SCUOLA/ Il bambino e le sue competenze precoci: la ricetta di Dehaene

- Antonella Reffieuna

Un recente libro del neuroscienziato francese Stanislas Dehaene spiega come sviluppare l’apprendimento del bambino facendo leva sulle sue “competenze precoci”

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LaPresse

Un recente libro del neuroscienziato francese Stanislas Dehaene ha un titolo brevissimo ma molto efficace: Imparare (Cortina, 2020). A sottolineare fin dall’inizio che questa è la vera sfida che ci si trova ad affrontare oggi: fare in modo, cioè, che tutti i bambini possano apprendere. Tale sfida deve essere tanto più presente nel momento attuale, in cui l’utilizzo della didattica a distanza in sostituzione della didattica in presenza all’interno del contesto sociale della classe porta in primo piano la necessità che gli allievi continuino ad apprendere e quindi a costruire conoscenze e a migliorare le proprie capacità.

Per questo può essere utile seguire Dehaene lungo la sua riflessione sui modi dell’imparare e quindi sui modi dell’insegnare, mettendo a disposizione i più recenti risultati della ricerca neuroscientifica sull’apprendimento.

Anche se egli dichiara che intende evidenziare le differenze esistenti tra l’apprendimento umano e quello artificiale di un robot o di una macchina, al centro della sua trattazione è comunque il primo: come, fin dalla nascita, impara un bambino; che cosa avviene nel suo cervello; come gli adulti che gli stanno intorno possono facilitare l’apprendimento.

Non si indirizza quindi solo agli insegnanti: la lettura e la riflessione sono molto importanti anche per i genitori, di fronte al pericolo di scambiare per vero apprendimento la capacità dei bambini di gestire un tablet o un cellulare e di utilizzare le piattaforme digitali.

Il testo di Dehaene è attuale anche per le definizioni che dà delle scuole e dell’università: le scuole (ma anche i nidi dell’infanzia) sono acceleratori del cervello; l’università è una raffineria intellettuale. Ed è proprio questo ruolo che non deve andare perduto nella didattica a distanza.

Quelle definizioni richiamano due immagini di grandissima potenza, specie se il significato “materiale” dei due termini si collega con i principi dello sviluppo del cervello.

L’acceleratore è quel dispositivo che consente di aumentare la potenza di un motore attraverso una maggiore apertura alle fonti di energia, che rende più celeri determinate azioni e che, ad esempio in campo economico, risulta collegato al concetto di moltiplicatore. La raffineria è una struttura che trasforma un prodotto grezzo in un prodotto utilizzabile e commerciabile, che libera dalle impurità.

L’insegnamento, prima a scuola e poi all’università, agisce quindi come acceleratore e raffineria: il cervello “grezzo” del bambino piccolissimo, che tuttavia possiede già molti saperi inconsapevoli, può svilupparsi solo se trova nel contesto, e in particolare nella scuola, le occasioni opportune e ogni nuovo apprendimento moltiplica la possibilità di apprendere oltre. L’università libera il cervello dalle “scorie” in quanto studio specialistico lo rende capace di apprendimenti particolarmente complessi e permette l’utilizzazione di quanto appreso a fini lavorativi e di ricerca.

L’attenzione non può quindi essere indirizzata solo ai contenuti: nella didattica a distanza l’importanza dei processi viene a essere ancor più valorizzata, così come viene valorizzato il ruolo dell’insegnante, che ha il compito di organizzare contenuti ma badando ai processi che vengono messi in atto.

Continuano pertanto a rimanere pienamente validi i 4 pilastri dell’apprendimento individuati da Dehaene: l’attenzione, l’impegno attivo, i segnali di errore e di sorpresa, il consolidamento. Essi intervengono come fattori universali, a cui si deve aggiungere il fatto che “ogni giorno di scuola deve essere un piacere”; che occorre incoraggiare gli sforzi perché lo sforzo comporta un progresso e anzi, proprio se si comunica agli allievi che tutto è facile ogni errore, ogni fallimento intacca l’autostima; che occorre comunicare agli allievi obiettivi chiari, in modo che essi sappiano che cosa ci si aspetta da loro; che si distribuisca l’apprendimento nel tempo e che altrettanto venga distribuito il ripasso.

Non sono principi superati della scuola di un tempo: sono invece i principi che le neuroscienze ci hanno confermato e che anche la didattica a distanza deve valorizzare.

In questo momento quest’ultima presenta il grande merito di non spezzare i fili della comunicazione tra insegnanti e allievi, ma non può rischiare di accentuare quello spezzettamento in compartimenti stagni presente troppo spesso anche nella didattica in presenza.

Una volta di più l’attenzione dovrebbe essere indirizzata alle interconnessioni presenti tra i diversi ambiti disciplinari, perché all’uscita da questa fase di profonda crisi gli studenti dovranno essere capaci di affrontare concretamente i problemi che quel presente porrà e occorrerà capire come “una crisi sanitaria possa provocare una crisi economica che, a sua volta, produce una crisi sociale e, infine, esistenziale” (Morin, in La lettura, 5 aprile 2020).

Non è una sfida che riguarda solo gli allievi, anzi. Forse, superato questo primo momento che per molti docenti ha comportato sforzi non indifferenti di familiarizzazione con gli strumenti digitali, occorre che anche loro si chiedano come possano continuare a imparare, affinando le loro competenze professionali, che continueranno a essere squisitamente umane.

Di fronte a loro schermo non hanno infatti altri schermi, ma ragazzi con tutta la loro poliedricità e allora capire come “funzionano” diventa indispensabile: occorre capire, meglio di quanto non sia avvenuto finora, che cosa vuol dire “imparare”.

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