SCUOLA/ Educazione civica, luci, ombre e sfide di una materia da “inventare”

- Pietro Valentini

Una recente conferenza internazionale organizzata da “Scuola Democratica” ha affrontato le questioni chiave della nuova disciplina

Voto alla Camera
Votazione alla Camera (LaPresse)

Un mondo in continuo cambiamento sembra acuire il bisogno di cittadini più competenti, capaci di agire con consapevolezza e responsabilità le trasformazioni che incontrano nelle loro vite.

Ma questo bisogno è rincorso tardivamente dalle istituzioni formative, in un momento che lascia intravedere la chiusura degli spazi di democrazia, o arriva invece proprio al momento giusto, per fornire slancio ad una nuova generazione che vuole esercitare pienamente queste competenze avvalendosi di tutte le opportunità che questa epoca può mettere a disposizione? 

Alla Camera dei deputati ben 451 sono stati i voti favorevoli per il ritorno dell’educazione civica nelle scuole come materia obbligatoria nella scuola primaria e secondaria (solo tre astenuti e nessun contrario). Il provvedimento passa ora all’esame del Senato.

Nel frattempo, se l’attenzione verso il coinvolgimento degli studenti in questa materia sin dai primi anni di scuola è sicuramente visto con favore, è invece argomento di dibattito la scelta di delegare ad una sola materia lo sforzo formativo in tema di cittadinanza, a scapito della ricerca di interdisciplinarietà dei percorsi formativi e relativa corresponsabilizzazione di tutti i docenti.

Ulteriore tema di dibattito è quello dell’integrazione con proposte in orari extracurricolari da affidare alla scuola attraverso l’autonomia nella progettazione didattica, con indirizzi comuni e con il coinvolgimento di attori esterni dal mondo dell’associazionismo e della cittadinanza attiva.

In effetti la sola introduzione dell’educazione civica difficilmente potrà bastare ad assolvere il compito della scuola di educare alla cittadinanza, perché non è sufficiente la conoscenza della Costituzione e del funzionamento delle istituzioni a formare le competenze chiave di cittadinanza, sempre più intese come capacità di partecipazione attiva alla costruzione del processo democratico.

In questo ambito le metodologie attive già entrate nella scuola italiana dai tempi dell’autonomia (o prima ancora) sembrano avere trovato una nuova spinta nel quadro dell’Agenda Onu 2030 e dell’Educazione alla cittadinanza globale (Ecg). Attorno ai fondi Ecg del ministero degli Esteri e della Cooperazione internazionale, Pon del Miur e Fami del ministero degli Interni si sono strutturate nel tempo professionalità e metodologie che integrano formale e non formale, organizzazioni formative che stanno tessendo reti multilivello per cercare di mettere a sistema sperimentazioni, monitorare la qualità delle proposte formative e valutarne l’impatto sociale su interventi che incontrano un’utenza che può andare ben al di là della cosiddetta età scolare.

Un evento emblematico in questo senso è stata la conferenza organizzata il 3 giugno a Roma dall’Alleanza italiana per la cooperazione allo sviluppo denominata “Generazione Greta: un passo avanti per l’educazione alla cittadinanza globale. L’impegno e la coerenza delle politiche nell’attuazione dell’agenda 2030”.  Il titolo stesso evoca un soggetto sociale, europeo, che travalica i confini, multiculturale, che incarna le competenze che questa alleanza formativa vorrebbe concorrere a sviluppare. Quasi un testimonial vivente che reclama una nuova offerta formativa all’altezza delle sfide attuali.

Paradossalmente tuttavia, proprio nello stesso tempo il progetto europeo, e con esso la vision del quadro europeo dell’educazione come chiave di sviluppo (da Lisbona, o ancor prima, in poi), sembra non essere mai stato così a rischio. Come se la globalizzazione che ad inizio anni 2000 appariva capace di destare speranze di nuove opportunità (da costruire in ambito sociale ed economico a partire dalla percezione di inedite aperture sul piano tecnologico e geopolitico), preannunci ora, quasi venti anni dopo, sull’onda lunga della crisi del 2008, orizzonti distopici rispetto a cui addirittura la tenuta democratica dei singoli Stati non sembra affatto garantita.

Tuttavia, per quanto sembri oggi inedito e fosco, lo scenario di un mondo di interdipendenze globali instabile e a rischio, che richiede con urgenza la formazione di soggetti capaci di giocare attivamente il loro ruolo di cittadini, accomuna il presente e un passato nemmeno così lontano.

Se oggi l’idea che non esiste un pianeta B, spinge gli attori dell’educazione alla cittadinanza globale a cercare insieme tutte le strade possibili nonostante la precarietà e la frammentazione delle opportunità istituzionali,  agli inizi del secolo scorso la crisi delle democrazie europee spingeva gli educatori, da un lato e dall’altro dell’Atlantico, a cercare modelli (ancora oggi di ispirazione) per la formazione di cittadini capaci di vivere attivamente i processi democratici.

Anche per questo ricercatori universitari e extra universitari nonché insegnanti e dirigenti scolastici, circa 850 persone provenienti da 27 nazioni (dall’Italia all’Europa, dagli Stati Uniti all’America del Sud,  dall’Asia al Nord Africa), si sono incontrati a Cagliari per la conferenza internazionale “Educazione e Post Democrazia”, organizzata dalla rivista  Scuola Democratica, edita da il Mulino. Uno scambio di conoscenze intenso, articolato su 80 panel, 3 workshop, sei simposi, 5 key-note speeches (il francese Dubet, l’americana Lareau, il tedesco Lange, gli italiani Cavalli e Sciolla), un’ampia intervista video-registrata con l’inventore del termine post-democrazia, il sociologo inglese Colin Crouch. 

Tra i moltissimi spunti emersi una consapevolezza condivisa: l’educazione civica, intesa anzitutto come educazione alla democrazia, da un lato non può esaurirsi in conoscenze (benché sia utile l’aggiornamento di una base comune che includa nozioni, ad es. quella di debito pubblico, senza le quali è difficile non solo la partecipazione ma addirittura la comprensione delle notizie in ambito economico-finanziario), dall’altro lo stimolo alla attivazione degli studenti deve essere fatto passare per un approccio che se è appassionato non può limitarsi ad essere seduttivo. Ciò che conta non è l’opinione considerata giusta da un’autorità più o meno legittimata ed illuminata, ma quella che viene elaborata da un’intelligenza capace di essere indipendente e insieme consapevole e responsabile. Sulla base di queste premesse è stata avanzata una proposta che sarà illustrata in un prossimo articolo.

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