiarla o per ribellarti ad essa. Ma senza nulla si diventa facili prede di una mediocrità appena più scaltra della propria.  “Se pensate che l’educazione sia costosa, provate l’ignoranza” cita giustamente il rapporto, dopo le conclusioni.

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