SCUOLA/ Esame di Stato, colloquio: ecco i veri “nemici” degli studenti

- Pietro Baroni

C’è un solo modo per fare bene l’orale dell’esame di Stato: non farne un problema. Se questo accade, è perché gli insegnanti hanno sbagliato qualcosa

Test di ingresso Medicina 2019
Test di ingresso Medicina 2019 (LaPresse)

A rischio di passare per superficiale e pressappochista vorrei dire che il nuovo orale dell’esame di Stato non è o non dovrebbe essere un problema. Siccome detta così sembra certamente un’affermazione superficiale e pressappochista la dirò in un altro modo: non possiamo pensare che il problema del nuovo orale dell’esame di Stato si possa porre a pochi mesi o a poche settimane dall’esame stesso. E qui sento già la protesta degli insegnanti (come ho sentito quella dei miei colleghi di consiglio di classe) che gridano che questa nuova formula è stata introdotta ad anno in corso, addirittura nel 2019 e che quindi è un’assurda ingiustizia renderla vigente già per questo anno scolastico (questo vuol dire non volere il bene dei ragazzi!). Siccome non voglio passare per superficiale e pressappochista dirò che hanno ragione a gridare allo scandalo. La scelta del ministero è tardiva e inadeguata.

Ma questo non cambia la questione. Prima di entrare nel merito una piccola premessa. Insegno da qualche annetto ed ho già avuto modo di veder sorgere e tramontare diverse riforme scolastiche in generale e dell’esame di Stato in particolare, e ne sono uscito sempre con la stessa constatazione: tutti sempre si stracciano le vesti e, soprattutto, precipitano nel panico ogni volta che cambia la formula dell’esame, affannandosi a rincorrere corsi di aggiornamento per capire “che cosa bisogna fare” per preparare i ragazzi; allo stesso tempo io, invece, non me ne sono mai preoccupato troppo, passando spesso per la cicala che sta pigramente a non far nulla, mentre intorno a lei schiere di formiche diligenti si dannano l’anima per affrontare la situazione, per il bene dei ragazzi, ovviamente.

Ho però potuto constatare che gli studenti che si sono maturati con me non hanno conseguito risultati inferiori a quelli delle diligenti formiche che si agitavano e anzi, in più casi si sono diplomati con risultati migliori e sorprendenti. Perché?

La mia convinzione è sempre la stessa: non si devono preparare gli studenti all’esame di Stato (come non li si deve preparare alle prove Invalsi). Per questo sono sempre stato contrario anche alle simulazioni delle prove d’esame. Perché altrimenti la didattica viene progettata per l’esame di Stato, mentre dev’essere pensata per ciò che comincia dall’esame di Stato in poi: la vita. La scuola non serve per la scuola.

Sembra un’ovvietà, ma non lo è affatto e non lo è per i più e da molto tempo. La scuola serve per tutto ciò che comincia dalla scuola in poi e in là. Serve per quando torni a casa e hai il problema che i tuoi genitori si sono separati, oppure hai il problema che quella o quello di cui ti sei innamorato ti dica sì, o il problema di come scegliere il tuo futuro o il problema di quale sia il significato della tua vita e perché esista il firmamento bellissimo di ogni sera o perché andando a letto senti un magone che ti prende la gola, come un “ovosodo” che non va né su né giù. La scuola serve alla vita.

Cosa c’entra tutto questo con il nuovo orale dell’esame di Stato? Assolutamente niente ed è proprio qui la questione interessante!

Perché se insegnando tutti i giorni in classe, dal primo giorno della prima superiore all’ultimo della quinta io ho in mente l’esame di Stato, sarò schiavo di ogni cambiamento, che mi manderà nei pazzi, perché distruggerà il lavoro di anni, ma soprattutto non avrò capito nulla del mio lavoro di insegnante.

Chi si spaventa per le “nuove” competenze che l’esame di maturità dovrebbe sviluppare, non ha mai fatto bene il suo mestiere e non sa cosa voglia dire insegnare. Mi spiegherò fra poco.

Sempre in base all’esperienza dei vari esami di Stato finora affrontati personalmente, ho scoperto che qualsiasi riforma e rivoluzione dell’esame di maturità possa essere inventata (e al ministero non manca certo la fantasia!) non potrà spaventare per un motivo molto semplice: noi insegnanti ci dobbiamo limitare a sviluppare nei nostri studenti alcune, poche, forti competenze di base: parlando del mio insegnamento, letteratura italiana, saper leggere un testo e comprenderlo (sembra scontato ma lo è tristemente sempre meno, sigh!), saperlo commentare, saperlo interpretare criticamente. Basta, fine, chiuso! Chi sa fare questo sa fare qualsiasi cosa, sa affrontare qualsiasi formula d’esame di maturità.

Faccio ancora un esempio sulla mia esperienza in questo caso da studente. Nessuno mi ha mai spiegato le sequenze narrative, né i generi letterari; io non ho mai fatto le verifiche a domande chiuse (a crocette) in tutta la mia carriera scolastica, così come nessuno mi ha insegnato mai a fare il saggio breve o l’articolo di giornale. Eppure so fare un test a crocette, ho saputo fare un saggio neanche tanto breve (la chiamano tesi di laurea!) ed ora sto scrivendo un articolo per il Sussidiario. So cambiare genere e stile, tono e registro. Invece generazioni di studenti addestrate a tutte queste forme di verifica arrivano all’università che non sanno comprendere un testo o scrivere un commento (alla facoltà di lettere di Firenze hanno aperto da anni agli studenti italiani il corso di italiano a livello zero per studenti stranieri) e addirittura fanno sempre più fatica a distinguere un testo in prosa da uno in poesia!

Ripeto, se sai comprendere un testo, lo sai commentare e interpretare criticamente, sarai capace di fare qualsiasi altra cosa.

E ora, finalmente, veniamo a questo nuovo esame orale, che si prefigge (che ci riesca non è detto) di sviluppare quelle che ora sembrano “nuove” competenze, attraverso nuove formule.

In parole povere di che si tratta? I componenti la commissione d’esame dovranno scegliere dei “nodi interdisciplinari” (degli argomenti comuni a due o più materie) e individuare dei testi e materiali facenti parte dei programmi effettivamente svolti dagli studenti, relativi a questi nodi. Il tutto verrà messo in buste rigorosamente sigillate, che lo studente esaminando dovrà scegliere (pacco A, B o C?). Aperta la busta lo studente dovrà svolgere un percorso interdisciplinare a partire da questi nodi e su questi materiali. Praticamente il percorso lo fanno i docenti (materiali compresi) e lo studente deve solo commentarli. Al netto dello shock da estrazione (oddio, cosa uscirà?) mi sembra un’enorme semplificazione. E questo a sostituzione della vecchia tesina. È vero che internet ridonda di una ricca letteratura su tesine di ogni argomento possibile e immaginabile, cui gli studenti per anni hanno attinto a piene mani, ma con la tesina (almeno teoricamente) l’argomento doveva sceglierlo lo studente e il percorso e la selezione dei materiali spettava a lui! Mi aspetto che qualche studente intelligente e vagamente impertinente, una volta aperta la busta dica: “Sì, complimenti, avete realizzato un bel percorso. Lo condivido. Arrivederci!”. Fine dell’orale.

Senza contare che nel giro di pochi anni, siccome i “nodi interdisciplinari” sono limitati, ben presto fiorirà una folta letteratura di percorsi, sempre fruibili gratis da mamma internet!

E questa formula dovrebbe gettare nel panico? Dovrebbe “sconvolgere la didattica”, come ho sentito dire a più di un collega in sala insegnanti?

Il nostro vero, unico problema non riguarda affatto l’esame di Stato. Il nostro vero ed unico problema è che abbiamo da sempre abituato i nostri studenti in tutti gli anni di scuola (dalle elementari in su) a ripetere pedissequamente quello che noi insegnanti dicevamo loro e noi insegnanti ci siamo abituati a dire ai nostri studenti pedissequamente quello che leggevamo sui manuali. Così che i nostri studenti escono dal percorso scolastico sapendo ripetere (senza nessuna conoscenza reale) qualcosa che non sono affatto, ad esempio, gli autori di letteratura, ma il riassunto (spesso mal fatto) di quello che ad alcuni critici sembra che abbiano detto gli autori nelle loro opere.

Si spiega benissimo, allora, il panico dei docenti e di riflesso quello degli studenti. Il problema dell’esame non è quello degli ultimi due o tre mesi della quinta superiore, ma inizia in prima elementare, quando più nessuno ormai fa leggere un testo integrale per il semplice motivo che è bello, profondo e pieno di significato. Oggi alle elementari fanno leggere brani incomprensibili nel loro contenuto perché estrapolati senza alcuna logica dai loro contesti, nei quali i poveri bambini devono individuare temi che sono loro indotti dalle domande a margine del testo o rispondere a domande la cui soluzione è implicita nella domanda stessa. Oppure vi devono identificare le sequenze narrative, o alcuni elementi grammaticali. Risposte indotte a domande che non si sono posti loro. E questo fin dalla prima elementare e poi su, su fino alla quinta superiore, dove non esistono neanche più le finte domande, ma ci sono solo affermazioni da ripetere per far contento il professore. Zero comprensione del testo, zero capacità di commentare (per forza, non viene mai richiesta!), zero capacità di interpretazione critica (figuriamoci cosa ne può capire un ragazzo degli autori!). Allora l’insegnamento si riduce ad un addestramento a certe tecniche che permettono di eseguire certe verifiche. Ma se poi mi cambi all’ultimo momento la tipologia di verifica, allora sì che vado nel panico, ministero bastardo!

Peccato che la vita là fuori, dopo l’esame, dopo la scuola, la vita vera, non ti dice prima che tipo di verifica ti farà. La vita, sì, che è bastarda davvero. E bellissima!

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