SCUOLA/ Fare bene le prove Invalsi? Chi si “allena” è perduto

- Elisabetta Valcamonica

Per fare bene le prove Invalsi la strada peggiore è fare addestramento ai test. Quella migliore è il normale lavoro di istruzione e di apprendimento

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Scuola (LaPresse)

Mi è capitato, in questi giorni, di tornare a visitare il sito messo online da Invalsi nel mese di giugno 2019: una nuova piattaforma (invalsiopen.it) che affianca il sito istituzionale con l’obiettivo di diffondere la cultura delle competenze attraverso uno strumento agile e fruibile, che raccoglie materiali e contributi utili ad offrire spunti di riflessione alla scuola e alla società.

Sarà stato il titolo – o il suo riverbero in me in virtù di una questione già aperta nella mia carriera di insegnante – ad attirare la mia attenzione su un post presente nell’homepage: “Come (non) preparare i ragazzi”: in sintesi, l’articolo afferma che non esiste una preparazione specifica per lo svolgimento delle prove Invalsi, che non serve cioè fare in classe qualcosa di diverso da quello che la scuola è normalmente chiamata a fare, cioè stimolare gli studenti “a ragionare su quello che stanno studiando e a farlo proprio”.

Buoni risultati nelle prove Invalsi non sono dunque l’obiettivo che una scuola deve porsi; sono invece la conseguenza (la cartina di tornasole) di una didattica che sappia contribuire realmente alla formazione di un soggetto in grado di stare in modo consapevole, costruttivo e creativo nel reale. È per questo che i risultati delle prove Invalsi costituiscono un interessante spunto per le scuole e per i singoli docenti, chiamati ad interrogarsi sul proprio lavoro quotidiano.

L’articolo di invalsiopen, in cui ritrovo alcune convinzioni che hanno preso forma in me a partire dai primi anni di insegnamento, ha il merito di aiutare i collegi docenti a riporsi la domanda giusta, utile sempre, ma particolarmente in questo periodo in cui gli insegnanti stanno predisponendo le proprie progettazioni e le scuole sono chiamate ad aggiornare il Rapporto di autovalutazione (Rav) e a rendicontare il proprio operato.

In che modo, nel nostro lavoro, aiutiamo gli studenti a “ragionare su quello che stanno studiando e a farlo proprio”?

L’assunto di fondo della risposta a questa domanda è la presenza di adulti curiosi, vivaci, consapevoli, che usino in modo libero e aperto la propria ragione assumendo in prima persona il compito di vivere per sé di fronte agli altri. “Si educa” infatti “con ciò che si dice, più ancora con ciò che si fa e ancor di più con ciò che si è” diceva già nel I secolo d.C. sant’Ignazio di Antiochia.

È questa premessa, infatti, che apre le possibilità di tutti i tentativi delle ore di lezione volti a suscitare la libera risposta dei piccoli compagni d’avventura, la straordinaria avventura della conoscenza, che abbiamo la fortuna di vivere ogni giorno. È questa premessa che genera una didattica creativa e fantasiosa, capace di trovare mille strade per raggiungere e coinvolgere gli studenti delle classi in cui ci troviamo ad insegnare; per motivarli, si direbbe, anche se questo termine ormai diffuso nella scuola lo sento un poco freddo, rigido e distante rispetto agli altri due.

È compito di ogni attore della scuola rispondere per sé a questa domanda e a tutte quelle che essa apre. Per sé, come docente. E per sé, come docente, nel confronto e nel dialogo con i colleghi, oltre – ma anche dentro – i risultati Invalsi della propria scuola.

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