SCUOLA E LAVORO/ I nuovi divari tra i giovani e “l’abbraccio” da inventare

- Cristiana Poggio

Osservando i giovani di “Piazza dei Mestieri” (Torino) emergono con chiarezza le nuove urgenze di questo tempo. Si stanno creando divari che chiedono di cambiare approccio

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Scuola (LaPresse)

Dopo essere rimasti per settimane incollati ai numeri, alla conta dei morti e dei contagiati, in una ricerca affannosa di percentuali per alimentare la nostra fame di notizie aggiornate, ora abbiamo finalmente iniziato la fase 2 e stiamo pensando a settembre, ma non cessa un frastuono confuso, in cui ognuno cerca di dare il suo suggerimento e consiglio.

Non son un’esperta di sanità e nemmeno di economia, ma mi permetto di suggerire alcune necessità per il futuro, partendo da ciò che ho visto in queste settimane durante le quali ho cercato di accompagnare i docenti e i tutor di Piazza dei Mestieri – un centro di formazione professionale a Torino – nel loro mestiere, li ho accompagnati nel fare ciò che era urgente, ciò che siamo chiamati a fare. Dovevamo continuare ad educare i ragazzi che ci erano affidati e accompagnarli, attraverso la formazione, a trovare un lavoro, verso un futuro in cui nulla sarà più come prima – come ci siamo abituati a sentir dire.

È stato il nostro contributo di civiltà e di educazione, della educazione di un popolo, per quanto piccola possa essere la nostra parte. I docenti e i tutor hanno messo in campo tutta la loro passione educativa per non perdere quel delicato filo rosso che li lega ai loro ragazzi. Abbiamo provato a reagire, mettendo in campo la nostra consueta capacità di adeguamento alle circostanze, come richiamo della realtà al cambiamento, attivando un’organizzazione che ha permesso di erogare formazione a distanza al 97% dei nostri ragazzi.

Dopo la fatica iniziale e i risultati inaspettati, credo che oggi occorra guardare a ciò che è accaduto in questo periodo per dare il nostro apporto di esperienza, di riflessione e quindi di pensiero, non solo per noi, ma per la scuola tutta. Se non facessimo così, avremmo buttato un’occasione, non cercata, ma accaduta, sarebbe un tempo perso, sprecato, una sfida non colta.

Ritengo che non si possa liquidare velocemente questo “periodo Fad” – formazione a distanza – dicendo: meglio prima o meglio ora. Occorre guardarci dentro e capire, arrivare al cuore della relazione educativa, relazione che abbiamo sempre pensato essere fatta anche di corpo, di presenza, di gestualità, di comunità, e che ora siamo stati costretti a scarnificare, portandola all’essenziale. Cosa abbiamo osservato, intuito, sperimentato?

Occorrerà forse usare anche parole nuove per descrivere i fatti che vediamo accadere attraverso uno schermo, ma soprattutto sarà necessario aprire nei prossimi mesi un reale confronto sul tema.

La seconda osservazione nasce dalla lettura dei giornali di questo periodo: dopo aver velocemente liquidato la riapertura della scuola a settembre, si parla prevalentemente di imprese e lavoro, oltre che di sanità, ovviamente, come priorità del dopo Covid. Mi permetto di aggiungerne una terza: la formazione, senza della quale si rischia di far ripartire una macchina, ma restare presto senza benzina, si rischia di non avere personale formato per le nuove esigenze lavorative, che non saranno, appunto, più quelle di prima. Sarà necessario progettare e mettere in atto un grande piano di reskilling per chi ha mantenuto il lavoro e per i disoccupati, così come sarà necessario definire nuovi profili professionali per i giovani. Chi sarà in grado di formare o riqualificare adeguatamente le persone? Con che strumenti? Chi metterà la benzina nella macchina della ripartenza?

Ovviamente l’altra priorità, strettamente connessa a quella della formazione, è quella di un sistema di politiche attive del lavoro, capace di rispondere alle esigenze delle imprese e non ancorato a logiche burocratiche che stanno inchiodando tutto, un sistema flessibile che sappia cogliere le nuove richieste e velocemente sappia formare, riqualificare e inserire i giovani e i meno giovani in un tessuto produttivo che deve ripensarsi. Credo saranno temi con cui ci si dovrà confrontare molto nei prossimi mesi, partendo da ciò che si è visto e ciò che si vede, ma pensando al futuro.

Dal mio osservatorio, quindi da un ambito formativo che si rivolge a ragazzi che hanno fatto a botte con la scuola, provenienti spesso da un contesto economico e sociale azzoppato, sto inoltre vedendo che questo periodo di sospensione delle lezioni non fa altro che accentuare il già ampio divario tra fasce diverse della popolazione. L’utilizzo di piattaforme per la formazione a distanza, che a Piazza dei Mestieri abbiamo iniziato ad utilizzare fin dalla prima settimana di sospensione dell’attività didattica, non è accessibile a tutti, sia perché spesso a casa non esiste nemmeno un computer, sia perché manca la connessione o perché dopo poco mancano i giga necessari. Non manca però l’attaccamento a un luogo, il centro di formazione, che per molti rappresenta la possibilità di uscire da una marginalità sociale cui si sentivano destinati. Allora si fa di tutto per non perdere il legame, quel legame che fa respirare e sperare, ci si arrangia in qualche modo.

Abbiamo però dovuto rilevare che coloro che sono sempre stati considerati “nativi digitali” e quindi con una propensione alla connettività istintiva, in realtà sono in grado di interagire quasi solo con Instagram o social simili. Sono state necessarie ore e ore di supporto personalizzato affinché un qualche legame potesse essere ripristinato e si potesse fare lezione a distanza, il tutto evidentemente favorito e reso possibile solo da una relazione che si era sviluppata nel tempo.

Stiamo quindi assistendo ad un ulteriore amplificarsi del divario tra le fasce di popolazione, che rende necessario un rafforzamento di una cultura e una strumentazione digitale, affinché i punti di partenza dei nostri ragazzi non siano così distanti da quelli dei ragazzi che hanno accesso a connessioni e computer dei genitori.

Negli anni scorsi abbiamo scoperto un analfabetismo funzionale: i nostri ragazzi sanno leggere e scrivere – non sono analfabeti strutturali – ma spesso hanno un’incapacità di comprendere, valutare ed usare le informazioni che incontrano nella vita normale. A questo si è aggiunto un analfabetismo digitale, con una conseguente possibile marginalità cui sono destinati nella società e nel mondo del lavoro.

Occorre prevedere con urgenza dei percorsi massivi di “alfabetizzazione digitale”, tipo quello del maestro Manzi negli anni 60 e agevolazioni per connessioni agili e gratuite.

Non possiamo tuttavia nasconderci che per tentare di recuperare un divario, già marcato, tra le fasce sociali oltre a strumentazione tecnica, è essenziale tentare di recuperare delle forme nuove e diverse di carattere relazionale. Tutte da inventare, ma assolutamente urgenti.

Sono necessari dei luoghi in cui si possa recuperare un senso di comunità.

Senza dubbio uno dei messaggi più chiari che ci ha lasciato questo virus è stato l’emergere del limite nella sua forma corale e collettiva: in un mondo in cui ci siamo illusi di poter controllare tutto e sistemare tutto, emerge “qualcosa” che non si lascia domare, che manda in crisi le nostre certezze. Non siamo padroni e signori del mondo, non lo dominiamo. Siamo umani. E, proprio perché siamo umani, abbiamo mille domande.

Ma il secondo monito che io ho avvertito prepotentemente è che non ce la possiamo fare da soli, tutti i nostri sforzi solitari non riescono a proteggerci e tutelarci. Abbiamo bisogno dell’altro e abbiamo bisogno di luoghi in cui possa essere ricostruita una normalità di relazione e un senso di comunità, con forme tutte da ripensare.

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