SCUOLA/ Il piccolo grande passo che il tempo (in più) chiede a studenti e prof

- Emanuela Tangari

Chissà se le mancanze, le paure e tutte le cose storte e strette che il coronavirus aiuta a vedere con più chiarezza non siano il modo per conoscere meglio ciò che si vuole

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Scuola (LaPresse)
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Qualche anno fa uscì un film molto carino, che nel suo genere di commedia americana trasmetteva un significato vero e profondo. Il film si chiama Cambia la tua vita con un click, e racconta la storia di un uomo con un’esistenza piuttosto consueta: una famiglia, un cane, una casa, un lavoro stressante e pervasivo. D’un tratto gli viene data la possibilità di usufruire di un telecomando magico, che agisce sul tempo: attraverso di esso può fare cose straordinarie, tra cui mandare a velocità decuplicata una noiosa cena affinché finisca subito, arrivare già al giorno successivo di quella pesante consegna al lavoro che tanto lo stressa, raggiungere in un colpo di clic l’importante premio e la promozione che attende da tempo e, molto spesso, premere sul tasto “muto” per silenziare la moglie che lo affolla di parole… Basta poco perché l’utilizzo di questo telecomando sfugga di mano al protagonista, che rapidamente si accorge di aver trascorso la sua intera vita e di essere diventato vecchio: senza aver goduto di nessun successo, senza aver pianto per nessuna sconfitta, senza aver visto l’evolversi della propria storia e di quella di chi gli stava attorno. Avendo passato tutto, ma vissuto niente, sorpassando tutti i desideri che credeva di avere senza darsi il tempo neanche di conoscerli. Come finisce il film non lo riveliamo qui: ma chi non ha desiderato, almeno qualche volta, di saltare avanti, di arrivare al dopo qualcosa?

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La percezione di queste settimane non è quella della velocità, ma piuttosto di un tempo rallentato, dilatato, di un telecomando che ha d’improvviso messo in pausa lo scorrere degli eventi. Chiunque sia abituato ad affermare a gran voce di non avere mai tempo o di essere sotto stress per il tran tran cittadino e la mancanza di momenti per sé, ha dovuto in questi giorni rivedere il proprio repertorio. Ma il problema non è certo di ordine linguistico: esprimere qualcosa in questo tempo bizzarro, (dover) cambiare affermazioni riguardo alle proprie giornate e ai propri impegni vuol dire anzitutto cambiare il modo di affermare sé stessi, rimodulare il modo di pensare e concepirsi, e accanto a questo il modo di concepire ciò che sostiene e costituisce ognuno.

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Ben oltre la disamina su quali siano le migliori applicazioni per la didattica a distanza, di cui si discute tanto, in questi giorni è commovente vedere in alcuni insegnanti la dedizione e l’impegno con cui si cerca di imparare (magari a 75 anni!) ad utilizzare piattaforme sconosciute, a creare “classi virtuali”, a caricare video e materiali on line. Ancora più commovente è venire a sapere del senso di sconforto per non poter essere a scuola o nelle università, della nostalgia con cui alcuni parlano dei propri allievi e delle lezioni, per il dispiacere di non potersi incontrare di persona. Altrettanto interessante, seppur per contraddizione, è sentire alcuni insegnanti lamentarsi per questo lavoro imprevisto, per il sacrificio di dover persino fare lezione a distanza.

La prima domanda che sorge, quindi, è questa: nelle cose che facciamo, che cosa stiamo cercando, chiedendo, perseguendo? Eccezion fatta per i primi giorni di assestamento, ci si rende presto conto che questo tempo dilatato non ha nulla a che fare con il tempo della vacanza o dell’ozio (non fosse altro che per la costrizione di restare a casa). Le stesse esortazioni, da parte di presentatori televisivi o affini, a sfruttare questo tempo in più per riscoprire vecchie passioni, per vedere film e serie TV, per improvvisarsi nel découpage o nel lavoro all’uncinetto, dopo qualche giorno si sono rivelate magre consolazioni, incapaci di reggere l’urto dell’attesa e del riposo forzato. Ma la domanda resta: che cosa cerchiamo? per che cosa iniziamo la giornata? Per proseguire con lo smartworking, certo. Perché abbiamo un contratto. E poi? Come stiamo impiegando le ore risparmiate nel traffico, nelle metropolitane e nei treni? Domandarsi questo, accorgersi di questo, può essere un piccolo grande passo: non perché vi siano cose nobili e altre deprecabili (anche sfruttare il tempo per dormire potrebbe essere molto buono, se si sentisse questo bisogno), ma forse per accorgersi un po’ meglio di quali siano le esigenze che si hanno, questa volta non dettate né indotte da nessun altro; di quali siano i desideri, le passioni, gli obiettivi o anche solo i divertimenti che interessano ciascuno, mentre siede alla propria scrivania.

Se c’è un aspetto per cui questo momento storico mi sembra un’opportunità, è la possibilità di domandarsi e riconoscere a che cosa si vuole dedicare il tempo quando lo si ha, e quindi a che cosa si vuole dedicare il tempo quando non lo si ha; in altri termini, a che cosa si vuole dedicare sé stessi. Fino ad accorgersi, forse, che la risposta è in realtà la stessa, perché non ha a che fare (non in maniera decisiva) con il ritmo del tempo ma con il ritmo di ciò che si desidera, di ciò che si cerca o si ama.

Per questo la tristezza, la mancanza, il senso di restrizione per il fatto di dover stare entro le quattro mura della propria casa sono segnali preziosi. Perché la mancanza parla di ciò che c’è, di ciò che è interessante, importante. E questo è vero sempre, non solo nel limite e nella circostanza eccezionale.

Passare accanto a scuole e università chiuse, di solito affollate da centinaia di studenti, fa balzare agli occhi un’evidenza: queste scuole sono in piedi, potenzialmente funzionanti, ma prive di senso. Perché ciò che conferisce questo significato è la presenza dei docenti e degli studenti, che non fanno la scuola ma sono la scuola. Questo è chiaro ora, che sono vuote, ma è vero soprattutto quando sono piene. Le lezioni caricate on line, i video dei professori nelle proprie case e i quadratini con i volti degli studenti sui monitor non dicono soltanto della necessità di proseguire la didattica, della paura per gli esami, ma soprattutto raccontano una passione, una bellezza. La bellezza di una scuola che c’è; lo stupore di quanto sia fondamentale che un luogo (fatto di relazioni) così esista, e venga curato, sostenuto.

Chissà se le mancanze, le paure e tutte le cose storte e strette che questa circostanza aiuta a vedere con più chiarezza non siano il modo per conoscersi meglio, per conoscere meglio ciò che si vuole (e non si vuole); così che, quando si tornerà nel tran tran del traffico cittadino, non si ricominci ad avere solo il desiderio di possedere un telecomando magico per silenziare o mandare la vita al prossimo capitolo.

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