SCUOLA E LAVORO/ Occupabilità, un problema che inizia in classe

- Giancamillo Palmerini

I dati dell’Ocse sembrano indicare che certi problemi di occupabilità in Italia sono dovuti anche al sistema scolastico e formativo

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Lapresse

Per occupabilità si indica, almeno così ci dice autorevolmente la Treccani, la capacità delle persone di essere occupate o, se senza un’occupazione, di saper cercare attivamente, di trovare e di mantenere un lavoro.

Con lo stesso termine ci si riferisce, dunque, all’abilità di ottenere un’occupazione, per la prima volta ma anche rientrando, dopo un periodo di esclusione, nel mercato del lavoro, effettuando, ed essendo in grado di gestire, le inevitabili transizioni da una condizione di non lavoro, o da altra posizione, nella nuova.

Un elemento fondamentale ricoprono, in questo quadro, le cosiddette “competenze chiave” per l’apprendimento permanente. Emerge, infatti, a causa delle profonde trasformazioni economiche, sociali e culturali degli ultimi anni, una crescente necessità di maggiori competenze imprenditoriali, sociali e civiche, ritenute indispensabili per assicurare (o perlomeno provarci), ai giovani ma non solo, una capacità di adattarsi ai veloci cambiamenti in atto.

Le otto competenze individuate, in questa prospettiva, sono l’alfabetica funzionale, la multilinguistica, quella matematica e in scienze, tecnologie e ingegneria, la digitale, quella personale, sociale e relativa alla capacità di imparare in maniera permanente, quella in materia di cittadinanza, l’imprenditoriale e quella in materia di consapevolezza ed espressione culturali.

A titolo meramente esemplificativo per competenza alfabetica funzionale si intende la capacità di padroneggiare gli strumenti espressivi e gestire l’interazione comunicativa verbale in vari campi d’esperienza, di comprendere testi di vario tipo letti da altri e di riflettere sulla lingua e sulle sue regole di funzionamento.

In questa prospettiva, tuttavia, come si pone l’Italia dove ogni esecutivo, periodicamente, sottolinea la necessità di intervenire sul sistema d’istruzione e formazione per la realizzare di una “buona scuola” utile per la vita ma anche per il lavoro?

L’ultima indagine Ocse-Pisa, pubblicata nei giorni scorsi, sulle competenze in lettura, matematica e scienze di 600 mila quindicenni di tutto il mondo, ci dice che, forse un po’ a sorpresa, i nostri ragazzi sono in linea con la media Ocse (487 punti contro 489, con picchi di 514-5 punti nel Nordovest e nel Nordest: meglio della Finlandia) in matematica mentre in lettura siamo dieci punti sotto la media degli altri Paesi (476 contro 487) e ancora peggio va nelle scienze, dove abbiamo avuto un crollo verticale (468 contro 489).

Forse, insomma, la difficoltà dei giovani, ma non solo, di collocarsi in questo mercato del lavoro sempre più globale e veloce ha le sue radici in un sistema d’istruzione, e formazione, di base che non funziona più alla stessa velocità e non più in grado di rispondere alle esigenze del mondo di oggi.

La responsabilità, tuttavia, è difficilmente attribuibile a una precisa parte politica o a un Governo, ma sembra essere qualcosa ormai di sistema. Sarebbe auspicabile, proprio per questa ragione, che tutti, a partire dalle diverse forze politiche, affrontassero, finalmente, questo tema con responsabilità e con proposte sostenibili sotto il punto di vista economico, pedagogico, sociale, ecc.

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