SCUOLA/ “Friday for Future”, andateci voi: Gaber e l’Ilva valgono più di Greta

- Valerio Capasa

La difesa dell’ambiente non ha bisogno di slogan, bombolette spray e tette al vento. Richiede studio, intelligenza, applicazione. E un po’ di poesia

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Studenti delle superiori in piazza per il clima (LaPresse)

Non avrebbe alcun senso nascondersi da soli se non esistesse un gioco chiamato “nascondino”, in cui il bello consiste proprio nel non farsi acchiappare da chi conta nella tana. E che noia sarebbe gonfiare la rete di una porta vuota, senza un portiere che provi a opporsi al tiro. Analogamente il gusto segreto di uno sciopero è far saltare i nervi a qualcuno: ma se tutti sono d’accordo, dai bambini agli adolescenti e agli adulti, dalle televisioni agli insegnanti e ai genitori, dai ministri ai prìncipi e alla Tesla, allora con chi se la prendono? Teniamoci il tombolone da soli e festeggiamo ambo-terno-quaterna-cinquina e tombolone: che vittoria!

Nella mia scuola da 1.700 abitanti siamo appena 7 o 8 ad arrivare la mattina in bicicletta. I libretti delle giustifiche dei quattordicenni, intanto, brillano di candide contraddizioni: 26 settembre, assenza per “esame motorizzazione”; 27 settembre, assenza per “sciopero per il clima”. Vai a contare quante migliaia di bottigliette di plastica girino sotto la nube di motori e canne che avvolge un liceo. Ma quando è Friday for Future, nonostante il cobalto negli smartphone, l’aria condizionata a palla, il CO2 sparato dai mappamondi bruciati in Piazza Duomo e il trattore in tangenziale, si ritrovano tutti in preda a smanie da sensibilizzazione.

La mia abitudine post-bellica di bere l’acqua del rubinetto ripugna parecchio a questi campioni della sensibilità, che dell’Ilva (ex Italsider) di Taranto in cui lavorava mio papà e del quartiere Tamburi dove i fumi delle cocherie ci coloravano il cielo di ogni allenamento neanche fossimo in Champions non saprebbero ripetere altro che: “chiudiamo il mostro”. Peccato che qualcuno l’acciaio dovrà pur produrlo (a meno di ambire a traslocarsi nuovamente sulle palafitte o a fabbricare le casette dei tre porcellini). Certo, le emissioni nocive andrebbero ridotte: ma per farlo non ci vogliono striscioni e bombolette spray; servono scienziati, che sbattano la testa sui libri e sulle cose, e fuori dagli slogan cerchino soluzioni; ci vuole gente affamata di conoscere, non polli d’allevamento.

Una mattina del 2019 il ministro dell’Istruzione, probabilmente in preda ad astinenza da merendine tassabili, nel suo furore di svuotare le aule da qualsiasi cosa (Nutella, crocifissi, Mattarella, studenti), ha pensato di infrangere la legge istigando milioni di minorenni a fare il CO2 che volevano. Sotto il sole estivo di Bari quel che balza agli occhi per le strade è una spropositata concentrazione di tette al vento, credo per fugare gli equivoci sulla rotondità del pianeta. La natura, del resto, è la natura, e la stoffa un retaggio medievale.

Ma oltre ai vestiti, sembra latiti anche l’intelligenza: ai bambini delle elementari hanno spiegato che bisognava andare alla manifestazione e loro ci sono andati; con il medesimo automatismo hanno obbedito molti insegnanti (in posa da rivoluzionari pur non volendo rinunciare allo stipendiuccio quotidiano).

C’entra poco l’agnello sacrificale Greta, a cui tra un bestseller e uno yacht stanno rubando il presente sbattendola in mondovisione, alla faccia delle problematiche di ansia e relazioni certificate dall’Asperger. Né mi pare che dopo il 27 settembre si siano arrestati l’inquinamento e i cambiamenti climatici, peraltro assai meno interdipendenti di come la raccontano: la mia acqua del rubinetto e la mia bicicletta sono buone pratiche che non salvano il pianeta come la mia attenzione a non buttare avanzi dei piatti in tavola non salva bambini africani.

Quel che manca è la conoscenza: della storia, del diritto, della scienza, dei media. Più della narratologia delle patatine che imperversa nelle aule su sequenze, protagonista e antagonista, servirebbe come il pane una narratologia dell’informazione, che ci vaccini contro le costanti delle favole che tv e internet ci propinano a ogni ora.

La scuola, invece, compiacente ai diktat del mondo e perciò inutile, si coccola i suoi piccoli narcisi, che non riescono a trovare negli adulti altro che specchi: identicamente ingenui e ignoranti, creduloni e piazzettari, opinionisti e ipocriti, catechistici e viziati, incapaci di spostare le velleità di pancia sul piano del logos, asserendo di fatto che un giorno a spasso vale più di Ungaretti, di Aristotele, della chimica e della termodinamica.

I meccanismi di condizionamento della nostra epoca sono in fondo gli stessi di tutti i regimi: così fan tutti, perché io dovrei accettare la fatica di essere me stesso andando controvento? Son tutti fuori, chi me lo fa fare di entrare a scuola? Se qualche ragazzo osa varcare la soglia, gli tocca sorbirsi per giorni tutti i rimbrotti e le accuse possibili, da parte proprio di chi venerdì 27 non si è vergognato di girare alla larga dal fastidio dei presenti o di supplicarli di farsi venire a prendere dai genitori. Desolante che per qualche ora d’aria aggiuntiva la gente sia così facilmente pronta a vendersi l’anima e la mamma, ad abdicare a un pur minimo utilizzo della propria intelligenza.

Manca almeno un po’ di poesia. Non avremmo il coraggio di resistere alle onde emotive del potere se non godessimo del privilegio di imbatterci in un certo Giorgio Gaber. Poeta, profeta. Che ha trovato le parole per raccontare questo tempo in cui gli uomini hanno ampiamente superato ogni “livello di cattiveria e di egoismo”, ma periodicamente si lavano la coscienza comprandosi “un’azalea”: “dato che non funziona niente, si risolve tutto con le azalee. […] Compro un’azalea, per salvare bambini, animali, piante, ricerche varie, bacini idrici, le suore del Nicaragua, le foreste dell’Amazzonia. […] E siccome più uno è sporco dentro, più ha bisogno di apparire buono, i più carogna hanno azalee dappertutto: in ingresso, in sala da pranzo, in camera da letto, vanno al cesso e… trac! un’azalea. […] Ma dentro, dentro cosa siamo, eh? Ve lo dico io cosa siamo: siamo delle caramelle di merda ricoperte di cioccolato”.

La descrizione perfetta del Friday for Future possiamo ascoltarla nel Potere dei più buoni: “La mia vita di ogni giorno / è preoccuparmi di ciò che ho intorno, / sono sensibile e umano: / probabilmente sono il più buono. […] È il potere dei più buoni / è il potere dei più buoni / son già iscritto a più di mille associazioni / è il potere dei più buoni / e organizzo dovunque manifestazioni. […] La mia vita di ogni giorno / è preoccuparmi di ciò che ho intorno: / ho una passione travolgente / per gli animali e per l’ambiente. / Penso alle vipere sempre più rare / e anche al rispetto per le zanzare, / in questi tempi così immorali / io penso agli habitat naturali, / penso alla cosa più importante / che è abbracciare le piante. / […] Penso che è bello sentirsi buoni / usando i soldi degli italiani / È il potere dei più buoni / è il potere dei più buoni / costruito sulle tragedie e sulle frustrazioni / è il potere dei più buoni / che un domani può venir buono per le elezioni”.

Grazie Gaber, che ci metti in guardia contro le emissioni di fesserie omologanti che stanno distruggendo il pianeta.

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