SCUOLA/ Il tormentone di un decreto che non mette fine al precariato

- Roberto Pellegatta

Il capo dello Stato ha firmato il decreto scuola, che viene magnificato come la soluzione del precariato. Ma è proprio così? Ecco cosa contiene il dispositivo

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Esame di Stato (LaPresse)

1. Il decreto legge approvato dal Consiglio dei ministri il 10 ottobre e firmato l’altro ieri dal presidente Mattarella prevede, tra l’altro, in forma facilitata l’assunzione in ruolo di 24mila docenti in servizio da tre anni. A dire il vero non si tratta certo di una novità. Dal 2011 in poi diversi governi hanno provveduto (qualcuno anche d’estate) a stabilizzare una media annuale di 20-30mila docenti all’anno. Questa volta l’assunzione prevede una semplice prova scritta. Nonostante questo ritorno delle immissioni in ruolo, i sindacati avevano gridato prima dell’estate la loro “vittoria”, come se la promessa costituisse, appunto, una grande novità per la fine del precariato: ma si sa che in politica si conta sempre sulla poca memoria storica e sul racconto delle mezze verità.

Ministero e governo hanno accettato i “suggerimenti” che la stessa presidenza della Repubblica aveva dato nelle scorse settimane per evitare elementi di dubbia legittimità, che avrebbero anche portato carrettate di ricorsi.

Tra questi elementi c’era stata l’incomprensibile scelta (dell’accordo sindacati-ministro) di escludere i docenti delle scuole paritarie e della formazione professionale dalla possibilità di acquisire l’abilitazione all’insegnamento, riconosciuta invece anche a chi non rientrasse, con la prova prevista, nel novero dei reclutati. Questa limitazione era ripetuta per ben tra volte nell’articolo 1 dello schema di decreto varato dal Cdm.  

Contro quella limitazione si erano mosse le associazioni dei gestori delle scuole paritarie e alcune interpellanze di deputati del centrodestra. Forse che nel Pd non se ne erano accorti?  Di fatto M5s e settori del Pd avevano con quel testo confermato gli aspetti più torvi, covati da sempre al loro interno, contro la scuola paritaria, che le leggi riconoscono parte del sistema pubblico e quindi con gli stessi diritti della componente statale. Diritti ai quali fanno fronte eguali doveri, poiché le scuole paritarie sono tenute a reclutare solo docenti provvisti di abilitazione. 

Titolo, tra l’altro, che dal lontano 2011 non è più possibile acquisire vista l’assenza di corsi universitari a questo finalizzati. Anche se occorre dire che il permanere di quest’obbligo alla abilitazione all’insegnamento per una categoria di “impiegati dello stato” risulta sempre più incomprensibile. 

Insomma la Triplice sindacale, gli uffici politici di M5s e Pd e qualche ufficio dell’amministrazione hanno tentato il colpo, denotando così il permanere del vizio statalista. E tuttavia le interpellanze del centrodestra non debbono far dimenticare che l’accordo col testo originario e con la limitazione alle paritarie risalgono al Governo precedente.

Resta il fatto che, dopo la firma, solo la presidenza delle Repubblica in questo momento sembra garantire non solo il rispetto della legge vigente, ma anche quello dell’equo trattamento dei cittadini. 

2. In realtà non è stato solo questo il problema che gli uffici di Mattarella avevano ritenuto ostativi alla promulgazione del decreto.  L’altra modifica “suggerita” e accettata nel decreto riguarda il concorso riservato per i Dsga (dirigenti dei servizi generali e amministrativi) “facenti funzione”. Nella scuola statale ne mancano quasi 3mila, con conseguenze inenarrabili per la vita delle segreterie scolastiche e per l’attività dei presidi. Per la loro selezione i partecipanti dovranno avere la laurea, mentre lo schema di decreto si era “dimenticato” (sic!) di menzionare il titolo di studio necessario, limitandosi ai semplici requisiti del servizio pretesi dai sindacati, che da sempre tentano di “sistemare” la platea dei propri iscritti. 

La stessa Triplice ha tentato di far inceppare l’uscita del decreto, sollevando dubbi su “questioni di natura politica” che “pretendevano” modificare i contenuti dell’intesa sottoscritta.  

3. Il decreto dovrebbe uscire con diverse misure: un concorso straordinario entro il 2019 per il reclutamento dei docenti della scuola secondaria con tre anni di servizio;  un concorso ordinario per nuovi docenti dello stesso livello di scuola da bandire contestualmente a quello straordinario; il vincolo di permanenza per cinque anni per tutti i neoassunti; la riforma del concorso a  dirigente scolastico con l’esclusione del corso-concorso; la revisione della procedura per l’assunzione dei lavoratori negli appalti pulizie; l’esclusione dei dirigenti scolastici e del personale Ata dalla rilevazione delle impronte digitali; l’estensione del tanto contestato bonus merito anche ai docenti precari; un concorso per dirigenti tecnici (gli ispettori sempre più introvabili nel sistema italiano).

In parte si tratta di rimedi ad assurdità precedenti (come la rilevazione delle impronte digitali o l’assenza totale di ispettori tecnici), ma in gran parte si tratta del permanere di forme di reclutamento e organizzazione del personale destinate a non risolvere il problema della stabilità di docenti e presidi nella scuola statale, tanto meno della verifica di un’adeguata preparazione e di una selezione per merito e adeguatezza ai fabbisogni formativi. 

Dietro tutta questa patetica vicenda resta uno dei più gravi problemi della scuola italiana: l’instabilità del personale direttivo, docente e amministrativo e l’incapacità di fior di governi a garantirla, a fronte di un mondo sindacale che da sempre difende i diritti del precariato. 

In gioco quindi non c’è solo il diritto dei docenti all’abilitazione senza distinzione di scuole di tutto il sistema pubblico. Ma soprattutto in gioco c’è l’incapacità a riconoscere la dignità di una professione, il miglior modo di formarla ed il diritto di alunni e famiglie ad avere insegnanti capaci, preparati e stabili nella loro avventura educativa. Eppure la soluzione non sarebbe difficile: dare finalmente alle scuole autonome la facoltà di assumere con concorsi interni il proprio personale, come fanno i comuni, le Asl, gli ospedali, le camere di commercio e le università. Ma questo è ben altro racconto. 

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