SCUOLA/ Formazione dei prof e Piano nazionale scuola digitale: 2 leve per lo sviluppo

- Laura Colantonio

I processi di digitalizzazione della didattica vanno ulteriormente promossi e implementati. La strada è quella del Pnsd

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Ripartenza in presenza col nuovo anno scolastico, dunque. Ma perché la scuola nella sua complessità possa essere pronta, diviene fondamentale in questi tempi la progettazione di ulteriori percorsi di formazione dei docenti che possano offrire opportunità sempre crescenti alle ragazze e ai ragazzi di ogni istituzione scolastica.

I processi di digitalizzazione della didattica vanno ulteriormente promossi e implementati e la didattica a distanza, con quell’acronimo che all’istante è entrato a far parte del vocabolario collettivo, potrebbe semmai assumere sempre più le fattezze e la prospettiva, questa volta più immediata si spera, di una Didattica innovativa digitale in coerenza con la derivazione dal Pnsd (Piano nazionale scuola digitale).

Quel Piano ha sostanzialmente varato l’esigenza di innovazione di cui la scuola necessitava e necessita tuttora. Probabilmente, dopo l’iniziale euforia per certi percorsi, la costanza e la continuità negli interventi avrebbero dovuto fare da sentinella vigilante sulle effettive opportunità di innovazione che invece certe scuole hanno perseguito e certe altre un po’ meno. A ricordarci dell’esigenza della digitalizzazione – e quindi di un’innovazione generale e profonda – dei processi di apprendimento non può essere un’emergenza epidemiologica; dovrebbe essere piuttosto un bisogno interiore di chi è chiamato alla responsabilità di educare, formare nonché promuovere apprendimenti e capacità di giudizio critico, evitando ogni forma di destabilizzazione per impostazioni brutalmente diverse dall’oggi al domani, come è accaduto in questa circostanza.

E d’altra parte il lifelong learning, quello che l’Onu ha inserito – e al quarto posto – tra gli obiettivi di sviluppo sostenibile, pone l’accento su una formazione di qualità, inclusiva ed equa per tutti, che passi attraverso l’alto livello delle competenze dei docenti.

Al fine di poter gestire una rivisitazione delle modalità didattiche, rivisitazione che non comporti rigetto ma tutela del miglior agito, penso sia decisivo far tesoro delle esperienze realizzate proprio in questi tempi.

E allora ben venga l’incontro tra le 3L, lifelong learning, e la Did, Didattica innovativa digitale, con riferimento sia alla migliore didattica in presenza finora attuata sia a quanto si è definito in questi mesi nell’ottica della Didattica a distanza: che le modalità digitali diventino il passaporto per quell’innovazione metodologica senza dimenticare che accessibilità e inclusione passano proprio attraverso le tecnologie, principio base del Piano d’innovazione di cui appunto il Pnsd, nella sua accezione più completa, è foriero.

Da poco, infatti, nelle varie scuole si è compiuto l’iter relativo ai fondi ministeriali, che hanno puntato alla formazione del personale ma anche agli acquisti di device per gli  studenti meno abbienti o a smart class su primo e secondo grado.

In sostanza, il blended learning valorizza in un progetto didattico sia la formazione in presenza sia la formazione a distanza. E una scelta di questo tipo veicolerebbe più agevolmente processi complessi di apprendimento e cambiamenti organizzativi.

Nei fatti la gestione dei processi di apprendimento in tempi di covid-19 ha evidenziato, “svelando” ciò che in fondo già si sarebbe dovuto immaginare e cioè lo status di condizioni sociali troppo diverse, le disuguaglianze digitali tra i discenti del territorio nazionale. Guardando indietro, probabilmente, l’impianto del Pnsd non ha trovato corrispondenza fattiva in un’effettiva dotazione di device da parte delle scuole stesse. Scuole che hanno potuto dotarsi di strumenti digitali soprattutto grazie ai fondi europei cui hanno avuto accesso e accedono in virtù di progettualità, e relativa procedura, e non perché siano strumenti in dotazione a sistema.

Eppure quel Piano nazionale scuola digitale ha sempre avuto l’obiettivo principe della inclusività da perseguire proprio attraverso metodologie didattiche diverse e nuove. Dunque, è auspicabile recuperare e risolvere il più possibile quelle disuguaglianze, tanto quelle socio-economiche quanto quelle digitali, affinché aumentino i canali attraverso cui quel quarto obiettivo possa trovare effettiva attuazione, magari proprio cogliendo la condizione attuale per implementare la distribuzione di device in maniera capillare e persistere nell’educazione digitale di tutti i discenti, per andare ben oltre la familiarità coi social figlia del nostro tempo e di quello dei nativi digitali, ma anche di tutti i docenti.

E se in tale contesto, proiettato verso una sostanziale affermazione tecnologica, da effettiva comunità educante, si inserissero progetti di educazione digitale per la platea genitoriale, non sarebbe affatto male, perché il ricevere in dotazione un tablet o un personal computer, fatte salve le dovute condizioni di connettività, non implica come un automatismo intrinseco che il contesto familiare possa essere un reale supporto per il discente da tutelare in tempi di Didattica innovativa digitale.

Una Did, o un blended learning, che possa restare nella sua definizione solido e creativo punto di riferimento perché didattica che promuove un sapere sempre più dinamico, consentirà di non avere differenze di impostazione sia che si faccia attività didattica dentro la scuola sia che si promuova apprendimento fuori di essa… anche in presenza di una causa di forza maggiore!

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