SCUOLA E LAVORO/ La “riforma” dell’apprendistato che può aiutare i giovani

- Massimo Ferlini

Per aiutare i giovani nell’inserimento lavorativo occorre puntare molto sul sistema duale e sull’apprendistato, con alcuni accorgimenti

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Lapresse

Il mercato del lavoro italiano non è mai stato un luogo per giovani. Avendo iniziato a occuparmi di politiche giovanili ormai circa 50 anni fa ricordo che il tema di una legislazione speciale per l’occupazione giovanile era presente in tutti i programmi elettorali e ogni legislatura proponeva nuove norme che avrebbero risolto il problema. La questione principale ha sempre riguardato il percorso di inserimento lavorativo dopo la formazione scolastica e si è sempre cercato di agire attraverso sgravi fiscali o contratti di inserimento lavorativo che favorissero, dati i minori costi, l’assunzione di giovani.

Ovviamente tutto ciò non ha portato a cambiamenti sostanziali della situazione complessiva. Come insegna la teoria economica, la scelta di procedere a nuove assunzioni non dipende dalla convenienza, ma dalla crescita della domanda. Solo se questa richiede skills professionali compatibili con quelli di giovani lavoratori diventa possibile che il vantaggio fiscale porti a nuove assunzioni. Dato il prevalere nel nostro sistema produttivo di imprese di piccole dimensioni l’impatto è sempre stato contenuto e ha determinato un inquadramento spesso al di sotto del livello di competenze acquisito dai giovani nel corso dei percorsi formativi. Il forte mismatching e la fuga verso l’estero di molti giovani con alta formazione che registriamo ancora oggi è il lascito di politiche che non hanno saputo intaccare gli squilibri di fondo dei nostri percorsi scuola-lavoro.

Le riforme scolastiche e universitarie introdotte negli ultimi 20 anni non hanno avuto impatti su questi temi. Nella riorganizzazione dei percorsi si è persa l’occasione per accorciare i percorsi formativi complessivi rivedendo la fase dell’obbligo e solo in un’ultima fase si è cercato di inserire percorsi di alternanza. Peccato che il Governo successivo abbia cancellato anche i primi e deboli tentativi di portare l’esperienza lavorativa dentro ai percorsi educativi.

Nella situazione di difficoltà generalizzata dell’inserimento di giovani nei percorsi lavorativi si è avanzata ultimamente una proposta complessiva di revisione dell’apprendistato e che coinvolge anche il tema degli stages e dei tirocini.

L’obiettivo dichiarato è di semplificare il ricorso all’apprendistato come contratto principe per l’assunzione di giovani e di limitare il ricorso a stages e tirocini perché fonte di sfruttamento e sottosalari. Questi contratti devono essere limitati a un solo caso nella vita lavorativa delle persone ed essere inseriti nel percorso scolastico in corso. Fuori dalle occasioni curricolari devono diventare forme contrattuali lavorative in tutti i sensi mantenendo per caratteristiche di esser prove di inserimento lavorativo, ma non a scapito di tutele e diritti del lavoratore. 

L’ipotesi di intervenire sull’apprendistato appare invece più interessante. La proposta all’attenzione della commissione parlamentare del lavoro pare però ripetere gli errori del passato. 

Se ci sono state novità nei percorsi scuola-lavoro ciò è dovuto all’inserimento del sistema duale nel nostro sistema di formazione professionale. Si è così introdotto un vero e proprio percorso di formazione attraverso il lavoro che equivale al percorso scolastico tradizionale. Abbiamo anche noi finalmente la possibilità di arrivare ad acquisire competenze di livello universitario partendo dal primo livello della IeFP fino al livello terziario degli ITS. Studio, contemporaneamente lavoro, godo di un reddito e fra lavoro e formazione e arrivo dove prima potevo arrivare solo attraverso percorsi scolastici. Ovviamente il sistema prevede passerelle di passaggio fra i due percorsi paralleli di scuola e formazione professionale.

A reggere questo percorso sono contratti di apprendistato. Non hanno però sostituito del tutto il sistema precedente ed è rimasto anche l’apprendistato professionalizzante che per carico formativo (solo 120 ore contro le 500 del sistema duale) meriterebbe di essere trattato in modo diversificato.

Provando a fornire indicazioni generali si potrebbe intervenire su due livelli.

Il contratto professionalizzante potrebbe diventare la base con cui sostituire stages e tirocini non curricolari. Potrebbe avere durata diversificata per settori e competenze sulla base di livelli minimi fissati per legge e regole definite dai contratti di categoria. Livelli salariali, quantità ammessa per singola azienda e vantaggi fiscali modulati sulle trasformazioni in contratti a tempo indeterminato possono diventare le caratteristiche con cui fare incontrare tutele del lavoro e interesse delle imprese.

L’apprendistato diventerebbe quindi il percorso di formazione fra scuola e lavoro che caratterizza il sistema duale anche nel resto d’Europa. Se vogliamo però fare decollare il modello dovremmo rivedere pesi e responsabilità relativi a tutti i soggetti coinvolti.

In primo luogo, va affermato che il successo di questi percorsi è portare l’apprendistato, di tutti i livelli presi in considerazione, a concludere il percorso formativo avviato. Sono quindi due i traguardi da raggiungere. Avere acquisito le competenze per avere una assunzione che riconosca il livello formativo raggiunto, ma anche avere un numero inferiore di abbandoni del percorso formativo.

Il primo traguardo riguarda l’impresa in primo luogo, ma il secondo obiettivo riguarda il soggetto formativo che ha affiancato l’impresa e ha saputo coinvolgere i giovani in un percorso di scuola e lavoro.

Riconoscere questo permette di rivedere l’impostazione tradizionale che porta sull’azienda tutte le responsabilità appesantendo l’apprendistato di oneri burocratici. L’impresa della formazione può diventare il vero consulente del lavoro togliendo parte delle responsabilità all’azienda e garantendo all’apprendista la continuità del percorso anche in caso di cambio del soggetto imprenditoriale.

Sarebbe una svolta che dimostrerebbe che mettiamo realmente al centro di una riforma il lavoro giovanile e un’offerta di occupabilità per tanti che oggi abbandonano scuola o formazione e aumentano il numero dei Neet.

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