SCUOLA/ Il vero e il falso problema dietro il “mito” delle classi pollaio

- Antonino Petrolino

In Italia si torna a parlare delle classi pollaio. E si pensa che i soldi del Pnrr potranno risolvere il problema perché si investirà sull’edilizia scolastica. Ma il punto è un altro

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(LaPresse)

Riaffiora periodicamente, nei dibattiti giornalistici, il tema del sovraffollamento delle classi, evocato con l’immagine pittoresca delle classi pollaio. Tema già vecchio, ma tornato con forza all’attenzione a seguito della situazione sanitaria e delle esigenze di distanziamento sociale che ha imposto e che sono palesemente incompatibili con la situazione di fatto di gran parte delle nostre scuole.

Leggiamo ora l’ennesimo annuncio salvifico: nel Pnrr ci saranno 4 miliardi destinati all’edilizia scolastica. Annuncio subito tradotto in: fine delle classi pollaio. Siano benvenute quelle risorse, se veramente arriveranno: ma è bene non confondere le questioni. Il nostro Paese ha un problema inveterato di edilizia scolastica, sotto il duplice profilo della sicurezza e della idoneità degli spazi nel favorire l’apprendimento.

Sotto il primo punto di vista, ci pensa ogni anno – insieme ad altri – Cittadinanza Attiva a stendere impietosi bilanci, quando non ci siano anche episodi drammatici di cronaca. Sotto il secondo, c’è relativamente poca ricerca, ma qualcosa c’è, per esempio ad opera dell’Indire. È ormai dato di tutta evidenza che l’assetto tradizionale delle aule, concepito per una didattica trasmissiva – o, come va di moda dire, “frontale” – sempre meno risulta adeguato alle nuove sfide dell’apprendimento, con un’utenza sempre più eterogenea e varia nei livelli di partenza e con un drammatico calo di motivazione e di attenzione di base.

Nessuno di questi due aspetti ha a che fare con le classi pollaio, che traggono alimento da un errore di prospettiva: quello secondo cui l’istruzione rappresenta un costo che occorre minimizzare. Ecco allora che i decreti annuali in materia di organico docenti continuano a fissare limiti irragionevoli per la formazione delle classi: 28-29 alunni, ma con l’aggiunta che non si “sdoppia” fino a 31.

Né basta: gli uffici scolastici territoriali, responsabili dell’autorizzazione delle classi, combattono ogni anno con i limiti complessivi dell’organico a disposizione e quindi forzano ulteriormente le situazioni. Non è infrequente che anche le norme sull’handicap vengano forzate per far tornare i conti. Anche una classe di 25 alunni con due disabili e tre Dsa è una classe pollaio: perché non è la densità delle teste che determina la saturazione dello spazio didattico, quanto la densità dei bisogni educativi che vi si addensano.

Se pure disponessimo, grazie ai fondi del Pnrr, di aule molto più grandi degli standard attuali, sarebbe ugualmente irragionevole immettervi 30 e più alunni: perché i loro bisogni formativi sono molto più complessi e diversificati di qualche decennio fa, quando la selezione era malthusiana e gli studenti problematici venivano semplicemente scartati. Oggi, giustamente, questo accade molto di meno: ma non si può far finta di credere che il tenere gli studenti “dentro” equivalga a dar loro ciò di cui hanno bisogno. Proprio quelli che ieri si allontanavano e che oggi non lo fanno più (o lo fanno meno) sono quelli che hanno più bisogno di attenzione e di una relazione di prossimità con gli insegnanti. Da questo, e non da una questione di metri quadri, nascono i nostri pollai quotidiani.

D’altra parte, non si può neppure pensare che basti diminuire in modo generalizzato il numero degli alunni per classe per risolvere il problema, anche quando vi fossero in via permanente (e non una tantum come sarà per il Pnrr) le risorse necessarie. La soluzione corretta, ancora una volta, sta nel superare l’uniformità come modello organizzativo ed anche come ideale pedagogico. I bisogni non sono tutti uguali e non richiedono le stesse risposte. Bisognerebbe avere il coraggio di ripensare il modello e di ricordarsi per quale motivo esistono le regole, ormai ventennali e mai realmente applicate, in materia di autonomia.

Perché, ad esempio, non costituire gli organici in termini medi, di istituto, magari prevedendo opportuni coefficienti di correzione in base a parametri socio-economici? Un organico complessivo, adeguatamente dimensionato, che dovrebbe far carico ai dirigenti scolastici della scelta di formare classi più o meno grandi, a seconda degli studenti che vi fossero destinati. Classi più grandi a fronte di una minore densità di problemi educativi; classi più piccole – anche molto più piccole – là dove i bisogni sono più concentrati. E perché non recuperare l’idea delle “classi di livello”? oppure quello delle “classi aperte”, a composizione variabile a seconda delle discipline e delle difficoltà di apprendimento che accolgono?

Il pollaio, se proprio vogliamo usare questa metafora pittoresca, non si combatte con il letto di Procuste, cioè con l’uniformità degli strumenti. Se veramente se ne vuole uscire, occorre il coraggio di pensare in modo divergente. Qualcuno diceva: a ciascuno secondo i suoi bisogni. Se c’è un contesto in cui sarebbe necessario ricordarsene, la scuola è uno di quelli.

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