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Home » Educazione » Scuole Superiori » SCUOLA/ Il pediatra: educazione sessuale, ecco perché ogni programma “ad hoc” fa solo danni

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SCUOLA/ Il pediatra: educazione sessuale, ecco perché ogni programma “ad hoc” fa solo danni

Carlo Bellieni
Pubblicato 10 Novembre 2025
(Ansa)

(Ansa)

Il dibattito sull’educazione sessuale a scuole è centrato su presupposti sbagliati. I docenti, se lasciati lavorare, comunicano umanità e bellezza

Educazione sessuale, mito o ludibrio? Sembra, ad ascoltare certi dibattiti, che sia un problema di tifoserie. E il tema si riduce alla diatriba tra educazione sessuale/educazione all’affettività. Qualcuno dicendo che è competenza dello Stato, qualcuno della famiglia e così via.

A me, come pediatra, sembra che si parli di tutto questo senza un “convitato di pietra” cioè la scuola (che poi significa la società da cui sorge la scuola). Che fine ha fatto la scuola? Per parlare di comportamenti come il tratto sessuale, e aiutare a trovare delle strade personali e sociali su cui quei comportamenti respirino, occorre un luogo vivo. La scuola lo è? Lo domando davvero, perché sembra che la scuola sia diventata un esamificio da circa 50 anni e un’azienda da circa 20. Sembra che la preoccupazione sia attrarre l’attenzione e usare metodi bizzarri e tanta tecnologia per “stare al passo coi tempi”.


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Forse mi sbaglio. Ma la scuola non è attrattiva perché si sforza ad esserlo, ma perché lo è per sua natura, almeno dovrebbe; Certo, tanti studenti bravi ci sono e tanti insegnanti coraggiosi e attraenti anche; ma la scuola, da “centro di piacere” (greco scholè) in cui gli alunni vanno per loro gusto, si è tramutata in centro reclutamento di un mondo tecnologico, in cui, come diceva qualcuno, valgono solo tre principi: “inglese, internet, industria” (le “tre I”, ricordate?).


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A occhio e croce la scuola non deve inventare niente per l’educazione all’affettività: gliela portano su piatti d’argento Tolstoj, Pasolini, Saba, Hemingway; e nulla ha da inventare per l’educazione alla sessualità: quale corso di biologia non ha tutti gli strumenti per parlare di mestruazioni, fertilità, problemi sessuali?

Il fatto è che sembra svalutato il megafono da cui esce questa voce. Non per colpa degli studenti (non è colpa loro se non sanno seguire oltre i 18 secondi iniziali di un messaggio tiktoker), non per colpa dei docenti (sballottati tra cento incombenze burocratiche e duecento riunioni); e nemmeno dei vari ministeri, che altro non fanno che riflettere l’aria di un mondo ipertecnologico che sa solo fare di conto, come spiegava Heidegger, o invidiare la tecnologia come superiore all’attività umana, come spiegavano la Arendt e Anders.


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Può allora essere la scuola-azienda il centro di un’educazione sessuale alle differenze, di cui la prima è quella meravigliosa che fa il maschile diverso dal femminile in un reciproco rispetto e curiosità? E se non è la scuola, chi altri oggi è l’organo intermedio, dalla famiglia in su – questa famiglia oggi evaporata ed estranea a se stessa –, che sa prendere per mano il ragazzo o la ragazza e far loro assaporare i giochi d’amore di madame Bovary, le poesie di Lee Masters, le liriche di Leonard Cohen e di Orazio?

Lucas Cranach il giovane, “Cristo e l’adultera” (1532)

Perché una cosa è certa: una sfera di vita così legata al cuore delle persone come il sesso non si “spiega”, occorre “entrarci dentro”, non si illustra, si narra per miti e per epica.

Il sesso non è cosa da assimilare ad un motore a scoppio, né tantomeno ad un vissuto angelico. È la vita così cruda e bella che racchiude la possibilità di altra vita. Ma che si scontra con l’assurdo diverso di un corpo dell’altro genere che non capisce, che non può comprendere (Jaques Lacan provocatoriamente diceva che “il rapporto sessuale non esiste”); e si scontra con l’altro assurdo del proprio corpo che cambia in particolare nell’adolescenza, dove – mascherandola col bullismo intellettuale – i ragazzi vivono una grande ansia del cambiamento del sé.

Oltretutto, non saranno delle parole o delle lezioni a bloccare i femminicidi; anche perché se lo scopo è bloccarli, la strada è sbagliata: il cervello dell’adolescente sente ogni imposizione o proibizione con noia o come divieto da trasgredire; tirate voi le somme. Non serve dare un buon esempio ma, come diceva Luigi Giussani, “essere un riflesso esemplare”: il primo è una forzatura; il secondo è una vita che si trasmette, perché non ha come scopo addomesticare, ma comunicare sé. E il ragazzo vuole solo questo; che l’adulto gli comunichi sé, senza tante chiacchiere e tante leggi.

Questa cosa preoccupa molto noi pediatri, perché vediamo una generazione di ragazzi pieni di ansia, che ricorrono a mille espedienti, alcuni dei quali pericolosi, perché non trovano chi sa accompagnarli nella loro trasformazione e nella trasformazione ancor più radicale che è quella della mia accettazione di te come altro.

Ci preoccupa perché vediamo una generazione di figli senza madri e padri presenti, relegati nei loro videogiochi e nelle loro mode sempre più solitarie. Che paura hanno dell’altro, e – sempre più – del sesso!

Il pediatra è l’osservatore esterno del mondo giovanile; è colui che sa che i danni si fanno nei primi mesi e anni di vita, ma che comunque si possono almeno in parte aggiustare. Ma se trovano una società scollegata, frantumata, evaporata, i danni non si aggiustano e si vivacchia, correndo dietro al mito dell’automedicazione, delle dipendenze, del bullismo, e passando poi, in casi gravi, nelle maglie di vetriolo dell’anoressia, delle sindromi di deficit dell’attenzione e dell’automutilazione.

Non si tratta di cercare nuove riforme, ma di afferrarsi al bello, che può essere un insegnante, un amico, un luogo, una scuola. Non sono le riforme che salvano, semmai mettono una pezza; ma è l’impegno di decine di bravi insegnanti che va valorizzato, non per fargli insegnare come si scarta un condom o come si danno i baci sulle guance al posto del sesso-sesso, ma per lasciargli insegnare Shakespeare, l’infinita bellezza della fisica, il clamore dell’arte, i paradossi della biologia che sanno insegnare, che vogliono insegnare, e invece sono spesso ridotti a rinunciarvi per seguire l’ennesima (da decenni) riforma, la centesima riunione.

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Tags: Giuseppe Valditara

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